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Nosce Te Ipsum

Scritto da Luca Riboni.

È un’immagine consolidata: l’idea si rappresenta con una lampadina. Ma cosa accade dentro di noi?

Dentro di me generalmente sto parlando, leggendo, osservando, ascoltando o pensando. Più spesso, un ricco e intricato miscuglio di tutte queste azioni. Esiste fra esse una connessione importante ben prima che sia capace di accorgermene: è inconscia, avviene senza il minimo sforzo o disturbo. So soltanto che a un certo punto accade, più velocemente di quei temporali estivi il cui annuncio si riduce ad una sfumatura violacea nel cielo, che nel giro di pochi minuti si rovescia e sparisce, tornando a un insospettabile celeste. 
È una cosa più immediata di un riflesso incondizionato. Irrompe nella mente, riesce a sopraffarmi; a volte stupisce, altre svuota. È la coscienza di un legame che già c’era ma non avevo percepito. Quella è la lampadina che disegniamo: unisce fili che penzolavano dal soffitto dei nostri pensieri, e chissà se mai avremmo saputo collegarli senza quella frizione. Per un paio di giorni ho perduto di vista la mappa della vita che indica con un pallino rosso il punto nel quale ci si trova, il navigatore interiore. Forse l’ago della bussola è impazzito, forse s’è ribellato. Suppongo capiti a tutti di tanto in tanto, ma non lo so per certo perché si è abituati a tacere i blackout e i buchi neri delle nostre esperienze. Così si conviene, così è educato, così – qualcuno si ostina a credere – si estirpano i problemi. Ma tacere agli altri può sconfinare in una bugia ancora più grossa e pericolosa: tacere a se stessi. 

Vorrei poter dire che l’introspezione è lo strumento più efficace che possediamo per sopravvivere alla giungla emotiva del mondo, e introspezione significa guardarsi dentro, conoscersi, e capire ciò che accade dentro di noi. Lo dicono da secoli filosofi, antropologi, studiosi della natura umana.
Era della stessa opinione Talete: nosce te ipsum,
conosci te stesso, insegnamento ripreso da Socrate. 
Eppoi va di moda, oggi, buttare tutto in tortuosi percorsi psicologici, quasi che o somatizzi o stigmatizzi. Mi pare un po’ limitante, come pretendere di tenere i sogni chiusi nei cassetti dell’Ikea: già i mobili fatti da un artigiano hanno fessure e pertugi da cui il legno respira, figuriamoci i mobili usa e getta. Il rischio è che pure i sogni lo diventino, usa e getta. Ciò che si dovrebbe gettare e basta sono le aspettative, sia che esse si formino in noi, sia soprattutto quelle degli altri. Per gli spiritosi i nubifragi, le valanghe, i terremoti non sono guai di reale entità, se esteriori: fanno aumentare le addizionali sulle imposte e mutare il pelo delle volpi in base alla stagione (e alle prede da cacciare); nella realtà, però, i cataclismi intimi fanno più danni di una caduta dalle scale tutta di testa. E la testa è la prima da proteggere, è lei che muove il resto. Il moto disorganico delle cose – capitomboli compresi – può dire la sua, ma una volta imparata la lezione è bene evitare i ripassi. 

Adottano il medesimo principio tutte le discipline che scelgono l’io in quanto protagonista, ascoltando e regolandone la respirazione, i pensieri, l’armonia tra di essi. Quello di cui non ci si accorge è che l’io, come l’aria della city, è inquinato.
E se vogliamo riempirci di ossigeno dobbiamo cercare aria pulita, uscire dalle bolle di smog, perché per guardarsi dentro serve prima eliminare lo strato di nebbia che avvolge la perla racchiusa nella conchiglia.
Quella nebbia è miopia, impedisce di vedere ciò che è lontano. Lost in a foggy sea. 

Quella nebbia è una mancata messa a fuoco, una visuale impedita. È inutile, più spesso è dannosa. Si forma in tanti di quei modi che a malapena ne siamo consapevoli: parole che qualcuno ci ha rivolto, gesti, situazioni a cui siamo esposti, persone che frequentiamo, pensieri subdoli che si insinuano laddove non incontrano sicurezza. Ogni testa è un tribunale, diceva la nonna della mia insegnante di Semiotica. Ogni persona è un tribunale, dico io, di se stessa. Ci condanniamo per ciò che siamo, per ciò che vorremmo fare e non facciamo, per ogni debolezza pur intrinseca alla natura di esseri umani. L’unico modo per liberarci di questa giuria che ci condanna senza un giusto processo è la conoscenza. Di noi e di ciò che ci sta intorno, nonostante richieda un piccolo sforzo. 
Torniamo all’introspezione, allora? Sì e no. L’introspezione è indispensabile ma non basta. 

La mia lampadina, questa volta, si è accesa senza preavviso un pomeriggio, dopo aver visto un film a cui sono arrivato attraverso la battuta di un personaggio di un altro film ancora. E in riferimento a chissà quanti altri fili del soffitto di cui non sono consapevole. Ho capito di essere caduto in un tranello. A volte, presi come siamo dalla quotidianità, finiamo per ridimensionare le nostre aspirazioni. Sminuiamo noi stessi, rischiamo di dimenticare l’obiettivo, le nostre qualità, i nostri pregi. 
Prendersi una pausa deve diventare allora un imperativo, perché permette di vedere anche le cose lontane, che sembrano irraggiungibili. Ognuno può trovare il modo: chi bevendo una birra con un amico, chi leggendo un libro, chi rivolgendosi a Dio, chi suonando o guardando un film. La cosa che veramente conta è cercarlo, quel modo. Bisogna crederci. 
Per questo è nata la religione, per questo si creano gruppi, associazioni, filosofie. Perché credere in qualcosa è il primo passo da fare per realizzarlo. Perché solo se ci crediamo e lottiamo per ottenerlo, potremo scovare il tesoro che stiamo cercando. 
E non dobbiamo limitarci a chiedere una goccia d’acqua se possiamo avere l’oceano. Del resto, la cosa peggiore di certi sogni, quelli che si crede possibile chiudere nei cassetti, è che a volte si avverano.