Stampa
PDF

L'Appetito Nomade Dello Spirito e La Storia Dell'Avventura

Scritto da Daniele Giovannini.

La letteratura è ciò che fa viaggiare gli uomini senza bisogno di spostarsi.

Un tempo era virtù, prima che il mercato si prostituisse alla fama degli autori, per vendere un paio di migliaia di copie in più (che poi, a vedere i dati non è affatto vero: si tratta proprio di scelte suicide) e abbassare il livello della qualità, per dare un piacere gretto, accessibile al grosso del pubblico senza bisogno di complicati investimenti sulla qualità. Il viaggio si è così ridotto di frequenza, di aspettative e orizzonti, sostituito dalla fantasia zoppa e mistificatrice dei media, o dal labirinto senza uscita della tecnologia.   
Davvero arduo pronosticare una fine più ingloriosa per l'attività che, dalla notte dei tempi, ha spinto l'uomo oltre i limiti delle sue possibilità, oltre a quelli del pianeta, a caccia di quel territorio dove ha ancora un senso lo stupore ed intatta è la promessa di una qualche felicità. E il nuovo, si sa, è fonte di stimolo. E nell'estate del 1491, un anno prima che Colombo salpasse da Palos, e Vasco Da Gama doppiasse il Capo di Buona Speranza, un tal Gerolamo da Santo Stefano, di stirpe ai più sconosciuta, assieme all'altrettanto ignoto Gerolamo Adorno, si imbarca in uno di quei viaggi ai confini del sapere. Ci impiega otto anni a tornare e lo fa senza il socio, che non riporta a casa la buccia.  

Di letterario, quel percorso nell'ignoto, ha tutti gli ingredienti, anche se ne rimangono poche tracce: due sole lettere, una scritta da Colombo il primo giorno di Primavera del 1502, inviata da Siviglia all'ambasciatore della Repubblica di Genova alla corte del Re di Spagna; l'altra è una dettagliatissima relazione di viaggio dello stesso Gerolamo da Santo Stefano, indirizzata a un certo Jacopo Maineri il 15 settembre 1499, da Tripoli di Siria.
«Sto per salpare» premette Colombo, «col buon tempo in nome della Santa Trinità. Se viene Gerolamo da Santo Stefano ditegli di aspettarmi e di non imbarazzarsi con nessuno. Il Re e la Regina lo ospiteranno sino a che io venga», in una missiva che è prezioso documento storico e di stima per il mercante ligure. Che assieme al conterraneo è uno degli ultimi protagonisti della schiera di viaggiatori italiani che nei secoli aprirono vie commerciali nelle favolose terre del medio e dell'estremo Oriente.  
La letteratura di quegli itinerari, la loro parabola sospesa fra cronaca e leggenda, è custodita oggi nei libri di storia e nella Biblioteca universitaria di Bologna. E se un viaggio privo di peripezie, come dice un motto popolare, è una passeggiata attorno al tavolo di casa, quello dei due naviganti è l'esatto contrario.  
«Il ricordo ancora il dolor mi rinnova» afferma il da Santo Stefano, che assieme all'Adorno parte con tanti bottoni e poche altre mercanzie, attraversa il Mediterraneo e fa tappa ad Alessandria, «cita degipto molto antiqua et al presente la mayor parte disfacta». La prima di una lunga serie.  

