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Un Giallo Antico 250 Anni

Scritto da Fulvio Giustizia.

Può davvero sparire nel nulla un monumentale sepolcro funebre del XV secolo?

Pare di sì. La scomparsa dell’importante manufatto non è dovuta né al terremoto del 1703, né al sisma più recente, che ha letteralmente decapitato la chiesa, la quale langue ancora in attesa di un primo tentativo di ricostruzione. Nulla è vietato all’incompetenza e così non solo una delle città di maggior rilievo storico in Italia muore di promesse mancate, di selfie a scopo elettorale, ma perde le tracce delle opere d’arte che custodisce. E del monumento artistico vi è un testimone oculare, che attorno alla metà del XVIII secolo attesta la presenza di esso nella collegiata di Santa Maria Paganica. Si tratta di un illustre aquilano, Antonio Ludovico Antinori (1704-78), noto storico di cose abruzzesi, arcivescovo di Lanciano dal 1745 al 1757, e successivamente di Matera ed Acerenza.  
Già collaboratore del Muratori per la realizzazione dei Rerum Italicorum Scriptores, con il suo ritorno all’Aquila dal 1757 al 1778 l’Antinori ebbe modo di dedicarsi con più impegno agli studi storici, la maggior parte dei quali è conservata nella Biblioteca Salvatore Tommasi.
Sono arrivati sino a noi 51 manoscritti, tra i quali gli
Annali degli Abruzzi (volumi 1-24), la Corografia storica degli Abruzzi (volumi 25-42), la Raccolta delle iscrizioni (volumi 43-47), e infine Monumenti, uomini illustri e cose varie. Annali di Aquila (volumi 48-51). 

Ebbene, in un suo manoscritto dell’Archivio di S. Maria Paganica, Corografia 48/2. S. Maria di Paganica, pp. 6-7 e p. 9, copia di quello presente nella Biblioteca Salvatore Tommasi, si legge: «Resta un sepolcro ben elevato in questa Chiesa dalla parte laterale della nave trasversa. Sembra opera del XV secolo, e forse è di Maria Cantelma, che vedova di Giordano Orsini Conte di Manoppello sen venne a L’Aquila, e forse vi morì. La congettura nasce dal trovarsi nell’Archivio di questa Chiesa un real Diploma a lui spedito nel 1438; onde pare che benemerito di questa Chiesa vi eleggesse sepoltura, e legasse qualche cosa, di cui poteva disporre, onde restassero le scritture ancora di quella. Il Sepolcro è magnifico, e rilevato affisso in muro nella piegatura della nave riguardante verso l’altar maggiore. Era prima di essere affisso, quel muro dipinto a varie sacre immagini. Intorno alla cassa di pietra sono scolpite le effigie del Salvatore, e dei SS. Pietro, Giovanni Battista, e Caterina martire. Resta essa cassa vuota; e non vi fu messo il Cadavere; o n’è stato poi tolto via.
In su la cassa giace la statua di Donna con manto, e quanti ornati; varij libri sparsi; s’innalzano quindi due colonne le quali sostengono padiglione aperto di qua e di là da puttini alati. Niuna iscrizione e arma gentilizia». 

L’Antinori, a pagina 9 dello stesso manoscritto, ha dei dubbi circa l’attribuzione del monumento e avanza un’altra ipotesi: «Il sepolcro esistente in S. Maria di Paganica sembra di Rita di Acquaviva, che nel 1448 rinunziò il Badessato di S. Maria a Graiano» presso Fontecchio. Nella puntuale descrizione del “magnifico sepolcro” confessiamo di avere subito pensato all’analogo monumento a Maria Pereyra Camponeschi in S. Bernardino, eseguito dallo scultore Silvestro dell’Aquila nel 1496. Ma oltre al monumento, composto da varie sculture, è interessante anche la notizia circa il «muro dipinto a varie immagini».
In una copia cartacea coeva di testamento del 20 dicembre 1454 dell’Archivio della Chiesa, si menziona un certo
Iacobus Mactutii che dà disposizione per la costruzione, presso l’altare maggiore, di una cappella patronale della Annunciazione, nella quale si dovranno eseguire delle pitture di santi secondo le modalità scelte dagli esecutori testamentari. Altre notizie di affreschi, oggi scomparsi, perché distrutti o in parte ricoperti nel corso dei restauri fine Settecento e inizio Ottocento, si menzionano in un contratto del 31 maggio 1493, in cui il pittore Sebastiano di Cola da Cosentino si impegna a terminare l’opera pittorica per la Cappella di Jacopo di Notar Nanni. Lacerti di questi affreschi insieme a frammenti scultorei e architettonici sono riemersi con il crollo delle pareti nel sisma del 2009, e sono stati presentati a L’Aquila, nel luglio del 2010, in una mostra al Palazzo della Regione, una rassegna documentata da un’eccellente guida illustrata, Le macerie rivelano, di AAVV, a cura di Vincenzo Torrieri, della Sovrintendenza Archeologica. 

La Guida, a pagina 91, riporta la foto di un frammento scultoreo di cm. 31,7 x 12,8 x 13,4 rinvenuto nel crollo del muro presso il braccio destro del transetto, con la seguente descrizione: «Porzione di bassorilievo su lastra caratterizzato da un drappeggio verticale che avviluppa una cornice con un motivo corrente di foglie d’acanto. La tipologia e le caratteristiche iconografiche del manufatto scultoreo sembrano ricondurre ad un monumento funerario collocabile in ambiti culturali XV - XVI sec.» 

Il luogo preciso del rinvenimento e la tipologia sembrano rimandare alla notizia del “sepolcro ben rilevato” dell’Antinori.  Se così è, che fine hanno fatto l’impalcatura architettonica del monumento e le statue della distesa donna con manto, delle statue del Salvatore e dei SS. Pietro, Giovanni Battista e Caterina martire, nonché dei puttini alati? C’è speranza di un rinvenimento più esauriente previa indagine termografica, frugando nelle intercapedini del muro? Lo speriamo, anche se siamo ben consapevoli che nella ristrutturazione dei monumenti, nei secoli passati, non si aveva, come si tenta di avere nell’oggi, una sufficiente coscienza culturale per preservare in essi i segni del loro vissuto. Nel 1848, Angelo Leosini, nel lamentare la perdita in S. Maria Paganica della tomba di Salvatore Massonio e del rilievo del conte Gagliardo di Riparola (oggi rinvenuto in frammenti), esprime con grande amarezza un concetto che è difficile non condividere: «Coll’andare de’ tempi e col restaurare i vecchi edifici si sono lasciate perire tante memorie che illustravano la nostra città; ed io per primo griderei la croce contro i nostri concittadini che sì poca cura hanno de’ monumenti antichi, quasi che fossero di nessun pregio».