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Tesori Sommersi: La Genova Dei Templi Del Voto Popolare

Scritto da Piero Russo.

Dice Brâncuşi che l'architettura è una scultura abitata.

Vedendole appese ai muri, conficcate alla meglio sotto i balconi, sopra i portali, a penzoloni sul fato dei vicoli, spesso le chiamiamo, erroneamente, soltanto madonnine. A pensarci bene, non che fossero un’attrazione fatale anche per me, però le osservavo senza distrazioni. Qualche volta le fotografavo. Ieri, due miei studenti hanno voluto informazioni su una delle più antiche. 
Gli adolescenti sanno sempre come sorprendere. Non mi sono quindi preoccupato di interrogarli su quali ragioni stessero dietro la domanda, perché ho cercato di soddisfare la richiesta. Sono stati loro a darmi le motivazioni, appena terminato il monologo. È evidente che non li avevo annoiati abbastanza. 
«Ho trovato un libro in casa di mia nonna» ha esordito uno dei ragazzi, mostrandolo con qualche fierezza, «e c’era quella lì in copertina. Non conoscevo la storia ma volevo sapere se era moderna o vecchia». 
«E come mai questa curiosità culturale?» 
«Boh? Lui vuol fare il politico,» si intromette la compagna di banco, «non gli serve la cultura». Fra le risate generali, un secondo si incuriosisce e chiede come mai le ho chiamate edicole. Ebbene, i loro nomi sono parecchi, ma l’origine di quel vasto e complesso fenomeno costituito dai tabernacoli e dalle icone più o meno sacre che caratterizza molte città, nel mio caso Genova, è antico, e deriva dalla parola latina aedicula, a sua volta diminutivo di aedes, ossia tempio. Tempietto, per la precisione.

Ve ne sono a Palermo, a Roma, a Firenze, e sparse in migliaia di paesi sul territorio nazionale, ma soltanto a Genova si presentano con tagli e architetture tanto originali. Bisognerebbe recuperarne la preziosità, restaurarle, nostro malgrado la delinquenza istituzionale non è dello stesso parere. 
Lo studio dei loro elementi figurativi è uno strumento valido per approfondire atteggiamenti e inclinazioni sociali che nel corso dei secoli sono stati alla base della produzione di esse, poiché ognuna mostra aspetti singolari oltre alla funzione pittoresca per cui è conosciuta. Un punto chiave è lo strettissimo legame con le aggregazioni sociali all’origine del nucleo cittadino. Configuratasi nel basso Medioevo, e rimasta inalterata per molto tempo, Genova ha sempre avuto problemi di spazio, di accidentalità del suolo e di concentrazione umana nel foro portuale. Da questo ha tratto, per logiche ragioni, soluzioni urbanistiche impensabili altrove.  

Porticati e logge aprono e socializzano spazi privati alle attività pubbliche; fontane, carruggi, vicoli e sculture – anche votive, nelle quali rientrano le edicole – sono l’arredo generato da quella vita di scambi e relazioni che si intreccia negli spazi da essi resi possibili, e condivisi. È la seconda identità di un luogo che al visitatore attento assurge pari alla prima, perché proiezione e continuazione del cuore ibrido che la compone. La presenza di una spazialità ridotta ed estremamente particolare ha fatto sì che, nelle strade, il culto trovasse espressione non solo nel barocco delle chiese, ma anche nelle sculture duecentesche di madonne, diffuse negli anni della predicazione di San Bernardo.
In seguito, ogni contrada o congregazione volle “dire la sua” in materia, collocando o ricollocando, al posto di quelle più arcaiche, proprie immagini sacre a cui raccomandarsi, senza scordare quella di S. Giovanni Battista, patrono della città.  
Parallelamente anche artigiani e negozianti, riuniti nelle loro associazioni, facevano erigere le edicole dedicate ai culti pubblici e privati dei quartieri; a volte, persino delle singole vie. Si evidenzia, pertanto, un’altra funzione di quei tempietti: proteggere idealmente il negozio, la corporazione, o la bottega della via, numerose volte sede non solamente dell’attività ma anche dell’abitazione del gestore.

