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A Venosa, Inaspettatamente

Scritto da Chiara Porcelluzzi.

Provengo da una città pugliese a nord-est di Venosa, verso cui procedo.

Il cielo è chiaro, chiaro di quel turchese che solo a primavera lo veste di energia e di nitore. Un uomo dorme al riparo di un albero, un cane corre abbaiando. I contadini sono piccoli punti bruni che si muovono lenti nelle distese di grano sui colli tondi e gentili, di tanto in tanto spunta il tetto basso di una masseria o ciò che resta di un granaio. I fattori hanno ancora stivali di pelle, mani che sanno di erba, ed il volto segnato dal sole, da un tempo che sembra immobile nei secoli. La sua gentilezza è totale. Anche quando scarica i fulmini a terra il suo gesto è di misericordia, e non distrugge i raccolti oppure incendia le case. Anzi, annuncia la pioggia, l’acqua benedetta che lava e disseta.
Gli occhi della gente di qui hanno proprio quel colore in cui si rivede il cielo, anche quando sono scuri: hanno dentro la bonaria opulenza del sud, la sua malinconia e la scintilla di un ironico distacco.
La strada si snoda tortuosa, carezzando il bordo dei campi. Ogni tanto appare un falchetto che disegna cerchi immaginari nel cielo. 

Il paese mi accoglie in silenzio, isolato dal resto del mondo, eppure al suo centro perfetto. Anche il poeta Orazio Flacco non vi rinunciava, e alla gloria tronfia e un poco infida di Roma preferiva i silenzi languidi e cauti di Venusia. In Piazza Umberto mi salutano poche voci, mentre il sole di mezzogiorno lascia spazio a cumuli di nubi grigie. Sono qui per Borgo d’Autore, festival del libro che non ha solo dimensioni locali, perché l’eco dell’arte è melodia in ogni ingranaggio. Non so come la gente si immagini gli scrittori, le loro vite, ma c’è una grande curiosità, quella curiosità che porta l’affetto per le cose serene, distese, familiari. C’è una sete sana di stupori conosciuti eppure nuovi ogni volta, e necessari. La bellezza del luogo contribuisce al fervore: sembra di essere sul set di un film dove tutto evoca scene irripetibili, tempi saldi come eriche sulle rocce, ed è tanto bello da sembrare finto, anche se di artefatto non c’è nulla. Tra le case di pietra bianca ed ecrù del centro e i cortili interni, dove erpici e fontane dormono un sonno regale, e le vetrine con le ceramiche preziose di cui c’è una fine e rinomata tradizione, si alzano i monumenti che fanno da sfondo agli incontri, agli eventi.
Ho l’occasione di seguirne uno, in Largo San Filippo Neri.
Al civico numero 12 c’è un arco murato da una porta, sormontato da una ringhiera verde che delimita forse un terrazzino. È vano chiedersi cosa vi sia oltre l’arco, non solo perché la vista è ostruita dalle case, ammonticchiate l’una sull’altra nella tipica foggia locale, ma perché è molto difficile immaginare il mondo delizioso e insospettabile nascosto oltre l’arco che incornicia la porta. Ebbene, al termine di un incontro con alcuni cultori della letteratura, autori ed amanti dell’arte, quel vano si apre. Con delicatezza ma decisa, una coppia di signori distinti si avvicina. Salutano. Si presentano, parlano piano e con fare accogliente dicono: «Vorremmo farvi vedere qualcosa». 

Ci indicano la strada e noi li seguiamo. Pochi passi e passiamo l’arco, che immette su uno spazio da fuori insospettabile. Due vasi di piante sono le sentinelle di quello spazio, custode di un passato mite e sontuoso. Era una ex stalla, dice uno dei due signori, dai quali è attratto il mio sguardo. I loro visi, segnati dall’età, si distendono in sorrisi fieri e soavi, con gli occhi chiari e i capelli d’argento. Come in una fiaba, ci smarriamo dolcemente in un tempo che non coincide con il nostro. Subito dopo l’ingresso c’è un piccolissimo cortile, che dall’esterno è impensabile. L’aria profuma di fiori.
Mi avvicino alla signora, e le chiedo il suo nome. «Margherita», mi risponde. Le domando, poi, di che epoca è il palazzo: «Fine ’700», ed aggiunge che appartiene alla sua famiglia, la famiglia Santangelo, le cui origini risalgono alla fine del Seicento.
La coppia in realtà vive a Napoli: tornano a Venosa, in quel cerchio magico di fiori ed essenze odorose, mobili antichi e un’aura di nobiltà intramontabile, ogni volta che ne sentono la necessità. Si depurano, ritrovano il contatto con la natura, con il silenzio, con il cielo stellato.

«Di notte, qui, assistiamo a veri e propri spettacoli», racconta l’uomo. Poco dopo, una portella in legno del cortile, l’unica sulla sinistra, ci rivela cos’è quel
qualcosa che i nostri nuovi amici desiderano tanto farci vedere. La stalla, appunto.
Antica, meravigliosa. Sembra un dipinto. Una carrozza ottocentesca regna imperiosa accanto a una breve rampa di scale, di fronte all’ingresso. Su ogni gradino un fiasco, una damigiana, e anfore antiche di terracotta. La vettura è rimasta intatta, rifinita in ogni dettaglio: le ruote di legno perfette, la piccola lanterna con i vetri poco impolverati ma integri, i sedili in pelle chiara. Quando ci addentriamo nella stanza rimaniamo folgorati dalla bellezza rustica del vano: è rimasta ancora una mangiatoia, divisa in tre sezioni. Dentro, come ornamenti, vasi e coppette antiche.
L’arredamento è composto solo da mobili antichi, principalmente dell’Ottocento. Sfiliamo poi di fronte ad un angolo più moderno, con divanetti e pianoforte che gli attuali padroni di casa hanno portato qui da Napoli.


Altro vano, e uno stanzone più ampio si schiude come un fiore: c’è una cucina in muratura, retta da una antica struttura in pietra e sormontata da un soffitto a “botte”.
È spettacolare l’armonia che si crea tra il nuovo e il vecchio: una credenza a vetri custodisce servizi di piatti in porcellana, in una nicchia sono esposti ferri da stiro da viaggio del secolo scorso, come uno spiraglio di luce che si affaccia sul vicino Novecento. Camminiamo su un pavimento in cotto. Quindi scopriamo l’ultima, stupefacente sorpresa: un terrazzino, un piccolo affaccio privo di fronzoli, senza nulla, spoglio, ma che si riempie del verde florido d’intorno e dal quale si gode un panorama di una bellezza accecante.