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Della Mutabilità

Scritto da Ambra Dominici.

«Ho detto addio al mio corpo esterno: stavo andando dentro»

Lo afferma nelle righe di Era la poetessa Jo Shapcott, una per cui è un bene che la poesia sia ancora vietata in certi luoghi al mondo, e invisa a certe menti. Perché se non turba, la poesia, non è tale. Deve essere un gesto di pace che mette in crisi le ipocrisie, le resistenze, e scioglie la durezza. Nelle sue creazioni, tutto sta nel tutto. Il grande viene accolto dal piccolo. L’Universo si stringe nella molecola, dove «il cielo è così grande che vorresti tracciare il disegno divino sul palmo della tua mano per sicurezza» (da Cartografia di confine), e perfino il dolore e la malattia, sono il ritmo di un movimento che è la mutabilità. Così nulla è struggente, ma empatico e poi oltre, subito dopo l’empatia, pulsa il coinvolgimento, una sorta di comunione, e l’identità, un’identità che passa per la conoscenza delle cose, e una poetica che trascina il corpo in ciò che tocca, vede, sente, pensa: «L’odore, che è anti-linguaggio/ (solo che mentre ti penetra nel corpo / sgusciano dentro anche le parole), / è fatto di terra, aria, sole e consapevolezza umana» (da Cipresso). 

Le parole di Jo Shapcott cadono come gocce di pioggia morbida e si allargano ora in pozzanghere, ora in tazze di tè in cui sostare, per raccogliere le energie del ristoro e pensare, viaggiare meglio. 
La Shapcott racconta le cellule impazzite che cambiano il suo corpo, la sua percezione. È il cancro, o il solo essere umani, una mortalità che non è mortalità, bensì – come dice il titolo del canto che apre la raccolta – mutabilità. «Troppe delle cellule migliori del mio corpo / prudono, frastagliate, inacerbite.» 

Da anni compio piccoli passi in poesia, provo e riprovo, cercando l’accordatura migliore, e nella mia personale, piccola poetica, il corpo è sempre stato il mio diapason. Ecco dunque che leggere questo libro mi ha coinvolta fin dai primi versi.
A volte ci si ritrova nei libri come quando si crede di avere perso qualcosa e d’un tratto, senza un motivo particolare, ci si accorge di essere stati solo un po’ distratti, perché bastava aprire un cassetto, spostare un cuscino o girare una pagina.
La nostra sensibilità è fatta di tante minime particelle, e l’epitelio è così vasto che nel suo insieme, a volte, ci sfugge la minutezza del sentire, quella vibrazione che passa attraverso ogni nervo, sinapsi. Una vibrazione che fa leva dolcemente sul ricordo, non perde niente nel tempo, aggiunge sapori e odori e dopo li cambia, li mescola, e ci dona il fascino delle gradazioni. In fondo la sensualità e il dolore si assomigliano: sono corpi seminudi, il movimento e la staticità levigano la stessa posa, quella di un corpo che è molecola in un campo enorme e spesso invisibile, e si fa concreto in una voce, una serie di righe che vanno a capo come nelle pause del parlato, del pensiero. Della poesia. Ed è un’eco che dà melodia al silenzio e sa tutti i nomi delle emozioni. È un salvagente che assicura dallo strazio della realtà che non si accorda coi desideri e la ridipinge con la forza della fantasia; è universale perché è nobile e barbara, elegante e selvaggia, e nell’èra della fatuità, del copia e incolla, non ha mai due volte lo stesso volto, inventa e rinnova i messaggi e i contenuti ad ogni lettura. Ad ogni impatto, perché occorre viverla. Del resto, per leggere un romanzo in molti casi bastano poche ore; per una poesia ci vuole una vita, e tutte quelle successive.

Secondo Simic fare poesia è fare qualcosa che non esiste, ma una volta creato – quel qualcosa – pare esista da sempre.
Parlavo di poesia, giorni fa, con alcuni amici, e si diceva che non c’è mercato per il poeta. Così ho pensato (forte): “Chi se ne importa? Se non c’è mercato c’è la piazza, se non c’è la piazza c’è il bar, se non c’è il bar c’è il salotto, e ancora meglio la nostra stanza, il nostro intimo”.
Ecco, ho pensato, se non c’è mercato il miracolo è questo: nonostante tutto ci sarà sempre un angolo quieto e sereno dove trovare conforto, stupore, incanto, commozione, comunione. Magari proprio in un verso, e allora saremo in ogni luogo, dentro e fuori dal semicerchio tracciato della nostra esperienza. Saremo lì a dirci attraverso le lettere e gli spazi bianchi che si può dipingere il colore del vento, e quello
della mutabilità

Leggete e mutate.


Jo Shapcott - Della Mutabilità
Trad. di Paola Splendore. Del Vecchio Editore, 2015