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Unconventional Novel

Scritto da Alice Bottoni.

Non aspettatevi un romanzo, siate pronti ad essere disorientati.

Ho fatto un esperimento: ho dato in mano a mia madre, a mio padre e a mia sorella Sul soffitto, di Èric Chevillard, e la reazione, fin dalla copertina, è stata la medesima: sconcerto. «Da che parte si legge?», «Qual è il davanti?», «Ma... è al contrario?» mi hanno chiesto. Non è un caso che l’editore Del Vecchio abbia deciso di (dis)orientare il lettore già con la grafica – che colpisce per lo stile vintage, e per il tratto inconfondibile di Maurizio Ceccato –, certo il linguaggio e la narrazione di Chevillard sono altrettanto destabilizzanti. 
Il protagonista parla in prima persona e direttamente al lettore, trascinandolo nella sua storia da escluso, che a dispetto delle risa che lo accompagnano per strada persevera nei suoi usi e non si lascia distrarre dal mondo. Quel mondo che per essere visto e capito meglio, spesso va guardato al contrario. E ciò che isola, e nel contempo dà un posto nella comunità alla creatura di Chevillard, è l’avere una sedia sulla testa. «Senza di lei,» si domanda, «dove sarei?» 

È una forma di terapia. Dal giorno in cui il medico gli ha suggerito, per correggere la postura, di portare una sedia sulla testa, il protagonista si trova così a suo agio che decide di tenersela. Oggi una sedia più leggera, domani una più elegante, una delle tante della sua collezione. Non è certo semplice però, vivere in quel modo: si è costretti ad abbassarsi ogni volta che si attraversa una porta, a indossare vestiti che si abbottonano sul davanti.
Gli aspetti positivi comunque non mancano: innanzitutto la possibilità di nuove sperimentazioni negli approcci fisici più ravvicinati. Non penserete che il nostro protagonista sia un misogino! Méline l’ha accettato nella sua stravaganza, l’ha amato pur nelle difficoltà pratiche che impone l’avere una sedia tra sé e il proprio fidanzato, tuttavia non l’ha mai seguito fino in fondo. A un certo punto, infatti, lui e gli altri compagni stravaganti che nel frattempo si sono aggregati – tra cui Kolski, nel cui sistema poetico «è fidandosi veramente delle apparenze che si comincia a cambiare le cose», e la signora Stempf, che narra storie ai bambini protetti dal suo ventre – hanno deciso di trasferirsi sul soffitto.

Una volta cacciati dal cantiere abbandonato di una biblioteca che non sarebbe mai venuta alla luce, tutta la combriccola si trasferisce in segreto – ma non troppo – nella casa di Méline, complice altruista, dove Louis René Raffin non si stanca di chiedere: «Ma come fate a non cadere?».
È qui che Méline si rivela il mezzo, il legame tra i due emisferi: mentre allunga la mano verso il soffitto per sfiorare il suo amato, rimane ancorata al pavimento, perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci tenga con i piedi per terra, anche quando sulla testa (o dentro) abbiamo solo nuvole. «Dopo tutto, non ci siamo sistemati quassù per ammirare meglio il basso mondo, e, se solamente Méline acconsentisse a raggiungerci, farei volentieri a meno di vederlo, lo conosco, me ne ricorderò, credo di non aver più nulla di buono da trarne» commenta il protagonista, che del mondo là sotto farebbe pure a meno. 

Insomma: una storia sottosopra, nella quale una sedia rovesciata sulla testa e una vita trascorsa sul soffitto fanno venire il sangue al cervello al lettore, lo scombussolano, smuovono le sue certezze come un sasso gettato nelle acque ferme di un lago artificiale.

Il linguaggio impiegato da Èric Chevillard, poi, non è da meno, anzi rispecchia del tutto una narrazione sapientemente sconclusionata. Subordinate e coordinate s’intrecciano in modi insoliti, rimandando di continuo il momento di prendere fiato, proprio come gli sbalzi riflessivi e repentini del narratore, e le sorprese che ci regala la storia (tanti complimenti al traduttore Gianmaria Finardi per essersi buttato nel caos di quest’avventura).
Non aspettatevi, quindi, un romanzo, bensì un racconto che segue il ritmo del ricordo e le connessioni paradossali della mente; abbandonate l’idea di “canone” per immergervi nell’imprevisto; siate pronti ad essere disorientati dalla mancanza totale di convenzioni linguistiche, letterarie e narrative, condite di un umorismo – spesso assai nero – che vi alleggerirà la lettura. La lettura non convenzionale, ma affascinante, di un autore che vi appenderà a testa in giù senza troppi complimenti.