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La Calabria Jonica, tra Magna Grecia e New York Times

Scritto da Goffredo Palmerini.

Il primo sole indora i Sassi, mentre l’ombra ancora domina la profondità della gravina.

Da Matera bisogna fare un lungo giro per guadagnare l’altra costa della gravina, dove abbondano grotte e chiese rupestri scavate nella roccia. Sono di epoche diverse. Risalgono in gran parte all’alto Medioevo, e le più interessanti conservano affreschi e sculture d’impronta bizantina. Testimoniano la presenza attraverso i secoli di monaci bizantini e benedettini, dediti alla contemplazione e alla preghiera in un ambiente suggestivo e selvaggio, colmo di rocce e arbusti, affacciato sul crepaccio. Meriterebbero tutte una visita meticolosa per apprezzarne la peculiare bellezza, ma sono diretto in Calabria e posso fare soltanto poche soste. La prima alla chiesa rupestre di Cristo la Selva con la sua facciata romanica e l’interno a pianta quadrata. Presenta affreschi dedicati ai santi Giovanni e Giuseppe, un magnifico candelabro in ferro battuto e un contesto ambientale incantevole. In questi luoghi, l’assenza è una fitta acustica che liscia la pelle del tempo, e dona un compenso grande, grandissimo: il connubio con lo spirito, con una musica che lenisce quella fitta e suona antica e nuova ogni attimo dentro di noi. 

Il silenzio è uno strofinaccio 
che pulisce l’aria delle scorie di parole 
dette troppe volte, degli sguardi 
scambiati in eccesso, posati 
stancamente sulle figure di sempre. 
La pietra sconosciuta 
ha un guscio duro che difende 
dalle cose moleste, protegge gli occhi 
e la fantasia da ciò che è abitudine. 
È bene ignorare i divieti 
per non perdere la strada che porta 
a quelle pietre inconosciute, 
a quei vuoti 
pieni di tutto ciò che siamo. 

Con improvvisati e graditi compagni di viaggio, altra sosta la dedico a un complesso di grotte ricavate su quattro distinti livelli, collegate da una rete di scalette e cunicoli scavati nella pietra bianca. Nell’agglomerato rupestre c’è la chiesetta di San Nicola all’Ofra, una cappella ad una sola navata con nicchia absidale e un affresco di Madonna con il Bambino.
Scendiamo verso Montescaglioso facendo ancora una sosta alla Cripta della Scaletta, il luogo e la vista mozzano il fiato. Piante e arbusti rigogliosi rendono stupendo il paesaggio, siamo nelle vicinanze di una murgia. Il piccolo tempio scavato nella roccia è in due ambienti, un muretto di pietra divide il presbiterio dall’area destinata ai fedeli. 

Riprendiamo il viaggio, nella sinuosa discesa verso il Bradano. Il fiume volteggia tra canneti e una vegetazione prossima ad esplodere un verde lussureggiante, con il pieno della primavera. In lontananza il blu chiaro e turchese del mar Jonio rimandano riflessi di sole da oriente. Prima di Metaponto prendiamo la superstrada jonica che ci porta in Calabria. Non prima, però, d’una visita a Policoro, dove nel VII secolo a.C. si formò Heraclea, una delle colonie più floride che i Greci insediarono, cominciando dalle coste salentine affacciate sul golfo di Taranto quindi lungo tutta la costiera jonica della Calabria e infine in Sicilia, in quelle terre che presero il nome di Magna Grecia. I resti archeologici testimoniano un impianto urbano ortogonale, con una acropoli nel sito ove attualmente c’è il Castello di Policoro, e i santuari dedicati a Demetra e Dioniso. Una visita al Museo della Siritide, con i suoi preziosi reperti archeologici, conferma la ricchezza e la raffinatezza degli antichi abitatori dell’area, sotto l’influenza della civiltà degli Achei. A sinistra il mare porge bagliori, profumi d’eucalipto e d’erbe salmastre. 