L'epidemia di peste non permette ai due mercanti di piazzare i loro articoli, così decidono di puntare alla volta del Cairo. Ma anche lì la situazione sanitaria non dev'essere delle migliori, se è vero che in soli due mesi il morbo miete un milione e settantamila anime di tutti i ceti sociali. I due, però, vi si fermano un anno intero, poiché «la corte del Sultano è bella come quella di Roma».   
Di comune accordo, ripartono il 15 luglio 1492 e risalgono il Nilo fino all'attuale Keneh, dove stanno per poco meno di due mesi. Lungo le sponde del grande fiume si imbattono in molte città rase al suolo, e antichi sepolcri giganteschi, come «cocci di diamante rovesciati verso il cielo». Nei pressi di Keneh, senza più lo spettacolo delle piramidi che si alzano nel deserto, i due notano come la città non abbia opere di difesa dell'abitato né artificiali, né naturali. Il fiume, in quel punto, è infestato da coccodrilli che somigliano a serpenti con quattro gambe e senza ali, grossi di corpo come un asino e lunghi venti palmi.  
Osserva ancora il commerciante che quando quegli animali raggiungono la riva tengono la bocca aperta per far sì che un uccello, grande come una pernice, gli entri in bocca a mangiare il cibo rimasto fra i denti. Sulla sponda opposta del fiume egli segnala un mucchio di rovine, dai locali dette Dandala (l'odierna Denderhat), che va prontamente a visitare. Fra i viottoli riarsi dal sole dei secoli ammira un maestoso portale in marmo e un tempio costruito con pietre e piombo «lungo un tiro d'arco, con colonne stupende sulle quali sono scolpite antiche storie di giganti e altre che non si capisce».  
Dopo una sosta di 55 giorni la coppia riparte, unendosi a una carovana di mori, che forte di 200 cammelli rifà in sette giorni la strada percorsa da Mosè quando fuggì dall'Egitto per raggiungere Koseir, sulle sponde del Mar Rosso.   
La presenza di predoni arabi impone al gruppo di essere sempre armato ed attento; il deserto, poi, è in uno dei suoi punti più feroci, e si oppone con quella spettrale distesa di sabbie ostile ad ogni forma di vita. Nonostante ciò, la comunità riparte verso Sud dopo circa 15 giorni di sosta, su una nave di duemila cantari con le vele di palme. E la discesa nel Mar Rosso è lenta perché ogni sera, per evitare i banchi coralliferi, il natante deve prender terra e attendere l'alba successiva.   

La costa è disabitata, tranne per qualche sparuto nucleo di pastori nomadi, dai quali si compra una dose di latte, carne e bitiro. Tutto procede regolare sino all'isola di Suakin, dove la ferma dura altre due settimane.
L'isola, scoprono, è densamente popolata, il commercio è intenso, ferve un mercato di «robbe» e non da meno di schiavi. Non esiste l'acqua potabile, e gli uomini e le donne vanno a farne provvista ogni mattina sulla terraferma, portando a spalle grossi otri che trascinano a nuoto  nel canale, largo un miglio e mezzo.   
Con la stessa imbarcazione prendono la via del corno d'Africa e lungo il percorso incontrano pescatori di perle, la cui qualità però non è delle migliori; così, proseguono verso l'Oceano «per una bocca molto stretta», e in trenta giorni di mare travagliato raggiungono il porto di Aden.   
La differenza di cultura qui non è un problema, tutt'altro, permette ai naviganti di integrarsi con più facilità, e «il credo maomettano, buono per la loro fede, fa il loco centro di gran trafego» nel quale attraccano numerose navi provenienti dall'India, cariche di spezie e di altri beni preziosi. Grazie anche a quelle floride attività di mercato, i due si fermano ad Aden quattro mesi e vi ripartono su una barca da 20.000 cantari, fatta di corde e vele di cotonina. Stanno a mollo per oltre un mese senza mai vedere la costa, finché sbarcano a Calicut.   
Lì, il signore è pagano, come tutta la gente a lui soggetta. Anche nel suo porto il commercio è fertile, in tutte le aree attorno alla città crescono e si raccolgono il pepe e lo zenzero. L'albero del pepe, che il Gerolamo vede per la prima volta, è simile alla nostra edera, e ne riferisce con cura misure, stato, foglie, colore, con lo scrupolo di un botanico.   
Produce dei grappoli lunghi mezza mano; gli acini maturi sono verdi come il ginepro, e non è vero che i locali lo bruciano per evitarne la riproduzione (come si credeva allora), anzi, una volta raccolto lo fanno essiccare al sole, e in otto giorni è bell'e pronto: nero e rapato. Lo zenzero invece è una radice, più o meno come lo zafferano; ha foglioline simili a quelle del giglio selvatico, e gli bastano due o tre mesi per produrre una radice molto spessa.   

