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Divieto di Critica

Scritto da Savino Stella.

Proibire è un compito che riesce bene, tra gli uomini.

Ci sono più divieti che concessioni, e dal codice della strada a quello etico la loro trafila è quasi infinita, ed in continuo aggiornamento. È perfino vietato dire i propri pensieri con troppa schiettezza: in alcuni campi, la forma viene prima del contenuto, o lo annulla del tutto. I discorsi di insediamento di una figura pubblica, i comizi, ma anche i ringraziamenti del nuovo presidente di una Pro Loco, le lodi sull’opera di un autore più o meno famoso: tutti hanno in comune formule ripetute come riti. Guai a sgarrare, a dire una sillaba di troppo o una meno di quante ci si aspetta. Ogni tanto qualcuno prende le distanze e per varie ragioni, oggettive o soggettive, esce dal sentiero ed esercita il diritto legittimo di critica. Che il fatto diventi un problema dipende da due fattori ben distinti.
Il primo è l’ego di chi è al centro della critica, il secondo è l’area entro la quale egli si muove. E parlando di autori, e in particolare di autori di libri, saggisti o scrittori, l’ego può alterare i connotati di una critica costruttiva fino a rovinare il rapporto tra due persone. Se l’autore Xy legge che un altro autore, un giornalista, un blogger, o un lettore gli ha dedicato righe non proprio di encomio, di rado indaga sul loro motivo; si occupa, nella gran parte dei casi, di contenere il suo risentimento, e laddove non vi riesce di reagire. A caldo, a freddo, con un ban o un pensiero che restituisce la cortesia al mittente, purché il mittente non sia un nome famoso, grazie al quale può sperare di avere nuova – o maggiore – visibilità.

Con un nome famoso, Xy avrà cura di rendere nota al pubblico la sua sensibilità nel capirne la critica e fare presente con ogni mezzo che è stato recensito da una penna importante, perché la forma ha il suo peso e l’umiltà fa ancora più colpo. Con una firma meno celebre, per quanto valida, egli agirà nel modo opposto: ora con rabbia, ora con boria, ora con una ironia tale da mettere in ridicolo l’autore di ciò che lo ferisce. E se l’autore reo di averlo ferito non può interagire, poi, è anche meglio. Ma non solo. Il menù dei divieti include o elimina portate pure per conto terzi, perché ha occhi dovunque: Xy vigila solerte pagine culturali, angoli tv, profili, post su bacheche di amici e di conoscenti, di amici degli amici, tweet e trafiletti su riviste rosa, periodici, quotidiani. Ha fame di elogi, che sono accolti con favore, con parole di miele, però è vietato il parere negativo per bocca d’altri, specie gli altri hanno un basso profilo. Poniamo Xy tra gli autori novelli, nati da poco ma con un seguito già più che discreto. Xy conosce Yz, che non importa se è autore, se ha un blog, uno spazio in un giornale, se è uno dei lettori forti che a loro volta fanno parte di un club di lettura, o hanno dalla loro una larga rete di conoscenze alle quali far arrivare l’eco dei libri da lui firmati. Xy avrà cura di coltivare uno e tanti rapporti, tra i quali il rapporto con Yz, e tenere i legami fino a quando gli avranno “reso” in notorietà e in vendite. Una questione di forma, e la forma fa la nomea.

