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Le Tracce Incancellabili

Scritto da Arch. Soprintendente A. Vittorini.

La storia sussurra i suoi segreti a chi incontra, ma non tutti stanno ad ascoltare.

Per quelli che non vogliono sentire, c’è un altro tipo di scienza. L’archeologia studia i risultati del comportamento umano manifesto nelle opere che il passato ha preservato, ma non tanto il comportamento istintivo dell’homo sapiens – che è un compito della zoologia – quanto, piuttosto, gli esempi dei gesti, dei riti più o meno abituali appresi dalle società umane e propri di esse. È stato di fatto impossibile per molti, in ogni tempo, scegliere la forma delle case in cui vivere così come il taglio dei vestiti: sia l’uno che l’altro sono stati imposti sia dallo stato ambientale, sia da quello sociale. L’uomo infatti, nasce del tutto privo di risorse per procurarsi il cibo, difendersi dai rigori del clima e quegli istinti specifici che guidano gran parte degli animali verso la sopravvivenza, ed il successo biologico della specie è dovuto, né più né meno, che alla conquista degli utensili, alla sua capacità, l’unica davvero innata, di adoperare gli arti e la mente per attrezzarsi di ciò che lo avvantaggia nella lotta quotidiana contro le insidie della natura.

È una capacità, quella, appresa in modo stratificato, dopo millenni di prove e di errori, per accumulo.
Non vi sarebbe stato alcun progresso, se ogni società avesse dovuto riscoprire tutto daccapo, senza un bagaglio di nozioni e di oggetti disponibili come esempi, ossia tutto ciò che costituisce un documento di interesse storico e archeologico. «Se fossimo tutti uccelli che non pesano sulla terra» scriveva Marcello Savini, «e beccano il necessario, o quello che abbiamo nel piatto fosse un’elemosina per i fratelli forse si scioglierebbe il nodo che ci ha legati, e con un grido ci guarderemmo in faccia». 
Ma lo sviluppo delle conoscenze trasmesse di gruppo in gruppo, divenute poi una serie di tradizioni, di usi consolidati, di mezzi e di tecniche atte ad agevolare l’uso degli stessi, ha camminato su vie privilegiate in senso metaforico ed in senso fisico. Celebri sono infatti tra le tracce del passato, le strade costruite degli uomini per agevolare il cammino di famiglie, merci, eserciti e quant’altro.
Per queste ragioni e per molte altre, tutte facilmente intuibili, non è mancato l’interesse quando le indagini archeologiche hanno svelato i resti monumentali del
cardo maximus della città perduta di Aveia, ’unica traccia superstite del basolato della antica via romana Claudia Nova. 

Si tratta di grandi basoli calcarei accostati gli uni agli altri con tecnica accurata e raffinata, nei quali si vedono ancora chiaramente le profonde incisioni dovute all'intenso traffico dei carri (a dimostrazione della sua rilevanza nel territorio e nella rete degli scambi): è la strada monumentale – riconducibile all'antica via Claudia Nova, di cui non si avevano finora tracce certe nella conca aquilana – scoperta nell'ambito dei lavori di ricostruzione dopo il sisma del 2009. Durante lo scavo è venuto alla luce un tratto integro della lunghezza di circa trenta metri e largo tra i quattro e i cinque, circa come la Appia antica, affiancato da un marciapiede porticato di circa 2 e da costruzioni adiacenti andate distrutte. Di certo è così che doveva mostrarsi nel I secolo a.C. il cardo maximus della città di Aveia, punto di cerniera e contatto tra la “città alta”, di cui sopravvivono resti nel torrione del borgo medioevale, e la “città bassa” delimitata dalle mura oggi ancora visibili nelle campagne di Osteria.

Il suo nome deriva dal tratto urbano dell’asse stradale voluto dall’Imperatore Claudio per donare adeguate infrastrutture all’area delle conche amiternina e forconese, già interessate da imponenti presenze insediative, da Foruli ad Amiternum, da Forcona a Peltuinum. Della perduta città di Aveia scompare ogni traccia dal VII-VIII secolo d.C., forse per i danni dovuti a catastrofi naturali come allagamenti, frane e terremoti.
Nulla resta di visibile fuori terra, oltre alle porzioni di mura urbiche nelle campagne e i pochi resti sulle pendici del colle, inglobati nel borgo. La scoperta della strada, effettuata nei primi mesi dello scorso anno in via S. Eusanio – a seguito delle indagini archeologiche svolte dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Aquila grazie ai fondi messi a disposizione dall’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dei Comuni del Cratere (USRC) – offre nuove e inedite certezze alle ipotesi di ricostruzione storica dell'importante centro romano. È stata quindi attivata, fin dal primo momento, una forte azione di sensibilizzazione ai fini della valorizzazione dei resti che muterebbero, d’improvviso, immagine e vocazione del centro di Fossa e della sua area, dalle risorse ambientali e culturali realmente straordinarie, forse uniche. E risorse così straordinarie che obbligano, senza incertezza, gli enti, le amministrazioni, le associazioni culturali e i cittadini tutti, ad un forte impegno affinché i tesori d’arte e della cultura in essa presenti possano assurgere a ben altri livelli di fruizione. Il Parco archeologico della Necropoli Vestina, benché aperto al pubblico saltuariamente, a solo qualche anno dalla scoperta era già conosciuto in ogni parte del mondo, e continue sono le richieste di informazioni e di visita. 

Aveia poi, era ubicata nella vallata del medio Aterno, alle pendici nord-orientali di Monte Circolo e del borgo fortificato di Fossa, a soli dieci km dall’Aquila. La città romana era strutturata su terrazze urbane degradanti sul versante montano e divisa in una città alta, con tutta probabilità monumentale, ed una città bassa, che lambiva il corso del fiume Aterno, più legata alle attività commerciali e di servizio del tratturo. Il percorso della Mura è ancora perfettamente leggibile, con il tratto meridionale che risale il versante fino al torrione del borgo medievale. 

Una città romana che sembrava quasi del tutto perduta, che viveva nella memoria di pochi, torna così a rivivere splendori e magnificenze di un antico e nobile passato. Dal 1773, quando l’abate archeologo e filosofo Vito Maria Giovenazzi ebbe l’intuizione e il merito di riconoscere e identificare i monumenti di Fossa come quelli di Aveia, mai erano tornati alla luce resti così importanti. Le modalità di indagine, studio e valorizzazione dovranno contemperare le esigenze di tutela con quelle di ricostruzione del tessuto urbano e edilizio: Su questo delicato tema sono in corso da mesi gli opportuni confronti tra tutti gli enti e i soggetti coinvolti, alla comune ricerca di soluzioni di revisione progettuale, spostamento e ridefinizione viaria dell'intera area, per adeguarla al mutato quadro della situazione, e i possibili scenari di recupero e valorizzazione.