È un fenomeno, quello sopra descritto, andato generalizzandosi alla svelta tanto nelle stradine private quanto nei “vichi” più modesti, dove le varie famiglie si riuniscono e fanno costruire, ma in qualche caso edificano da sé, le madonnette.  
Poste a guardia degli edifici, le zone aristocratiche ne avevano addirittura non solo una per ciascun portone, ma a vegliare su ogni pianerottolo interno. 
Molto importante, poiché legata alla sussistenza dei mercati e della popolazione, è la funzione protettiva nei confronti di barcaioli, pescatori e naviganti, che nell’area del porto concentrano tutti i richiami alla beatitudine, gli appigli possibili per favorire la benevolenza dei santi. 
Prima della partenza e all’approdo, dopo giorni o settimane di mare, la tradizione adunava sotto le edicole interi equipaggi e relative parentele in preghiera. Un’espressiva testimonianza quotidiana è presente in un brano di Joseph Autran del 1840: «Una sera penetrai nei vicoli che scendono al porto. Una poesia mi aspettava. Quella della religione italiana, della Madonna. Ogni crocicchio ha la sua. Ne vidi molte in nicchie alte, scolpite, con immensi mazzi di fiori appesi davanti all’effigie. Ai piedi vi ardeva una lampada tutta d’argento. Gli uomini passando davanti si scoprivano il capo, le donne si inchinavano. Davanti a una, nell’angolo di una casa poverissima, vidi una scena toccante: delle donne del popolo e dei bambini vestiti di stracci erano inginocchiati in cerchio sotto di essa; in mezzo al gruppo un vecchio cantava le litanie e la piccola folla rispondeva con raccoglimento. Quando il vecchio ebbe finito le litanie, cantò l’Ave Maris Stella. Il gruppo era formato da una famiglia di marinai di cui il più giovane, appena dodici anni, si imbarcava l’indomani». 

Quelle costruzioni avevano anche il compito della protezione notturna delle vie e piazze più buie e pericolose, grazie ai lumi che ardevano innanzi in continuazione. 
Ma tornando alle corporazioni artigiane e dei vari settori del lavoro, tale è la forza di questo spirito associativo nella sua espressione urbanistico-edilizia, e il suo patrimonio religioso-figurativo della tradizione, che la storia ne ha intagliato leggende attorno.  
«Quali, prof?» domanda di nuovo Vercesi dagli ultimi banchi. «Ce ne racconta una?» prosegue un compagno.   
Dovrei riprendere l’analisi delle strutture che adornano le case e i muri della antica Repubblica di Zena, unica al mondo innanzitutto per le sue Corporazioni. Ai ragazzi della classe, così pazienti da sospendere la loro curiosità per un giorno intero, ho ripreso parlando di via degli Orefici, che fino a poco tempo addietro era sede di tantissimi negozi e laboratori appunto di oreficeria. Nella stessa via, troneggiava la famosa madonna dipinta su ardesia dal celebre Pellegro Piola, nel 1640, che la Corporazione riuscì ad acquistare a stento (come raccontavano i Remondini) superando altri pretendenti, fra cui i Portantini della vicina piazza Campetto, che dopo lo smacco subito non presero più alcuna altra immagine. 
Anche in Vico dei Macelli vi erano fitte botteghe di rinomati macellai, e presso l’omonima piazza si conserva la statua della madonna col Bambino, la cui iscrizione chiarisce ch’era frutto dell’arte dei beccai. E così via per Vico Indoratori, Vico dei Notai, Vico del Filo, dei Cartai: tutti ugualmente col proprio corredo di una o più edicole sacre, talvolta uniche testimonianze rimaste delle attività che vi si svolgevano. 

Sotto il profilo urbanistico, il loro elemento figurativo essenziale costituisce un riferimento visivo perfetto a determinare la costituzione o la modifica della zona nella quale erano collocate; trasformandole in quello che esse stesse rappresentano. Tant’è, Vico del Rosario, inizia da via della Maddalena laddove essa ha origine da un’edicola con quel nome; identica storia per Vico delle Cinque Lampade e la piazza attigua, la cui madonna era tanto rinomata ed onorata che vi ardevano sempre non meno di cinque lampade. Da qui, la derivazione del nome, mutato in Lampadi nel XVIII secolo, poiché sino allora i Cicala, famiglia padrona del palazzo dov’è inficcata, la avevano assoggettata al loro casato. 
Connesso a questo porsi come elementi di riferimento a livello di quartiere, quando non persino a indicatori urbani, è un aspetto tanto scenografico quanto qualificante della città storica e di quella carica di fascino che porta con sé.  
Un illuminante esempio viene dall’edicola posta sul fianco della chiesa di San Donato, inserita qui sotto (fotografia in bianco e nero malgestita, forse perché troppo artigianale): per chi scende nella zona dallo Stradone di Sant’Agostino lo scenario di quel lato algido, nudo della basilica, col paramento murario geometrico e medievaleggiante, è impossibile non notare l’enorme scultura tutta intarsiata e ridondante di fregi della madonna con il Bimbo e gli angeli di foggia tardo-barocca, in un ensemble d’impatto estremamente denso e movimentato. 

