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ἐντροπή ἀδδεής

Scritto da Daniela Scimeca.

Il fine dell’arte è il piacere, se in esso vi è anche un messaggio denso si realizza l’entropia.

Linee morbide e sinuose, predominanza di colori caldi, strumenti musicali e l’immancabile tazzina di caffè, sono questi gli elementi caratterizzanti dei quadri di Josephine Bonì, una artista molto apprezzata, soprattutto all’estero. I suoi quadri sono come dei racconti, descrivono una storia, e se facciamo attenzione ai particolari, poi, troviamo sempre un narratore che ci parla del cammino negli sterminati sentieri della vita. In questo cammino i soggetti sono sempre accompagnati dai sogni, dalle letture e soprattutto dall’arte. Nata a New York, e vissuta tra la Sicilia e la Francia, la Bonì viene in contatto con contesti artistici internazionali, approfondisce la sua tecnica e adotta uno stile personalissimo e molto femminile.
E femminili sono spesso i suoi soggetti, intenti a leggere, o a prendere un caffè, seduti con dei dolcetti accanto. In alcune opere c’è un nostalgico riferimento al passato, alle feste e ai lunghi abiti eleganti, in altre invece protagonista è la musica con pianoforti e archi, che si combinano in un vortice di figure danzanti in un universo di armonie.

Traendo spunto da un quadro intitolato La valse, altamente simbolico sul valore del tempo che fugge e sui bei ricordi a cui piace ritornare, la Bonì avvia un progetto che vede le proprie opere inserite all’interno della chiesa Beata Maria Vergine di Loreto a Sciacca. Il soggetto si amplia, e all’interno della nicchia del coro diventa La Grande Valse.
Sullo sfondo c’è un’orchestra con al centro un direttore, tutto intorno un turbinio danzante di vestiti rossi e neri, metafora dell’armonia del mondo concentrata in quattro pannelli riuniti. Agli occhi degli osservatori più attenti non sfuggono altre figure come l’equilibrista in bilico su un filo, l’angelo delicatamente seduto sopra, un piccolo Pierrot che porta dabbasso la luna, elementi che veicolano un messaggio che deve essere scovato, interpretato. Il tema strutturale, qui, viene concepito e riprodotto come un pattern di forze, e non come disposizione di figure più o meno statiche, inserite con delle sole finalità estetiche. Anzi, le forze in gioco vengono evidenziate proprio dal loro accostamento, un po’ come in un’opera della Bonì qua assente, La piazzetta, in cui le figure sono arrotondate come a fondersi una dentro l’altra, prive di spigoli, di angoli contro i quali sbattere la vista e l’animo, e il colore che accomuna e unisce in una visione globale i singoli soggetti, i tetti, gli strumenti musicali, i vestiti da sera femminili, è un tratto rosso sanguigno che è calore dinamico e vitale, e non solo spicca ma esalta il nero di dama e l’ocra gentile di strade, mura e pavimenti. Ogni movenza è fusa in sé e con i componenti della scena, e il complesso tema di forze è leggibile nella morbidezza che invita alla calma languida, alla pace, in virtù di un equilibrio visuale tra le proporzioni volutamente alterato tra distanze, direzioni, curvature, volumi.

Nella Cena, invece, il Cristo Pantocratore è attorniato da bambini, simbolo di speranza, e da componenti di altre religioni, in un’ottica di dialogo e convivenza tra le genti. Narrando di eterogeneità, l’autrice racconta anche di una differenza che esiste solo in un mero impatto oculare, in una serie di forme esteriori, ognuna di esse al riparo dalla realtà interiore degli uomini, che invece coincide e parla di unione e uguaglianza di spirito, di sangue, di genoma.
È dando una storia a un presente – di fantasia ma di estremo realismo – che si disegna la strada del futuro. E quel gruppo, quel convivio evidenzia tutta la distanza fra l’eterogeneità e il catabolismo della paura, della caduta di valori, del disordine sociale. L’equilibrio è perfetto quando i valori sono privi di frizioni e si assommano nel rito dell’incontro. I colori pastello e la tavola imbandita di pasticcini donano leggerezza e invitano al banchetto, con un evidente riferimento al cibo divino. Altra opera pregevole e originale è l’installazione della croce. Situata al centro della grande cupola centrale, l’opera ribalta l’iconografia classica della cima del Calvario e la sublima in una visione serena, dove le spine diventano fiori, il busto si fa nido per teneri uccelli, le gambe sono culla per un neonato, le mani inchiodate si arricchiscono di altre mani solidali, e in basso il male del mondo viene calpestato da piedi bianchi.

In queste opere, tanto quanto nei pannelli della cupola, che ritraggono momenti del cammino della Chiesa, c’è una vera e propria rivoluzione artistica e comunicativa in cui la Bonì, senza rinunciare al suo stile, rilancia il messaggio cristiano in modo nuovo e molto più accattivante, arricchito di elementi positivi. L’operazione artistica è certo pregevole, specie se si considera la responsabilità comunicativa della Chiesa che – in questo caso – è stata affidata ad una donna. Nella storia dell’arte sono davvero poche le artiste ad avere avuto un tale onore. Dentro le creazioni della Bonì c’è una comunicativa forte e particolare; ci sono i colori, pochi e caldi come il rosso, il nero, il marrone; ci sono i particolari, la passione e la voglia di raccontare infiniti mondi, e il fruitore non può far altro che lasciarsi trasportare al loro interno.