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La Novella dei Due Paradossi

Scritto da Paola Ferrero.

Come in un’apnea silenziosa. Così mi ricordo di aver vissuto i giorni attorno all’11 settembre.

Raggomitolata sul divano a guardare in televisione le stesse immagini, quasi in loop, escludendo l’audio, ed osservando ogni singolo pezzo crollare. Che fosse inanimato, vivo, o già morto di terrore e disperazione; ero ipnotizzata da quel volo verso il basso. A chiedermi perché, a chiedermi come.
A chiedermi: «E adesso?» 
Proprio da queste immagini parte il romanzo di Roberto Saporito, con quel punto di vista “differente” a cui ci ha abituato nei lavori precedenti. Cosa faresti se avessi l’occasione per sparire e ricominciare daccapo, certo avendone la possibilità economica, senza tutte le scocciature che un normale cambio di vita avrebbe? 
È quello che scopriamo insieme al protagonista, scampato al disastro, che decide di scappare con un borsone di soldi non totalmente suoi, approfittando del caos. L’occasione gli pare imperdibile, anche se la sua vita di mercante d’arte non è poi così complicata. Prima a New York, poi in Provenza, poi nelle Langhe, a Firenze, Roma e Venezia, in una fuga da se stesso e dall’ex socio, per non ritrovarsi in alcun luogo. La perenne sensazione di non respirare, di soffocare. Il sollievo iniziale, tradito solo dall’ossessione di quelle immagini che si ripetono sugli schermi televisivi, la nuova identità e la necessità di costruirsi una vita nuova. E individui bizzarri che lo accompagnano nel percorso, come nella fuga. 

Il fatto che sia senza nome, una seconda persona singolare cui l’autore narra la sua storia, rende l’idea di straniamento che si prova a non avere nulla di sé, a non esserlo più. Per paradosso, il primo, è una riflessione su chi siamo. Chi siamo noi, noi tutti. 
Siamo ciò che facciamo? Siamo gli amici che abbiamo collezionato, perché ci “riconoscevano” qualcosa?
Siamo capaci di essere qualcuno che non siamo mai stati?
E ancora siamo in grado di costruire una nuova identità, quando la maschera che per convenzione e convenienza pesa più di quanto previsto, e quando essere vincenti non soddisfa più le nostre esigenze, non ci appartiene anche se ci viene bene esserlo, pure se abbiamo imparato così bene la lezione del mondo? 
E alla fine, quando siamo morti davvero? 
Forse lo siamo mentre viviamo esistenze insoddisfacenti, tanto da desiderare quel salto nel vuoto, la seconda chance.
Lo siamo quando lo annuncia un telegiornale, quando il mondo ci dice che può fare a meno di noi. Lo siamo quando non abbiamo altro che la fuga per poter respirare. Lo siamo quando la verità ci raggiunge, quando non abbiamo più scuse per non affrontarla. Quando – quindi sempre – ci vanno di mezzo gli altri per errori commessi da noi. 

Ci riempiamo la vita di cose inutili che appunto non sono la nostra vita: prima ci accorgiamo della loro effettiva inutilità, prima cominciamo a vivere meglio. Ci circondiamo di cose, spesso anche di persone, soltanto per un grappolo di paure: della morte, della solitudine, delle emozioni. In pratica, ed è il secondo paradosso, della vita. 
Siamo morti quando viviamo di abitudini per paura di essere vivi, o siamo morti quando chi ci ha amati non ci riconosce più? 
In questo climax, Respira si legge di un fiato, quasi faticando a inseguire il cammino del protagonista, la fuga, i ritorni e la ricerca di un senso. Le nostalgie, l’impossibilità di costruire una nuova esistenza che non abbia le mille sfaccettature di quella vecchia, con cui ci siamo sempre e comunque identificati. 
Respira incanta e si ripete, come quelle immagini in televisione. Non concede tregua. 
Non soltanto alla fine, ma anche durante la lettura, il romanzo fa pensare che non si è mai morti abbastanza. Il mondo è troppo piccolo per riuscire a sparire veramente. Il passato non passa mai completamente, qualcosa si impiglia tra gli spigoli dell’esistenza troppo appuntiti, acuminati, mentre cerchi di evitarli per non creare danni, per non avere grane, per non sanguinare. È in quel momento che capiamo: ciò che siamo finisce per seguirci, non ci abbandona, e a volte ci esalta, a volte ci distrugge.