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Aprosio e la Terra di Confine del Sapere

Scritto da Paolo Macchetta.

L’idea di Borges era che il paradiso fosse una specie di biblioteca.

Niente male come concezione, e nemmeno come speranza. Che oggi le biblioteche siano terra di confine è cosa risaputa. Trasferimenti, rimbalzi, spoliazioni e utenti in calo costante. Ogni tanto qualche nostalgico o illuso ne attiva una, o tenta l’impresa di dare nuovo lustro a quelle già presenti sul territorio, ma spesso è una lotta impari con le istituzioni e con una serie di usi e di abitudini indotte proprio da chi parla dell’importanza della cultura soltanto a scopi elettorali. Ci si guardi in giro, si chieda: spesso neppure i residenti di un determinato luogo sanno indicare dove sia la biblioteca locale, né se ne esista una. Personalmente potrei fare decine di nomi di paesi, comuni per nulla piccoli, che la biblioteca pubblica neanche ce l’hanno. Nel passato, quel passato svariate volte preso a pretesto per dire bene o male del presente – quasi sempre a sproposito – la cura del settore, va detto, era attenta, e il patrimonio enorme. Non voglio fare polemica: sarebbe una lotta persa in partenza tra scuse o tristi realtà come la crisi, il calo del personale e dell’interesse, la gente che preferisce cercare dati e spunti sul web, quella che si vanta di non leggere libri, e le favole sul tempo che manca nonostante due o tre ore al giorno imbambolati alla tivù, e più del doppio con il cervello in ostaggio di tablet e di smartphone. È facile cadere nella nostalgia, ma è l’ultima delle mie intenzioni. Anzi, chiedo venia per la scivolata ironica nel degrado tecnologico: forse, uno come Angelico Aprosio, ne avrebbe fatto una risorsa di vera utilità globale, non solo in chiave di mercato.

Chi era il signor Aprosio? Un agostiniano di Ventimiglia, che nel borgo ligure creò quella che a lungo fu una delle nostre più fornite biblioteche. Quasi dimenticata in periodi più recenti, ha avuto illustri estimatori tra i quali anche il Croce, i cui scritti sul Barocco letterario italiano debbono molto al fondo librario, specie per la quantità di testi che il celebre studioso poté consultare. Quel fondo costituiva, infatti, la più grande raccolta di opere del XVII secolo, seconda solo a quella della biblioteca Marciana di Venezia. Padre Aprosio era nato nel 1607 in una famiglia di ricchi ecclesiastici; questa, lo aveva fatto entrare nel convento che l’ordine possedeva a Ventimiglia, e dove il giovane avrebbe preso i voti. Ma l’uomo non era fatto per una vita di solo raccoglimento. Si distinse ben presto negli studi teologici e filosofici, dei quali divenne un lettore molto richiesto e stimato. Ciò gli permise di spostarsi in molte città, da Genova a Milano, da Firenze a Venezia, favorendo così i contatti umani ai quali era portato e che strinse fittissimi. La curiosità che lo animava lo portò a cercare testi di ogni tipo per i suoi studi, testi che portava in viaggio per poterli consultare in ogni istante. Per un costume radicato – e quasi obbligatorio per un erudito dei Seicento – l’Aprosio aderì a varie accademie: fu Incognito a Venezia, Ansioso a Gubbio, Apatista a Firenze, Infecondo a Roma, Vagabondo a Taggia, ovunque preceduto e seguito da una fama di grande cultura e da una personalità che da sola bastava ad animare circoli e cenacoli letterari dei quali era assiduo, e in costante contatto con letterati, intellettuali e librai.