Se un giorno Yz legge un appunto, una osservazione critica su un’opera di Xy, e pur avendo apprezzato l’opera trova che negli appunti critici di un signor Kj c’è un parere condivisibile, un aspetto che non aveva considerato, e dà al brano o al pensiero un qualsiasi tipo di feedback positivo, anche fosse un semplice like, ecco che Xy prende le contromisure.
Drastiche o meno in base alle circostanze, all’umore del periodo, alla dimensione del suo ego. Per cominciare gli toglie il saluto e la stima (che era pelosa, a dispetto di ogni buona fede di Yz); poi, dirà male di questi e di Kj in pubblico, e se gli argomenti di Kj fossero seri e inattaccabili farà in modo di ignorarlo. Anche qui, per un calcolo di puro opportunismo di per sé coerente: se nessuno legge cosa scrive Kj è un bene... metti che i fans si svegliano dal torpore del tifo e iniziano a vedere le cose in maniera obiettiva! Il rischio c’è, il silenzio è ottimo per scongiurare sia la vox populi che la dialettica dei singoli. Ora, socialmente parlando, alla base dello sviluppo umano c’è l’analisi del singolo che viene dalla attenzione, dall’ascolto e dalle interazioni fra individui, e un atteggiamento del genere azzera l’analisi poiché disintegra la cura, la disposizione all’ascolto, dunque le interazioni. Chi ha seguito il mio ragionamento si starà chiedendo per quale ragione, anzi per quale dannata ragione l’autore, che ha tutto da guadagnarci nel tenere vicino il fedele Yz – al di là della querelle, è pur sempre un lettore in più, anche se dovesse d’ora in poi leggere i testi di Xy con occhio più severo – faccia il diavolo a quattro e lo estrometta dal suo giro. Ebbene, i motivi stavolta sono tre. 

1) Ormai Xy ha creato il personaggio. Non è ancora celebre come sogna di essere un giorno, né ha riempito le tasche coi diritti, però il suo ego si è fatto obeso, ha fans a sufficienza, e gli importa poco di quelli che un Yz deluso o basito dal suo gesto può influenzare; 
2) Il personaggio creato da Xy ha necessità di legittimare con mattane, effervescenze e colpi di teatro il suo status, e lo sclero o l’impermalirsi rientrano nel gioco. Wilde avrebbe detto che non conta come si parla di noi, purché se ne parli; 
3) Nella compravendita si perpetra continuamente l’inganno, e vendere è un’arte che contempla anche il sapersi vendere. Chi inganna due volte è il venditore ideale: fa rumore con le notizie su una presunta fatwa che un critico o più detrattori – di cui, in 99,99 casi su 100 non fa il nome non per discrezione (li scotennerebbe con piacere), ma perché non esistono – hanno lanciato verso di lui. Lui è l’uomo da osteggiare perché con le sue opere apre una crepa nel molle, pallido scenario della narrativa italiana. Chi può volergli tanto male? Il sistema, è logico. Il sistema è la somma dei singoli, ognuno con un ruolo ben delineato in quella struttura che si ribella al nuovo arrivato, che si contrappone al verbo di Xy. Lui nuota in un fiume dalla corrente forte, e contraria, o almeno questo è ciò che deve vendere al pubblico. E il pubblico si consolida, aumenta, perché la gente ama soccorrere i vincitori, ed in misura maggiore quelli che si sono distinti in una attività che mette l’ego in risalto. La scrittura è una di quelle. Appena un uomo ha al suo servizio più uomini di un altro, siano essi followers o altre categorie meno virtuali, non perde occasione per farne un simbolo di vanità da salotto borghese, di quella borghesia della quale vuole essere parte.

Xy infatti non è ricco, né ha un nome importante. Lo desidera, e forse lo sta diventando; per riuscirvi non può ridere di sé e restare inane di fronte alle critiche sensate o agli attacchi degli invidiosi. Solo il ricco è immune a quel veleno, perché avvezzo a sentirlo addosso, e conscio che esso non può infettarlo. Inoltre il ricco ha chi agisce per lui, e lui è fatuo, e la fatuità cresce nell’agio come il verme nella frutta. Il povero invece in quel veleno ci galleggia dalla nascita, o da un certo tratto della vita, e non ha intenzione di fare più un solo tuffo in quella sostanza. È ammirevole e al tempo stesso feroce: chi gli evoca il veleno, o ne richiama anche solo il sentore va sconfitto, e i mezzi sono quelli elencati.
Nel contempo si palesa un altro sconfitto: la vastità della visione, l’audacia della ricerca di sé nella critica che induce a fermarsi e fare un esame di coscienza. Perché coloro che danno forza ai dubbi non lo fanno sempre per pregiudizio, e tra quei dubbi ci può essere la chiave per aprire la porta alla maturità intellettuale e artistica, la sola in grado di produrre il vero capolavoro.