Stampa
PDF

Il Culto dello Sportello

Scritto da Monica Rosano.

Secondo un filosofo, la regola inizia dove finisce l’uomo.

È l’uomo però ad averla costituita, per organizzare i propri bisogni, far funzionare meglio la comunità e per tutelare la vita come espressione dei diritti, dei doveri, e quindi della civiltà. Ma se la regola diventa lo scopo finale e l’uomo il mezzo per raggiungere quel fine, anziché il contrario, cosa succede? Il cortocircuito è il minimo. Quando ero ragazzina e guardavo ancora la tivù, m’imbevevo di quei film dove si partiva dalla storia della vittima, del reo, la relazione tra cliente e avvocato, tra avvocato e giudice, tra giudice e vittima. Un dialogo continuo, dove non sempre il bene e il male risultavano così netti e distinti, moralmente definiti. Poi, calandomi nella realtà degli studi prima e della pratica dopo – perché non sia mai che i due vadano di pari passo –, mi sono trovata impigliata nelle maglie della procedura, come un’ape in una grossa ragnatela. Rinvii sine die, eccezioni preliminari e pregiudiziali per scansare il merito delle questioni, barriere istruttorie e riserve da sciogliere, sentenze salomoniche da creare, giudici, GOT e VPO che fanno i tripli salti mortali. Ho perfino pensato che avrei dovuto assecondare la mia altra ispirazione e iscrivermi a medicina: lì sì che sarei entrata in contatto con la carne, con le storie, con le emozioni, un filo diretto con la persona.

Di recente però mi sono rotta un gomito, e così ho scoperto che i medici devono compilare un documento, che per rapidità scrivono direttamente sul computer senza guardarti in faccia, senza visitarti, senza fare domande, prescrivendo più esami possibili perché la medicina è difensiva o, viceversa, nulla, perché tutto costa troppo, senza possibilità di valutare caso per caso. Il consenso informato non è uno scambio di informazioni, una verifica sulla comprensione da parte del paziente, e dunque sulla chiarezza espositiva del medico, bensì un modulo prestampato da firmare, perché altrimenti no, non si può procedere. E non è tutto: mentre mi inerpicavo con una insegnante delle scuole medie lungo un tratto di sentiero in alta quota ancora innevato, tentando di restare in piedi in un funambolico ondeggiamento​, scoprivo che esistono presidi che impongono la redazione d’un verbale scritto: in esso vanno riportate tutte le comunicazioni che i professori hanno fatto ai genitori nel corso dei colloqui tra docenti e genitori. Ciò affinché non si possa sostenere «ma lei non me l’aveva detto che mio figlio era sotto di due materie!». In estrema sintesi la parola d’ordine della procedura, e soprattutto di chi la manovra, è: «Mettiti in sicurezza​​». O​ meglio: «Mettimi in sicurezza».

D’altro lato l’utente, il paziente, il genitore, hanno la tendenza a delegare, deresponsabilizzandosi e caricando un bel po’​ di peso specifico su medici, giudici, insegnanti, se vogliamo considerare i tre ambiti della vita che prevedono un mestiere che compenetra anche una missione. Tanto, nel pensiero comune, vi sono un linguaggio astruso, una procedura troppo complessa e indistricabile, e soprattutto qualcuno più specializzato, più autorizzato, in grado di decidere per noi. Per dirla con il linguaggio dell’azzardo, a cui un tale atteggiamento in effetti pare dare fiato a tutti gli effetti, le jeux son faits. E rien ne va plus, ossia nulla è più valido se i giochi sono ormai fatti. Da questa distanza tra le parti, da questa incomunicabilità proceduralizzata, e cristallizzata da processi telematici che alienano ancora più gli interlocutori, con la mera illusione di velocizzare il tutto ma di fatto aumentando il numero di passaggi, di iter, di viluppi e di gabelle, con la contestuale scarsa disponibilità di risorse umane (vedasi presenza di medici nei reparti o di giudici nelle sezioni dei tribunali), si aggiunge il corto circuito dell’insoddisfazione tradotta nella malpractice sanitaria o in lungaggini processuali che snaturano la loro funzione e rappresentano un boomerang micidiale. È la resa al depistaggio, alla sottrazione di cura che esalta la lista di attesa, il culto dello sportello dove la fila non termina mai. 

L’uomo, di fronte a ciò, non è più il fine, e per assurdo neppure il mezzo: resta triturato tra gli ingranaggi di una procedura che vive di sussunzioni dal particolare al generale, quando invece il processo dialogico dovrebbe devallare dall’alto verso il caso concreto, verso i fatti, ​rispettando, anzi valorizzandone le specificità.
Ed è proprio in quel processo dialogico da un polo all’altro che si sviluppano energia, creatività e molteplici soluzioni rispetto alla rigidità del conflitto, dei binari precostituiti e fissi, delle contrapposizioni, dei meccanismi inceppati. È l’arte della mediazione. 
A fronte del realismo, queste sono generalizzazioni: heureusement esistono medici, giudici e insegnanti che conoscono e riconoscono gli esseri umani, sanno ancora ascoltare, hanno la capacità di trovare un comune linguaggio, rimettono la procedura al servizio della persona come fosse una scala salda e diretta, che consente all’individuo di passare da un luogo all’altro – senza delegare o comunque stare a guardare – tenendo tra le mani la propria ineludibile responsabilità.