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Undicesimo Comandamento: Non Ostruire la Strada Altrui

Scritto da Stefano Russo.

Dalle nostre parti sembra non esista una passione più ingombrante di quella dei motori.

A muoversi nelle strade di paesi e città càpita un fatto curioso: non si vedono quasi più pedoni, ma solo auto. È un vero assedio. Al di là del panorama avvilente, è il dato che sconcerta: cinquanta milioni di veicoli infestano le nostre strade, conquistano spazi sempre più ridotti, esaltano la pigrizia d’un popolo che non sa più fare due passi senza le ruote. Gioco di parole mica tanto: siamo affezionati alle poltrone, più o meno in ogni ambito, e appena vediamo un sedile proviamo a dare al fabbricante il nostro parere. Se ci piace, non lo molliamo; gli facciamo capire che è nato un affetto, e gli affetti non è bello farli dividere. È uno slancio non da poco, un’opera caritatevole fatta per mostrare all’artigiano di buona volontà che non è il solo ad averne. Per ogni evenienza, purché renda la vita più comoda, può contare su di noi. Gran salto da ciò che «se dit des appareils qui ont en eux leur moteur propulsif à pétrole, à gaz» e le definizioni del Larousse di arnesi che, ai tempi, non riscuotevano il favore del pubblico. L’uomo dei primi del secolo scorso non vedeva la macchina come un arnese vòlto a dare benessere ma piuttosto un congegno di disturbo della sua pacifica esistenza, destinato ad accelerare il ritmo della vita, e quindi abbassarne la qualità. 
Nessuno ne intuiva la praticità e gli sviluppi che vi diede Gottlieb Daimler, il primo a realizzare un propulsore a benzina, dopo migliaia e più esperimenti dei vari Barsanti, Cugnot, Matteucci e Bernardi. Tutti pionieri da Wikipedia, che giusto lì trovano un posto, oppure nei musei dove sono stipate, tra una muffa e l’altra, le vecchie Fiat 4 hp del 1899 a due cilindri verticali. C’era pure il conte Carli, che prese parte alla prima Paris-Rouen di 126 km con una vetturetta spinta da un motore elettrico, che soltanto oggi viene rivalutato. Oggi, che di scarichi siamo saturi, si guarda ad altri tipi di propulsione. Però intanto c’è ancora la benzina, e non è il solo guaio. Ben peggio fa la cultura del mezzo. Da buon praticone non posso far altro che portare degli esempi rilevati, con l’ausilio di altri due collaboratori, nel corso degli ultimi mesi. Abbiamo scelto ciascuno un punto di osservazione e ci siamo armati di taccuino – o note del cellulare – per annotare i flussi di traffico, nonché le sue peculiarità. Quindi, ci siamo divisi in sei nuclei. In tre per sei località: due città, due cittadine, due paesi. 

Città di Mantova. Punto di osservazione: arteria principale. Alle ore 18, in condizioni di circolazione regolare, il flusso era di 21-22 auto al minuto per ogni singola carreggiata. 
Città di Mantova. Punto di osservazione: via secondaria. Alle ore 16:30, in condizioni di circolazione regolare, il flusso era di 10-11 auto al minuto per carreggiata. 
Città di Brescia. Punto di osservazione: arteria principale. Alle ore 18, in condizioni di circolazione rallentata, il flusso era di 23-25 auto al minuto per carreggiata. 
Città di Brescia. Punto di osservazione: via secondaria. Alle ore 17, in condizioni di circolazione regolare, il flusso era di 12-14 auto al minuto per carreggiata. 
Cittadina di Voghera. Punto di osservazione: circonvallazione principale. Alle ore 19:30, il flusso di auto era di 19-21 al minuto per ogni carreggiata. 
Cittadina di Voghera. Punto di osservazione: strada secondaria. Alle ore 18:30, il flusso di auto era di 10-12 al minuto per carreggiata. 
Cittadina di Crema. Punto di osservazione: arteria principale. Alle ore 17:30, in condizioni regolari, il flusso era di 19-20 auto al minuto per carreggiata. 
Cittadina di Crema. Punto di osservazione: via secondaria. Alle ore 19, in condizioni di traffico intenso, il flusso era di 11-13 auto al minuto per carreggiata. 
Paese di Rottofreno. Punto di osservazione: strada statale. Alle ore 18:30, in condizioni di traffico intenso, il flusso era di 22-23 auto al minuto per carreggiata. 
Paese di Rottofreno. Punto di osservazione: strada secondaria. Alle ore 19, in condizioni regolari, il flusso era di 8-9 auto al minuto per carreggiata. 
Paese di Inzago. Punto di osservazione: strada statale. Alle ore 18:30, in condizioni di traffico intenso, il flusso era di 22-24 auto al minuto per carreggiata. 
Paese di Inzago. Punto di osservazione: strada secondaria. Alle ore 19, in condizioni regolari, il flusso di auto era di 9-10 auto al minuto per carreggiata. 