La grande piana rigogliosa, un tempo appestata di acquitrini, si prepara a produrre frutti prelibati e sapidi ortaggi per i mercati italiani e di mezza Europa. All’orizzonte si staglia il profilo montuoso, enorme del Pollino, che emerge dal verde intenso dei boschi, quasi smeraldo dalle foliazioni. Quel profilo crespo scende fino al mare, con le sue balze e gli stretti canaloni incisi dai torrenti. Siamo già in Calabria, la regione che il New York Times ha recentemente consacrato come terra di bellezze, di fine cucina, di ottimi vini, e di luoghi ricchi di storia e di arte. Autentiche sorprese per chi predilige itinerari fuori dalle consuete rotte del turismo di massa e del supermercato vacanziero. E infatti all’ingresso calabro ci accoglie Rocca Imperiale, un antico borgo sorto intorno all’anno Mille, appollaiato sulla collina e a poca distanza dal mare. Fu fatto fortificare da Federico II di Svevia. Magnifica la vista delle sue case omogenee, disposte a gradoni salienti fino alla sommità del colle, dove imponente s’erge il Castello, simile a quelli di Lagopesole e Luceradi medesima impronta federiciana. Fertile lembo della Magna Grecia, considerato tra i più fecondi, dovette subire nei secoli le azioni predatorie degli eserciti di Pirro, di Annibale, dei gladiatori di Spartaco in rivolta contro Roma, e dei Goti. Oggi, queste campagne producono limoni di eccelso sapore ed altre colture biologiche di qualità. 

Il viaggio procede spedito, come l’andamento mutevole delle colline, solcate dai calanchi quando salgono verso i monti coperti di boschi, di nevi nel massiccio del Pollino, di rari esemplari di Pinus Leucodermis, monumenti alla resistenza. 

Si susseguono ancora borghi sulla collina e paesini sulla piana del mare. Sul colle c’è Amendolara, con il suo Castello svevo. Più avanti Trebisacce anticipa la Piana di Sibari. C’è Cassano allo Jonio, oggi una bella cittadina, con radici nel periodo Neolitico, come confermano i rinvenimenti di ceramiche e utensili nelle Grotte carsiche di Sant’Angelo.
Là, nel 720 a.C. gli Achei fondarono
Sibari, che divenne fiorente colonia per due secoli, finché non venne distrutta dagli eserciti crotonesi al comando di Milone, famoso atleta greco. Sotto il dominio di Roma, Cassano divenne Municipium romano. Poi patì una serie di dominazioni – Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi – subendo, nei decenni a cavallo del Mille, diversi saccheggi da parte dei Saraceni. Tornando all’antica Sibari, il porto della città magno-greca era il principale scalo nell’occidente dei mercanti di Mileto, che commerciavano i preziosi oggetti e tessuti provenienti dall’Asia. Sibari era famosa per la ricchezza della sua terra e per la raffinatezza dei suoi cittadini.
Dopo la distruzione (operata dai Crotonesi nel 510 a.C.), Pericle dispose la fondazione, sulle sue rovine, della colonia ellenica di
Thurii, diventata colonia romana tre secoli dopo con il nome di Copia. Oggi i resti dell’antica città di Sibari sono visibili in un’ampia area archeologica, dove emergono il teatro, le terme, un tempietto, ed i resti di Thurii. Preziosi reperti sono conservati nel Museo Archeologico della Sibaritide. 

Riprendiamo il viaggio, con l’arteria viaria che discende quasi lambendo il mare: è intenso il colore dello Jonio, al largo, mentre è color perla vicino alla battigia di sabbia dorata. L’acqua trasparente. C’è un senso di amenità. Le architetture dei paesini lungo la costa sono modeste, non invasive. Siamo in prossimità del bivio per Corigliano Calabro. La città si scorge bene, là in alto sulla collina. Sarebbero arabe le sue origini, due decenni anteriori all’anno Mille. Dopo la conquista normanna, ad opera di Roberto il Guiscardo, nel 1073 vennero edificati il Castello e la chiesa di San Pietro. Intorno si sviluppò la città. Corigliano fu feudo dei conti di Sangineto, poi dei Sanseverino. Belle e da visitare la Collegiata di San Pietro, la chiesa carmelitana della SS. Annunziata, la chiesa di Sant’Antonio, la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, con un Crocifisso seicentesco ad opera di Umile Pintorno. E ancora la chiesa madre di Santa Maria Maggiore, risalente al X secolo, con preziosi arredi lignei intagliati e un dipinto seicentesco attribuito a Cesare Fracanzano. Notevoli anche le chiese di Sant’Anna e San Francesco di Paola. Superbo poi è il Castello ducale. 

