Stampa
PDF

Dilettanti allo Sbaraglio

Scritto da Riccardo De Rosa.

La storia non può fare a meno delle periodizzazioni, sono un comodo punto di riferimento. Taluni le chiamano epoche, fasi, ricorrenze.

Racchiudono secoli o semplici giorni e sono facili da definire. Anche la nostra, nonostante ogni giorno venga spiegata in modi diversi, perché i traduttori sono parecchi. I vecchi intellettuali non si preoccupavano di darle un nome, piuttosto la scrivevano sulle pagine del sapere. Invece la crisi della cultura ha aumentato la quantità di nomi e diminuito la qualità dei contenuti. E perciò crollano i valori popolari della crescita, della sicurezza, dell’economia e della politica: temi caldi, che incidono sul profilo della coscienza e della vita. Non serve più adattare il passato ai modelli di oggi, perché tutti hanno la loro porzione di colpe. Prove storiche: la corrida della giustizia condanna e poi assolve Amanda Knox e Raffaele Sollecito dopo quattro anni di carcere, ma il giorno dopo il presidente della Corte dice che la verità reale può essere diversa da quella del processo. Nell’omicidio di Avetrana, poi, la Cassazione giudica insufficienti le prove raccolte contro Sabrina Misseri e Cosima Serrano, smontando il quadro indiziario dell’accusa. Le due però restano in cella. Potrei allungare, e di molto, il novero dei casi. Nelle procure d’Italia è guerra sulle competenze: Napoli, Bari, Roma, Milano, le indagini sui loschi affari dei palazzi del potere, del calcio, del cemento, delle mafie organizzate perdono tempo, carte e credibilità. Decenni dopo la strage di via D’Amelio, spunta un colossale depistaggio di cui non si era accorto nessuno. La storia, insomma, ha fatto il suo corso deragliando sui binari dell’èra digitale, e dio non ci ha salvato dalla satira. Abbiamo il dottor Bufala primario di Immunologia, il chirurgo Apezzi e la cardiologa da social con il nick Cuoricina: tutti laureati con almeno 150 commenti a tema.   

Ma abbiamo anche un Presidente della Repubblica dei dilettanti che va nelle zone del sisma emiliano a dire che il modello della ricostruzione viene da lì, e dimentica – volutamente, già – che sta facendo una delle più grosse figuracce della storia (sempre lei) recente. Lo Stato non ha fatto un tubo per chi ha patito né il terremoto emiliano, né tantomeno per gli altri sconquassi recenti. Questo perché non è ormai più possibile separare la filosofia dalla politica: non lo è più dai tempi di Platone, con il concetto di uomo emancipato dalla vita nella caverna, e non lo è nelle finte democrazie di oggi, che nella migliore delle ipotesi sono un progresso della servitù, che ricicla le stesse parole per ogni uso e per ogni tempo, e sta in attesa di sentirle come fossero l’oracolo di Delfi. Invece sono minestre riscaldate, identiche ma celebrate con tutti gli onori del caso. Degli oneri poco importa a chi non se ne fa carico. Tant’è, abbiamo bisogno del senno di prima, che con quello di poi son buoni tutti. In alternativa, c’è chi passa un tratto di vita a lamentarsi che vive il periodo più brutto della storia umana, e chi tace per non far sì che il destino la prenda come una sfida. Ma per certi poeti proprio non c’è verso, e se la satira non li soccorre, finiscono a credere sul serio al poco che c’è, e a pensare di non meritare altro.

Così la storia spicciola, quella di ogni giorno, viene in soccorso e dà una scossa niente male. Con i partiti che fingono di dire addio ai privilegi ma si aumentano la reversibilità, i parenti dei potenti finiscono al centro di una polemica che non ha fine – e punta il dito sulla dignità. Pure se in passato gli esempi abbondano. Anni fa chi stava al Cremlino non sapeva, e non era interessato ai delitti di Stalin; persino le sue vittime dicevano, nei lager: «L’ho visto, posso anche morire».
Pareva un eroe Paolo Villaggio, quando ridicolizzava Ėjzenštejn, il flagello dei cineclub; ed eroe a suo modo lo era Steve Jobs, che lottava contro la caduta del suo colosso; e ancora lo era il più illustre dei nostri giornalisti, contrario non solo alle armi atomiche ma anche a chi faceva “bum” con la bocca. Inoltre la scienza spezza i ceppi della schiavitù, ma nelle cliniche si continua a schiattare per interventi errati, negligenze, operazioni inutili, o ad uscirne con la gamba sbagliata ingessata. Neanche le barzellette ci sanno proteggere da questa drammatica alluvione di incompetenza. Per non entrare nel campo economico, nel recinto di spread, BTP e speculatori. Territorio minato, in cui le famose agenzie di rating sono oracoli senza credibilità, strumenti nelle mani dei grandi agitatori del bilancio globale.


Non è un guaio italiano comunque da noi si sente di più, perché la caduta della cultura sta umiliando i principi del vivere civile, l’etica dei diritti e della tutela degli individui. C’era una volta la filosofia nazionale del badare ai fatti propri e anche quando il prete chiedeva «quante volte?», i penitenti tendevano a esagerare. Al massimo, si rischiava un Padre nostro, o una Ave Maria in più, e sotto con le copule selvagge. Poi però sono arrivati Padre Fedele, Don Seppia, e subito appresso i riciclati della politica, e quella metodologia del rimando che ha reso ancora più difficile il confronto: siamo indispensabili l’uno per l’altro. E lo siamo pure all’Europa, che però ci declassa, e non sappiamo difenderci che in zona Cesarini, con una lettera o un decreto in via eccezionale. Se si vuole sottrarsi al destino che altri sarebbero lieti di tracciare, bisogna darsi una scossa. E serve farlo prima che la corsa sia finita, in una logica che non è spietata ma naturale, perché anche Ulisse senza Achille è un condottiero senza voce: da solo non fa l’epica della decisione, figuriamoci una pagina di storia.