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L'Entropia delle Immagini

Scritto da Paolo Salvemini.

L’arte dei maestri del colore dona luce all’ombra del mondo.

È dalla preistoria che l’uomo rappresenta la vita e i propri sentimenti con il disegno. Dal graffito al computer, attraverso quel passato che in realtà è la autentica avanguardia: le tele randagie e sontuose del medioevo e i laboratori di grafica, la factory: incisione, tempera, acquarello, olio, matita, pastello, china, solo per citare i mezzi massivi.
I fuochi del nuovo millennio hanno alimentato altre correnti, e benché le date siano convenzioni, servono a dare un ritmo a ciò che altrimenti si presenterebbe come indistinto. 

La ricerca potrebbe forse arrestarsi dopo avere visitato alcune raccolte di pasticci post-moderni, quelli a cui servono tutto l’impegno di una guida, uno scritto, o una serie di altri disegni per spiegare ciò che gli autori volevano dire; invece no. Anche davanti a quelle opere che più ostenti più stenti o a quei teli, a quei fogli bianchi, a quei supporti di legno ed altri materiali dove l’ordine è il caos artistico, un caos che non ha in sé alcun gene di creatività tranne la forzatura obbligata per inventarsi qualcosa di nuovo, le formule pratiche sul principio di entropia suonano come se la materia fisica dei colori, delle linee, delle ombre, fosse viva, e cercano una connessione col reale. Solo quando il reale è superato da una forma corrotta di fantasia (più spesso è semplice imperizia che si tenta di vendere per arte) che non ha giustificazione neppure nei traumi emotivi degli autori, si torna ai classici, e ai loro più validi e legittimi discendenti. 

Ho partecipato con grasso piacere e con gli occhi colmi di estasi alle mostre nella Milanodabere di una e più stagioni – non quella, ahimè, attuale – e a molte personali, fino ai pionieri dell’Urban Art da tempo in voga nell’Europa dell’Est, per tornare a Cézanne, a Degas, ma anche al “tugnin” Villa, al Lega, al Gola, ai vari Colmo, Bo, Colella, e altri meno famosi. Tutti validi. Ho trovato ogni volta un ritaglio di giorno e un lembo d’ansia per accogliere il mistero e il poema dei loro soggetti, un poema che è il canto di un guerriero che traccia i confini di una conquista senza vittime. 

L’artista dipinge se stesso attraverso il mondo, lo interroga svelando la realtà. 
L’occhio che ammira la risposta, l’opera, dimentica la banalità del quotidiano. Gaudeamus igitur, festeggiamo pure, ma senza però sfrattare il lato entropico, la nostalgia che ripulisce le forze e affronta la verità innamorandosi di essa. Anche quando non sembra avere nulla di artistico. 
Ogni navigante, per quanto inesperto o ubriaco, di tanto in tanto si ferma a fare il punto. Sarà pure convenzione, ma si lascia un oceano alle spalle e ne trova un altro dinanzi alla prua. E poi vecchi vizi e nuove virtù, e altri inediti intrecci. Il dato chiave, dal punto di vista culturale, è che si ha accesso immediato a un numero altissimo di informazioni, poiché sono crollate le antiche barriere geografiche lungo le strade del villaggio globale. 
Il paese è piccolo, e i mormorii si alzano come grida. Anzi, la voracità di notizie del mondo attuale è la causa di quella perversione che privilegia la quantità rispetto alla qualità. Tutti conosciamo più cose, ma in modo più superficiale. 

Questo percorso sembra andare contro il flusso temporale. Disponendo di un accesso simultaneo, si annulla l’ordine sequenziale, si azzera la storia. Non c’è il prima o il dopo, soltanto un
qui ed ora indefinito. La danza delle cause sbaglia a impostare i passi: come si può trasmettere l’esperienza dell’arte come materia sudata, inchiostrata e intrisa di empatia a chi ne ha una solo virtuale? 
Il ricorso ai messaggi iconici ha poi usurato il linguaggio visivo, e l’ha evoluto. Immersi nella colorata e caotica civiltà dell’immagine, ci siamo alfabetizzati con le strisce verticali dei manga, con i videoclip e l’espressione sincopata degli spot pubblicitari, le sovrascritture. Ecco perché non mi chiedo se ad Aix En Provence esiste ancora lo spalto di Cézanne, se potrò fantasticare sulla vetrata da lui disegnata per godere le primizie dei chiaroscuri, e le ombre capovolte che parevano suggerite da un sole alieno. 

I maestri attuali hanno imparato dai propri allievi.
Quelli migliori hanno rifiutato le cattedre altere, si sono messi al servizio della comunicazione diventando istitutori della nostra fantasia. Una pattuglia di nuovi artisti – quelli veri – disegna le copertine dei libri, dei dischi, i manifesti sui muri delle città, le pagine delle riviste e le copertine dei calendari, le coreografie dell’attualità: sappiamo come riconoscerli perché sanno come parlarci. 
Non solo classici, dunque, perché ho nel mirino il futuro, o almeno voglio continuare a sperarci.