Neanche venti chilometri e si arriva a Rossano Calabro, altra sublime cittadina che conserva, nel Museo diocesano, il Codex Purpureus, uno dei Vangeli più antichi al mondo, patrimonio dell’Unesco. 

La città ha origini antichissime, pare attorno al XI secolo a.C. Diventa colonia della Magna Grecia e poi, con il tempo, avamposto romano. L’imperatore Adriano vi fa edificare un porto capace di ospitare fino a trecento navi. Grande lo splendore economico e culturale della città sotto la dominazione bizantina: per cinque secoli, fino al 1050, riesce a non farsi espugnare dagli invasori barbari, longobardi e saraceni. Le splendide reminiscenze artistiche bizantine la fanno definire “Ravenna del Sud”. Il Codice Purpureo di Rossano, dal canto suo, è una preziosa pergamena di color violaceo: 188 fogli scritti in argento e oro, in un bellissimo carattere greco mirabilmente miniato, vecchi di 14 secoli. L’influsso di una delle miniature del Codice – La resurrezione di Lazzaro – sembra possa rilevarsi persino in un affresco di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni a Padova, e in uno del Beato Angelico, nel convento di San Marco a Firenze. Il Codice è un’opera di straordinaria bellezza. 

Di méta in méta, dalle terre riarse di Rossano, si notano i contrafforti della Sila, vasta catena montuosa coperta di foreste che con il Pollino e l’Aspromonte costituisce la spina dorsale appenninica della Calabria. Quindi si avanza verso Crotone. A metà strada c’è Cirò Marina, bella cittadina sorta sull’antico sito dove era la colonia magno-greca di Krimisa. Nelle vicinanze, presso punta Alice, i resti del Tempio di Apollo Aleo. Apprezzata come città balneare per il suo mare pulito e per la qualità dei servizi, Cirò è rinomata per l’omonimo vino (bianco, rosato e rosso classico), ricavato dal vitigno Gaglioppo, e per l’agrume “clementina di Calabria”. Cirò Marina è un luogo fuori dal tempo, con numerosi monumenti da visitare. È a soli quaranta km da Crotone, capoluogo di provincia con sessantatremila abitanti, l’antica Kroton colonia della Magna Grecia famosa per le ricchezze, per Pitagora e la sua Scuola dei metafisici. Il possente Castello, edificato sul promontorio dov’era l’antica acropoli, e i baluardi cinquecenteschi fatti edificare dal viceré di Napoli Pedro da Toledo a difesa delle incursioni turche, connotano l’intrico della città vecchia che si affaccia sul grande porto. Crotone, infatti, è il più grosso centro industriale della Calabria. Meritano una visita anche il Duomo, il Castello che ospita il Museo Civico, il Museo Archeologico con i reperti recuperati a Capo Colonna e nell’area dell’antica Kroton. A Capo Colonna sono visitabili i resti del santuario di Hera Licinia – ne restano il basamento e la colonna d’un tempio dorico –, mentre arredi funebri, monete, terrecotte votive ed altri reperti sono esposti nel Museo Archeologico. Rilevata sul mare, selvaggia e bellissima, la costa che da Capo Colonnava a Capo Rizzuto. Scogliere scoscese, tra sprazzi di macchia mediterranea e piccole calette di sabbia dorata, e il mare che ostenta una varietà di colori dall’azzurro intenso al verde smeraldo, con fondali stupendi per flora e fauna. Una puntatina anche a Isola Capo Rizzuto è il minimo, per chi si addentra in queste lande ed ha la fortuna di poterle visitare a fondo, Isola nel cui centro storico campeggiano resti del Castello Feudale, avanzi delle antiche mura urbiche e una porta del borgo medievale, con torretta e orologio, che divide la parte antica da quella nuova della cittadina. Il tratto di costa è dichiarata “Area marina protetta di Capo Rizzuto” e conserva un patrimonio naturalistico di pregio. Numerose le strutture turistiche, e ben inserite nell’ambiente. La costa rialzata prosegue fino alla località Le Castella: un isolotto con un piccolo incantevole Castello aragonese, ora destinato ad attività ricettive, in riva allo Jonio, con le acque diafane che giocano tra piccoli scogli intorno al maniero e il sole che va calando verso Catanzaro.

Photo 4 by RedFlake, Untitled (2014)