Cosa balza all’occhio? Il volume dei mezzi, okay. Impressionante. Un’auto ogni tre/quattro secondi, roba da videogioco.
Per capirci: la circolazione rallentata non significa tappo stile casello autostradale durante un esodo estivo, ma semplice colonna di auto che marciano a velocità consentita (tranne qualche fenomeno che non può mai mancare) dal codice della strada e dal ritmo dei veicoli stessi. Dicevo: qual è il dato che dà più stupore? Il volume dei mezzi e va bene, ma il fatto che il transito di questi sia molto simile nei paesi quanto nelle città è ancora più sbalorditivo. Si potrebbe contestare che chi abita in un paese, in un borgo distante svariati km dalle città, per recarsi al lavoro ha bisogno di un’auto, tanto più che l’inefficienza e le tariffe dei mezzi pubblici sono un invito a evitarli. Ma nella nostra rilevazione ci siamo spinti più in là, occupandoci anche dei forzati delle macchine dentro ai loro gusci. Tolti i camion e i furgoni per il trasporto di derrate e merci varie, alla guida della maggior parte c’erano persone di una certa età, ragazze e ragazzi giovani; niente gruppi, né famiglie. All’ora di rientro dei presunti pendolari, poi, qualche adulto o guidatore di mezza età faceva capolino. Meno di un’auto su trenta aveva due occupanti. La solitudine dei numeri primi applicata alle strade dice che se in un nucleo di tre familiari ci sono tre auto, ognuno possiede la sua, ne ha bisogno in qualsiasi istante perché deve disporre del suo tempo come vuole, senza essere legato a quello altrui. Se sale con un altro è solo per dividere i costi, o perché va nella stessa direzione. In farmacia, al mercato, dal fiorista, al cimitero, a farsi un caffè, in edicola, in Posta a spedire un pacco, o dal medico: ogni luogo ha il suo parcheggio, le strisce «bianche gialle o blu/per potergli dar del tu» e arrivarci con l’auto sotto il sedere. Meno passi fai, più tempo risparmi, salvo impiegare venti minuti a cercare un buco dove infilarti, perché la tua stessa idea l’hanno avuta tanti altri e posto non ce n’è più; così, devi girare come una trottola associando tutti i santi di tua conoscenza alle bestiole da serraglio pur di mandare qualcuno a quel paese senza ricevere un feedback.

Preso atto che un buon 70% dei forzati dell’auto – quelli che se potessero la userebbero anche per andare in bagno (allo studio c’è una
comoda sotto il sedile) – non la usano affatto per andare al lavoro, ma per brevi tragitti interni agli abitati, è ancora più comico il loro massacrarsi di palestra al fine di perdere i chili accumulati da seduti, o il loro aderire alla raccolta di firme contro lo smog e gli inquinatori seriali, il loro ragliare in difesa degli spazi verdi insidiati dai costruttori, gli stessi che fanno soldi sui garage e i posti auto, gli spiazzi e i parcheggi di cui lamentano la penuria. 
«Oh, non c’è mai un buco!» 
«Potevi venire a piedi...» 
«Sei fuori? Col freddo che fa...» 
Passa una donna sugli ottanta con una borsetta della spesa e guarda sottecchi il maschio con lo sguardo da duro che si lamenta di quant’è fragile, e fa una smorfia come a dire “ai miei tempi questo non era un freddo epocale. Non era neppure freddo, due sottozero! Te n’uscivi all’alba da casa e te ne andavi al lavoro con l’afa d’estate o coi geloni alti mezzo metro; altro che fare la caccola congelata. Guardati: sei una tragedia lunga trent’anni”. Oddio, forse non sta pensando proprio quelle parole, ma neanche ci va troppo distante. Il bellimbusto, infatti, trent’anni ce li ha, e li fa tremare nel suo bomber in cui si stringe come un passero gonfio di piume. 
«Se cammini, tranquillo che ti scaldi.» 
«No grazie. Se proprio devo, mi prendo un caffè.» 
«Credevo preparasse anche quello, il ranocchio.» 
«Ranocchio sarà il tuo macinino.» 
Si offende perché ho associato il suo semi-suv a un anuro, del quale peraltro ha tutte le forme. Full optional, ha una tale dotazione che neppure una nave da crociera, ma se faccio umorismo l’autopardo si può impermalire e d’un tratto levarmi il saluto. Mi limiterò a pensare ai fari telescopici per guardoni, al motore 4 tempi senza supplementari né rigori, al clacson in Do maggiore, al bluetooth e al video di bordo con gps, tivù, radio Maria, youporn, e un design vietato ai minori. 

Il campionario di esemplari in simbiosi col volante annovera giovanotti rampanti, nonnini intercooler con il cappello in testa, turbotruzzi e smartiste iperconnesse, pretoriani del quadruplo scappamento da far la felicità di Nonciclopedia, per cui la stagione venatoria non chiude mai: sono a caccia di ciclisti e della pelle dei pedoni tutto l’anno. Sappiatelo, voi, sottosviluppati che ancor usate le gambe al posto di ciò che la tecnica ci ha dato: o sarete sconfitti dall’urto con le nostre lamiere, o dai miasmi delle marmitte. È una lotta in cui il più debole è destinato a soccombere, altro che farvi vedere in giro mattina e sera fra le auto, lì, tra un giardino e una piazza, sulle panchine, a chiacchierare beati come se nulla fosse. Altro che trovarvi davanti alla chiesa locale la domenica o nei giorni liberi, con le vostre tutine da supereroi del doping, per partire verso colline e salite tanto dure da farvi tornare con angina, emorroidi e impotenza, e soprattutto impedirci il dominio della strada. Il mondo vi accade intorno, cresce, si fa più veloce; inutile che guardiate col sorriso ebete la mia monovolume da sei metri per otto posti, non avete idea di cosa significhi portare i bambini a scuola in sicurezza. Ho un figlio solo? E che vuol dire? Se ne avrò altri, allungherò un po’ il modello. E poi la protezione è tutto, sono le strade che vanno adeguate, non il contrario. Io ho bisogno di spazio, di comfort, è finito il tempo delle lamiere fredde con il motore a scoppio: uscite dall’illuminismo, dannati retrogradi! 
C’è da correggere la fiaba per cui c’era una volta l’italiano che difettava in disciplina ma brillava per l’intuito, per il genio con cui se la cavava in mille occasioni, e se gli mancava il genio c’era la volontà: la pigrizia gli ha rubato la scena. Non ci muoviamo più, e il salto da automi ad “autuomini” è sempre più prossimo.