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Il Sedimento della Bellezza

Scritto da Marialaura Garripoli.

Lo diceva Peppino: «Se si insegnasse la bellezza alla gente…»

Che poi, alla fine, che cos’è la bellezza? Come si manifesta, sotto quali forme? E dove si manifesta? È visibile ad occhio nudo o, forse, è possibile solo captarla nella nostra res cogitans, in quel “mondo delle idee” di cui parlava Plotino? Che poi, chi non ha mai sentito il richiamo interiore nel ricercarla, la bellezza; chi non ci ha mai provato, almeno una volta nella vita, per poi ricevere indietro quell’emozione rassicurante, ipnotica, destabilizzante, alle volte anche deludente. Una emozione che alle volte sembra tangibile; ma che al tatto sembra svaporare; come se non si riuscisse mai a raccoglierla liberamente, in tempo.
Del resto, «[…] bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore». Aveva ragione Peppino: educare la gente alla bellezza è e-ducare, ossia “tirare fuori”. I latini lo avevano intuito: una parte di quella bellezza, anche nella millesima parte, è in noi; siamo portatori sani di bellezza. E i latini, quanto la grandiosa civiltà greca, adoravano la bellezza: Venus, Venĕris; Venere, la dea della bellezza, dell’amore. Un culto diffuso.

Poi c’era e c’è Venusia: la romana Venosa, una città fondata proprio in onore di quella dea. Quei viottoli e quei larghi che si stendono sul dorso di una collina, poco lontano da un vulcano addormentato; un paese che nasconde chiese nei suoi vicoli, che odora di soffritto all’ora di pranzo e di monumentale romanità il tardo pomeriggio; un paese che accoglie ed allontana, abbraccia e respinge, e che in alcuni giorni dell’anno profuma di libri. Borgo d’Autore, quest’anno, è arrivato con i primi caldi – tutt’altro che timidi – di un entrante Giugno; a dominare le piazze, spinto dall’afa e dalla sete di lettura e conoscenza. Quattro giorni di voci narranti e narrate, di filastrocche di bambini, di note e risate prolungate fino a sera; come se un continuo suono di tromba – magari quella di Chet Baker – ampliasse ogni volontà.
Si cercano storie, si cercano avventure nei libri, come si cerca l’ombra durante la calura estiva: sono indispensabili per boccheggiare, per sopravvivere. E per vivere: si vive attraverso i libri, si vive attraverso i racconti; attraverso le mani che scrivono, che battono forte la tastiera di un computer. Si vive attraverso il respiro degli autori, attraverso l’alito dei loro personaggi, delle loro idee. Un Festival del libro e dell’editoria qui, in questo silenzio alle volte soffocante, è aria nuova, purificatrice; è nuova vita, nuova linfa, sotto un cielo dormiente. E ogni volta che rivedo, riscopro un pezzo – di pietra, di colore, di anima – di questo mio borgo, ritorna ad ardere quell’adorazione che non ho mai abbandonato; mentre molti, nel tempo immobile dell’abitudine, l’hanno dimenticata o l’hanno persa.

Ho incrociato nuovi occhi, ascoltato nuove voci; ho sentito vicino fisicità ed anime diverse, ma non lontane: di chi ha viaggiato fisicamente e di chi lo ha fatto sciogliendo la mente; di chi non s’è arreso e di chi ha gridato contro ciò che non vuole per sé e per tutti. Occhi e sonorità che si sono cicatrizzate nella memoria della gente e delle sue viuzze strette e afose; Storia che si farà ricordare austera e ancora viva, pulsante. Tutto ben più «duraturo del bronzo», «un monumento più alto delle piramidi, che né la pioggia erodente né la furia dell’Aquilone potranno distruggere, né l’infinito succedersi degli anni e la fuga dei secoli». Altro che muri d’odio, verniciati di bianco buonismo; qua c’è stata comunione, compartecipazione e condivisione. Lui sì che ne era consapevole; lui, Quinto Orazio Flacco, che domina la piazza nel punto dove tutte le vene s'incontrano; così solenne e fiero, teso ad ascoltare tutta questa contemporaneità, a volte meravigliosa a volte perversa.

Ma è incredibile quanto possa produrre la bellezza che noi abbiamo sedimentata nel profondo; capace di agire, costruire, fortificare tanti piccoli momenti, anche attimi sparpagliati che un giorno, magari, saranno raccolti, nutriti e curati nella lentezza di uno sguardo, di uno stupore. Come i libri fanno con noi, anziché il contrario: si prendono cura di noi, e ci alimentano di alterità, immaginaria o tangibile; ci sfamano di vivide speranze e sogni realizzabili. Un Festival del libro e dell’editoria, quale migliore modo per educare alla bellezza? Quella che ti dà l’odore della carta stampata, che resta sulle dita della mano, e l’immagine di una copertina; il segno indelebile di una lettera, con il suo nero così forte; l’opportunità di andare oltre, dove non vi sono muri di confine.
«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà», diceva ancora Peppino. Se smettessimo di avere paura, di rassegnarci all’idea che il mondo ci è estraneo, o perfino di impiccio, vivremmo ogni giorno circondati di bellezza. E vivremmo liberi, realmente.