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South Sound e le «Vaneparole»

Scritto da Domenico Logozzo.

«Non c’erano soldi ma tanta speranza» cantava il crotonese Rino Gaetano.

Parole che mi sono tornate alla mente quando una sera, a Gioiosa Jonica, l’amico Bruno Pisciuneri mi ha fatto vedere le foto del complesso musicale dei Girovaghi. Erano gli anni Sessanta, anni in cui vi era un fiorire di idee continuo: giovani e non solo che sognavano e sapevano sognare, e la musica a dare una spinta in più per guardare il futuro con ottimismo.
Tanti, troppi si sono adoperati per fermare quel movimento che però dava modo alle belle iniziative di nascere e rinascere dalle proprie ceneri con l’energia della passione. Che è poi la carta vincente per il fermento culturale, primo ingrediente per la fiducia. Così come la magia della musica, la tradizione delle bande, lo studio, la nascita di complessi musicali e le esibizioni estemporanee. I cantanti e gli strumentisti erano bravi, sapevano fare il loro mestiere, altro che i bluff attuali, con grandi coreografie e piccole stature artistiche. Chi stava sul palco sapeva anzitutto le radici della musica, ed aveva un asso nella manica oggi raro: la capacità di improvvisare. Per giunta credeva pure nella rinascita possibile in un mondo di promesse non mantenute. Un sogno, forse una chimera, specie tra i giovani del poverissimo Sud. Allo Stato poco o nulla interessavano le regioni meridionali. E quanti parolai, quante aspettative sono state messe in scena, e poi fuori gioco, dai nani della politica.

Il Presidente della Repubblica, uno dei tanti che si sono alternati ripetendo gli stessi concetti dal 1946 in poi, ha detto di dare fiducia ai giovani, di ascoltarli. Ma dai! Ha detto alle imprese di investire al Sud, perché: «il momento è adesso, non domani: ci sono le condizioni giuste, a partire da agevolazioni fiscali mai così vantaggiose». Che ventata di novità, eh? Il Sud al centro delle agende istituzionali: uno slogan che finora non si era mai sentito. Mezzo Sud, infatti, è emigrato per fuggire alla miseria, e con le parole non si è tolto la fame. I giovani hanno continuato ad andare via.
Saverio Strati, lo scrittore che ha raccontato e reso universale, attraverso i suoi libri, l’epopea calabrese degli ultimi, aveva lasciato la sua Sant’Agata del Bianco per trasferirsi in Toscana. Vincitore nel 1977 del Campiello con Il selvaggio di Santa Venere, 40 anni fa affermava in una conferenza a Torino: «Il Sud ha ormai esportato tutto, anche i suoi uomini: sarebbe tempo di cominciare a reimportare ciò che abbiamo disperso. Potrebbe essere l’inizio della rinascita. Certo, non è tutto.
Occorre anche una nuova moralità, dobbiamo imparare a vergognarci di lasciarci mantenere dal resto dell’Italia. Perché dobbiamo vivere di sovvenzioni, di leggi speciali?». In risposta, ecco la trombonata del Presidente: «Non siate nostalgici della Cassa del Mezzogiorno», e «qui lo Stato garantirà sicurezza e sviluppo, qui il Paese alza la testa orgoglioso delle sue grandi opere» (forse alludeva agli ecomostri).

L’eredità che lo Stato lascia al territorio è un debito immane.
Lo sviluppo è ciò che la gente, da decenni – anzi, storicamente: da secoli – chiede. È ciò in cui credevano e cantavano le band di allora: non più scelte obbligate ma opportune, e senza subirle. L’erede dello storico Bar Italia di Gioiosa Jonica, grande musicofilo, il signor Bruno Pisciunieri, mi ha mostrato un ritaglio della Tribuna del Mezzogiorno, con un trio di armonicisti nel quale suonava, ed un complesso di beat melodico: i Girovaghi. Conserva ancora la copia di un contratto del ’67 per una serata musicale in occasione del patrono in un borgo della Locride.
Settantamila lire di compenso, sanzioni per eventuali inadempienze, e cinquemila lire di trattenuta per ogni componente in meno, rispetto al numero stabilito. Era il giorno otto di un settembre bollente: tra il Comitato Feste San Sebastiano in Condoianni (Reggio Calabria) ed il signor Giuseppe Loccisano, componente del complesso melodico-beat “I girovaghi” da Gioiosa Jonica (RC) si dava atto della missione spirituale della musica nero su bianco.

Clausole ben definite: «Il complesso sarà costituito da 5 orchestrali, due cantanti di sesso diverso ed un presentatore Rai-Tv (...). Restano a completo carico del Comitato: diritti SIAE e tasse erariali».
C’è stato poi chi ha fatto trasmissioni sulle cosiddette meteore, gli artisti di passaggio, andando a indagare dove e come si erano sistemati una volta appesi gli strumenti al chiodo, e la sorpresa più grande era sempre vedere che al chiodo c’era appesa una tela, un quadro, un ramo di olivo, un calendario: mai il ferro del mestiere. La musica è una vocazione, non si corrompe con il ricordo; non viene lavata via da nulla, né ammette in sé soltanto gli aspetti metrici di parole e melodia; la sua struttura ha una forma che muta pelle secondo chi la ascolta, e quindi la riceve – e le dona a sua volta, in uno scambio prettamente emotivo –, perché le corde che pizzica sono quelle dell’animo. Per questo anche un documento di carta, una cosa formale come un contratto, è in realtà un legame, e ben solido, con ciò che siamo stati e ciò che dovremmo tornare ad essere. Senza più compromessi.