Frequentissimi, nell'areale, sono gli alberi di noce d'India, o noce moscata, che somigliano alle palme da datteri. Dalle loro noci si ricavano olio, vino, latte, aceto, zucchero, e con la scorza ci si fanno delle corde robuste. Poi vi sono delle fila, o macchie più a spaglio, di piante che ricordano i prunus delle nostre pianure; altre essenze di cui il mercante non sa dare somiglianza, e non esiste il frumento.   
La religione locale, pur venerando gli stessi dèi, ha costumi diversi secondo l'appartenenza a una delle tre caste in cui si divide il popolo.   
La prima, formata da sacerdoti, è detta Numbeti. Sono vegetariani, non si sposano e sono dediti alla cura delle chiese.   
Poi vi sono i Nayr, i signori del luogo. Prevalentemente soldati, anch'essi vegetariani; le loro donne, quando «gli vien appetito» possono prendere anche otto mariti. I figli di padre incerto non ereditano mai dal padre, pure se li ha cresciuti, e i beni di quest'ultimo vanno ai figli della sorella. Nel caso non vi fossero parenti diretti in linea femminile, incamera tutto il Signore del luogo.   
L'ultima casta, detta dei Sureni, è la più povera. Sono coloro che salgono sugli alberi a prendere i frutti, e proprio perché lavorano sono odiati dagli altri che non gli rivolgono la parola, come «se fussero ammorbati». La differenza con la casta dei politicanti d'oggi, che dà soldi alla scuola privata, che tutela gli interessi dei capitali, che tassa i cittadini e se ne sbatte di dissenso e povertà, sta nel fatto che i Sureni non possono sposare una vergine o la contaminerebbero per cui, a 12 anni, le ragazze vengono mandate dagli uomini delle altre caste a perdere la verginità. Solo dopo tale esperienza potranno andare in sposa a qualcuno degli inferiori. Il Parioli ed Arcore erano ancora distanti.   
Gli uomini adorano i buoi e le vacche (e non mangiano mai la loro carne), hanno idoli di legno, statue di pietra, disegni di animali. Girano nudi «dalle parti vergognose in fora», e a Calicut, se due litigano e non ci sono prove per far valere le ragioni, il Signore invita colui che dei due nega a calare una mano in un vaso di rame colmo d'olio rovente. Il colpevole si brucerà, l'innocente non patirà alcun danno.   

Con gli occhi gonfi di ciò, i due Gerolamo ripartono alla volta di Quillon, abitata da cristiani Armeni che nel tempo hanno eretto chiese stupende e osservano la Quaresima, pur senza avere preti. Non vi sono molestie od ostacoli di tipo religioso: a quelli avevano già pensato i cattolici con le crociate.   
Ceylon ha gli stessi idoli di Calicut, ma presenta due risorse differenti: la cannella e i rubini. L’albero, rilevano, ricorda un po’ il salice, le gemme rosse invece punteggiano la roccia sottoterra.   
A Coromandel rischiano di essere scambiati per usurai occidentali, ma se la cavano bene; riescono in qualche maniera anche a procurarsi riso, cotone e sandalo rosso, e a restare sbigottiti nell’apprendere di una spaventosa usanza: quando uno muore, il suo corpo viene bruciato con la moglie, ancora viva.   
In un sobborgo di Madras visitano il sepolcro di San Tommaso, trascurato già allora, non essendovi in zona granché di devoti.  
Il culto è tutto per un idolo dorato che, alla fine dell’estate, viene portato in processione su un carro per quindici giorni di seguito. Non mancando i fanatici, c’è sempre qualcuno che si fa schiacciare dal mezzo, sia a scopo purificatore sia per espiare peccati incompiuti; mentre altri si fanno trascinare su carrette, con dei ganci di ferro appesi alle spalle. Chi muore in quel modo è considerato santo, e i suoi parenti sono tenuti nella massima considerazione.   