Medesimo discorso potrebbe farsi per la notevole edicola di piazza Pollaioli, all’angolo dell’omonima via, sproporzionata rispetto al minimo slargo su cui veglia, ma commisurata con la magnificenza a tutto tondo di via San Lorenzo. E ancora la monumentale edicola di piazza Soziglia, posta sul fronte della vecchia Dogana, e che domina sia la facciata che l’intera prospettiva della piazza. 
La maggior diffusione di queste architetture si colloca attorno al Seicento-Settecento, quando la città fu consacrata alla madonna della Regina di Genova. Lì, il suo culto entrò nelle case di ogni abitante e negli atri delle istituzioni, negli eventi e nelle ricorrenze celebrati lungo tutto l’arco dell’anno. Oggi non restano altro che la sagra del bue, della ciabatta, della lucciola o della patata, ambigue funzioni di un sistema che è riuscito a corrompere anche lo spirito artistico, soffocandone gli incantesimi al netto dell’incuria, perché incapaci di una resa in denaro sonante. 
Le tracce però, sono dappertutto. Generazioni d’inetti non sono riusciti a scrostarle da dove artisti più o meno esperti le avevano erette, o aperte, nel fianco dell’arredamento urbano. Ve n’erano alcune persino sulla punta dei moli, giusto per rimarcare il carattere marinaresco del luogo. 

In quell’epoca buia, tanta luce veniva da scultori e artigiani del marmo, della pietra, professioni da un passato grandioso che l’imbarazzante sordità dei Ministeri non intende (più) recuperare. Perché con quei tesori tornerebbe a galla uno degli aspetti più sontuosi del capoluogo. Guerre, pestilenze e poi naufragi scampati: per secoli sono andati moltiplicandosi, nelle forme più fantasiose, tabernacoli e altarini, edicole e statue consacrate prima allo spirito che allo stile, ma che grazie al secondo hanno inciso il loro nome ben al di là di una targa nella parete.
L’iconografia è un patrimonio figurativo né ortodosso né ufficiale, almeno a Genova, e una volta di più le edicole traggono i loro elementi dalla personalità dei maestri che le realizzano, in unione coi gusti dei richiedenti e con le destinazioni ad esse adibite. Affiorano dunque ricordi e “letture” della realtà del Montorsoli, di Taddeo Carlone e di Parodi, Schiaffino, Ponsonelli e Domenico Piola, non proprio gente da quattro soldi. 
Non c’è alcun limite alla creatività degli artigiani e degli artisti, basta osservarle una per una: sono tutte, pur comuni per soggetto, differenti. Ricche nelle pose plastiche e nei motivi (angioletti, putti, nuvole, ghirlande di fiori e di frutta), nella finezza del modellato, negli stucchi e nei marmi. Gli esempi più spettacolari sono quelle della via Lomellini, della piazza dietro i Forni, della salita di San Nicolò, del Vico inferiore di Pellicceria, quella di piazza Carmine, di via dei Giustiniani, Boccanegra e salita delle Fate. 
Quelle d’angolo, poi, si distinguono per la particolare articolazione delle forme e una più vasta libertà spaziale: in Vico Salvaghi ce n’è una, interamente in stucco, con minuscole figurine nervosamente plasmate.  
Per non far diventare l’esposizione una lezione alternativa di Storia dell’Architettura, risparmio di enumerare frizzi & lazzi di medaglioni d’angolo o di parete, spesso piazzati come sovrapporta; agli interessati porgo l’invito a girare per la città con il naso all’aria: non sempre è sinonimo di frivolezza, più spesso aiuta ad accorgersi di un mondo che viaggia su di un alt(r)o livello, proteso verso il cielo, forse nell’estremo tentativo di difendersi dalla brutalità di quello in cui tutti i giorni ci muoviamo. 


1. Patrizia Falzone, Le edicole sacre del centro storico di Genova
2. Nel 1863 le edicole di Genova erano 849. Alcune già mancanti, altre distrutte o svuotate delle immagini sante. Novanta anni più tardi, un nuovo censimento ne individua solo 87 complete, mentre 450 sono quelle rimaste. Oggi se ne ritrovano non più di 230, e il numero è in calo di anno in anno. Con esse scompare una parte di Storia, che gli uomini attuali sanno cancellare tanto bene quanto sostituire con spogli teatri del nulla.