Ebbe amici illustri: Leone Allaci e Scipione Errico, il Redi, e su tutti Antonio Magliabechi, il coltissimo bibliotecario di Cosimo III di Toscana, con cui ebbe duraturi contatti e con il quale tenne un vasto epistolario. Nell’elogio che gli dedica il Crasso, noto avvocato suo coevo, ci sono tutta la stima per l’uomo e per lo studioso: «Termine del suo cammino fu la città di Venezia, correndo l’anno 1639, in cui fermossi, eletto nel monastero di Santo Stefano maestro di lettere umane, e del valor suo non pochi si videro eruditi; onde da’ nobili in quella Repubblica fu grandemente havuto in istima e premiato con molti onori il suo merito» il cui costume di portare con sé libri di varia natura culminò una volta tornato nella cittadina natale, dove prese a ordinare i testi che già aveva e a raccoglierne altri. In ciò, ricorse anche all’aiuto di amici e studiosi di sua conoscenza. Il disegno ambizioso di padre Aprosio era quello di creare una grande biblioteca, il polo di attrazione di studio per tutti coloro che covavano una forma di interesse per la cultura. Ed è così che nacque, nel 1648, la biblioteca Aprosiana, di cui si conoscono poi le vicende, allegre e meno allegre, nei secoli a venire. La sua è stata la prima biblioteca pubblica ligure ed una delle prime in Italia. All’inizio, i volumi erano sistemati per formato – come in tutte le raccolte antiche – e tenevano due stanze, che in breve divennero cinque. E se il tempo era mite, come quasi sempre dalle parti del ponente ligure, si poteva anche uscire a studiare il contenuto dei volumi all’aperto, in un armonioso chiostro sul quale davano le sale dell’edificio originale.
Le autorità ecclesiastiche danno il nullaosta nel 1653, anno in cui viene riconosciuta ufficialmente la biblioteca, e papa Innocenzo X emette un apposito breve in cui si vieta, pena la scomunica, di asportare i preziosi tomi della Aprosiana. Anche per via di una feroce polemica accademica con l’abate Stigliani, reo di avere attaccato il Marino, autore dell’Adone, da tutti i “marinisti” il fondo librario della Aprosiana ricevette le opere che i colleghi estimatori davano alle stampe sia a tema che non, con tanto di dedica: «Pro Bibliotheca Aprosiana.» 

Chi ha avuto la fortuna di potere osservare e poi sfogliare quei tomi ha notato autografi di autori davvero di ogni dove: francesi, spagnoli, tedeschi, danesi, polacchi. È certo che il nome di padre Aprosio fu in mille bocche del vecchio mondo, nel quale veniva celebrato con lodi ed elogi, e che, oramai in là con gli anni, era «nel suo convento seguito dall’amore e dalla conoscenza di tutti i letterati d’Europa.» 
Tuttavia, sarebbe ingeneroso attribuire la sua fama al suo impegno di polemista, nonché falso sottolineare la sua dote come reale atout. L’Aprosio infatti fu il tipico intellettuale seicentesco: irrequieto, ambiguo e un po’ nebuloso. Pubblicò innumerevoli scritti sotto nomi fantasiosi (Masoto Galistoni di Teramo, Scipio Galeano) e non si può negare come alcuni di essi si rivelino di indigesta e vacua erudizione, ma è pur vero che altri sono fonte di notizie utili e intriganti. La sua Sferza poetica ad esempio è una delle opere chiave per capire lo stile proposto dal Marino, e le intuizioni di un tempo a noi lontano. Per non parlare poi della raccolta aprosiana, arrivata – e quattro secoli fa era un dato enorme! – a diecimila volumi: rari incunaboli, fini opere e manoscritti preziosi. L’Aprosio, peraltro, fu un raccoglitore tra i più eclettici, perché accanto a libri di narrativa, di teatro e di letteratura in genere, mise saggi di diritto, di linguistica, di filosofia, teologia, geografia, storia, fisica, medicina, botanica e anche di demonologia. Alla sua morte, nel 1681, legò il cospicuo fondo al convento degli Agostiniani della sua città, ma con la scomparsa della sua figura di amoroso protettore iniziò il declino, culminato nel XVIII secolo con la spoliazione per ordine del direttorio della Repubblica Ligure che fa prelevare, in via di una futura biblioteca nazionale ligure, circa tremila opere scelte fra le più rare e di valore per il contenuto, nonché i saggi firmati, le miniature e l’epistolario di padre Aprosio diviso in ben 47 volumi.
Era cominciata l’èra della burocrazia. La Aprosiana, per fortuna, esiste ancora; conta più di ventiseimila ospiti di carta, e tra gli antichi tomi in pergamena, in un sontuoso mobile a muro di legno antico, conserva un ritratto del suo fondatore. In esso, l’erudito frate osserva dalla cornice con sguardo fermo e severo, e un poco velato di tristezza.


* Taken from Padre Angelico e la sua Aprosiana, by Serena Leone Vatta – La Casana (1978)