Passano suppergiù sette mesi prima che Gerolamo da Santo Stefano si rimetta in moto, scambiando una grande fiumara – l’Irawaddi – per il Gange. La stagione favorisce gli spostamenti, e dopo un faticoso viaggio di risalita approda a Peigu, il cui porto è comandato da un reggente che ha diecimila elefanti e ogni anno ne alleva cinquecento. Le opportunità di mercanteggiare in rubini sono ottime, ma a causa della guerra è costretto a vendere tutto il tesoro accumulato, del valore di almeno due mila ducati, a costui. Dovrà penare per venti mesi prima di riscuotere il suo credito, pur sollecitandolo giornalmente.   
Inoltre, per la penuria di conquibus, il suo compagno di avventura si ammala, e senza l’ausilio di medicine il suo destino è segnato. Gerolamo Adorno muore il 27 dicembre 1496, mentre si dissetava alla fonte di quel viaggio che non aveva mai smesso di intraprendere.   
Il giorno stesso, fra le preghiere e il dolore dell’amico, viene sepolto in una vecchia chiesa, dove alcuni homini da bene lo confortano, convincendolo alfine a partire per l’isola di Malacca. Ma anche questa volta le cose non vanno secondo le previsioni, e fra una rotta sbagliata ed una burrasca approdano a Sumatra, dove appena sbarcati sono vittima di un garbuglio: il Signore dell’isola pretende, com’è uso nel luogo, i beni di proprietà dell’Adorno.   
Lo sfortunato viandante cerca di difendersi come può, e con l’aiuto di un Cadì riesce a recuperare una parte del tesoretto, quindi acquista della seta e prende il largo verso Cambaja. Costeggia le Maldive, qua e là vi attracca e constata che sono abitate da gente di colore che vive di pesci, poco riso, e va in giro nuda. Suo malgrado, capita nella stagione delle piogge, e oltre ad attendere sei mesi prima di poter ripartire, dopo otto giorni di navigazione gli acquazzoni torrenziali affondano la sua nave, priva di coperta. Il naufrago resta aggrappato a una trave sino al tramonto, quando un’altra imbarcazione lo vede e lo riporta lentamente a Cambaja. Qui, incontra dei commercianti di Damasco che lo aiutano, ma a una condizione: che si metta al loro servizio per un mese.   
Gerolamo paga il debito, ricostituisce un minimo capitale e riparte, stavolta sopra un natante più solido, e nell’arco di sessanta giorni arriva ad Ormoz, dove i suoi affari prosperano grazie alla compravendita di perle di alta qualità, pescate dai nativi a una ventina di chilometri dalla costa. Esaurita la scorta di preziosi, si dirige alla volta della città di Laar, aggregandosi ancora a una carovana di mori. E la gente di laggiù lo incanta, per giunta non si pagano «dacii o gabelle». 
Le ulteriori tappe di quel faticoso eppure appassionante peregrinare sono Siraz, Ispaan, Cochen, Sultanie, in cui incontra svariati casolari abitati da Armeni cristiani, e al termine di una marcia massacrante fra neve e gelo, entra in Tauris, «centro stupendissimo e armonioso» nel quale ritrova, in un convento di frati dell’ordine di San Bartolomeo, un vescovo conosciuto a Genova.   

Camminando a piedi, zavorrato di un bagaglio non di soli oggetti ma di ansia e di memoria, e della fame di altri passi e paesaggi, persone, esperienze, profumi, affari e contatti che sospingono l’essere umano nel suo infinito circuito della curiosità, e fanno d’ogni scoperta un bisogno, di ogni sguardo una necessità, in tre notti rischiarate dalle stelle arriva ai piedi di una montagna sulla quale «niuno può montare imperhò che è molto alta e sempre coperta di neve». È l’Ararat, dove a detta degli autoctoni si sarebbe posata la biblica arca di Noè dopo il diluvio.   
I dintorni sono affascinanti, e Gerolamo si trattiene alla ricerca delle radici del suo Credo e di gemme avventizie su cui scorgere il bocciolo dei fiori del rinnovamento, perché il viaggio è anche e soprattutto un rinnovarsi continuo, e ritrovare se stessi uguali e diversi in un angolo insospettabile del mondo. E via così fino a capire che non è importante arrivare – arrivare dove, poi? – quanto andare, percorrere la via che non è indicata, e non per un capriccio della sorte. 
Nelle pievi erette negli intestini di Macco scopre i sepolcri di San Taddeo e San Simone, e in un borgo adiacente, di cui non ricorda il nome, le spoglie dell’apostolo San Bartolomeo.   
Respira quell’aria che è ormai sua, giacché la geografia di un uomo è tutti i luoghi che ha sfiorato con le membra e con i sensi immaginari, finché riparte per Asanchaif, prosegue per Amit, si incanta davanti alle mura su cui sono scolpite lettere greche come diari di storia, supera Raa, ed arriva al confine tra «il paese de lo Sultano e quello della Persia».
Attraversa le acque torbide dell’Eufrate, fiume che ha bagnato l’alba della civiltà occidentale, e sempre a piedi arriva ad Aleppo, un luogo «di gran trafego di sete, droghe, zoie e ciamelotti».   
Da lì a Tripoli di Siria il salto è breve, ed in quel posto «appresso la marina due milia et molto antiquo, et edificato da cristiani» sente già il richiamo nobile di Damasco, ultima tappa prima del rientro. Genova, se lo accoglie, lo fa con la consueta elegante deferenza, e nel capoluogo ligure egli conclude la relazione con un pensiero per l’amico scomparso e ai propri peccati, senza i quali «mi sarei potuto contentare di quello che avevo guadagnato». Perché un viaggio è anche espiazione, è perdere passo dopo passo il sudore dei sensi, il carico che grava sullo spirito.

1.Incipit del manoscritto originale di Gerolamo da Santo Stefano (conservato nella biblioteca Universitaria di Bologna) 
2.Cronologia e osservazioni tratte da Due Viaggiatori fra Commercio e Avventura (A. Sarchi), 1978