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Stornelli & Tradizioni Della Continuità

Scritto da Paolo Di Luca.

La memoria degli uomini preserva anche dalla consumazione della carta: è bene diffidare dalle imitazioni.

Anche quando un invito promette un tuffo nella tradizione bisogna farsi guardinghi. Mai sfiduciati però, perché la sorpresa è sempre in agguato, e con piacere illumina il palco di un salone privato, dov’è stato allestito uno squarcio di antica taverna a mo’ di recital.
Il padrone di casa ha appena terminato di salutare una signora e il suo compagno, dall’aria molto professorale, che si accomodano accanto a me. Lui, intanto, scompare dietro un pesante tendaggio e ne esce poco dopo insieme a un gruppo di uomini vestiti con camicie a sbuffo bianco, baschetto e gilet scuro.
Il roccolo dei cantori si dispone a semicerchio, qualcuno in piedi e qualcuno seduto. Il più fiero di essi, detto il primo, intona, senza essersi accordato con gli altri, un accenno di strofa: «e così vi lascio...».
I compagni fanno seguito, s'adeguano alla tonalità e partono cantando uno stornello a rime brevi, dal sapore antico. Generalmente beffardo, ma non è la regola.
Infatti, fra gli svolazzi del dialetto, intuisco l’imbarazzata dichiarazione d’amore di un villico dei bricchi, uno di quei contadini che nel Medioevo diedero origine ai “trallallero” di tanti sketch, del teatrino e della tradizione popolare.
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E proprio dal popolo viene il termine, originario della Val Polcevera. La sua tipicità sta nel ripetere quella parola alla fine di una strofa, eseguita da un complesso di almeno cinque elementi. Tutti cantano guardandosi in faccia per concordare il ritmo e quel “passo” che oggi, molti, chiamerebbero freestyle.
La differenza è che qui ognuno compie il suo pezzo da solista, e non da gregario: segue un discorso senza udire il vicino, spesso coprendosi un orecchio. Nessun piano comune, niente accordi preventivi sul repertorio o l’intonazione: tocca al primo, con piglio di baritono, esporre la battuta e dare il via alla recita.
A lui si adegueranno il secondo, un contralto che canta in falsetto; la chitarra, un basso che battendo il dorso della mano contro la bocca simula le vibrazioni delle corde; poi una serie di altri baritoni e bassi. Ciascuno di loro canta a voce spiegata, mentre il suono soverchia le parole, che un ascoltatore poco esperto non riesce ad afferrare. È il mio caso.
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Mi consola il fatto che spesso i testi sconfinano nel nonsenso, sono un pretesto per la sola canzone, che in genere non supera i tre minuti di durata. Il rito è un andante/lento, di rado più allegro. I versi però sono improntati all’ironia, allo sberleffo.
Prevale il tema della campagna, quella che i giovani stanno abbandonando, o hanno quasi del tutto lasciato, e allora ecco fare capolino qualche strofa sul contrasto fra generazioni, le mancate intese, i qui pro quo. Per chi ha buona memoria, fino agli anni Ottanta c’era pure la polemica contro i censori, i padroni, i furbetti, e talvolta il clero (“tutti van per l’America / ma l’America è anche qua / specie dentro un tonachino /trallallero trallallà”).
Forse l’autorità non ha mai temuto le invettive e le licenziosità di questi canti, ma per la gente erano una forma di sfogo, quasi di esorcismo. Venivano dalla terra e alla terra restituivano la grazia e la semplicità dei desideri, delle patiche quotidiane, dei sapori e le abitudini rurali tramandate di famiglia in famiglia.
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«Non nascevano in fabbrica e non parlavano di mare, luogo di incertezza e di pericolo. Il tema del lavoro era rifiutato perché la funzione era quella di allentare la tensione della fatica quotidiana», mi spiega un etno-musicologo presente all’esibizione.
«Si formavano piuttosto dalla mescolanza di più povertà, una regione dentro all’altra, dal senso di convivio che si creava tra compagni di un bicchiere o di una sera, dopo una magra cena e ore di aspro sudore. Credevo, io per primo, che la gran parte avesse dimenticato; riscopro invece con piacere che non si è voluto abbandonare alle foto in bianco e nero un patrimonio a suo modo prezioso».
«Sì,» mi conferma il primo del coro, «siamo quattro squadre in tutto, almeno nel basso Piemonte. Ci esibiamo ancora davanti a un tavolino con sopra bicchieri e fiaschi di vino rosso: barbera o barolo a cui attingere nelle pause. Come facevano i miei bisnonni».
«La compagine dei canterini più famosa è stata la Dominante, attiva nell’entroterra genovese, fra Bolzaneto e Casella, attorno agli anni Venti», concordano l’uomo e il padrone di casa. Il loro stile era più disteso e forse melanconico, non sempre usavano il falsetto e la chitarra, ma erano geniali, dieci elementi di grande abilità.
«Ricordo ancora la loro foto in via Canneto Il Lungo, alla latteria Carossino, nel centro storico di Genova».
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Sui libri di storia non ci sono. Ecco perché è bene diffidare dalle imitazioni della memoria: in un chip non si può racchiudere il mondo, l’avventura atroce e fiabesca del suo passato, del suo presente. Rischieremmo di scordare anche i Tàsgia sardi, canti religiosi e monodici; i Bej, intonati dai minatori del Monte Amiata; o i Sulfarìn, sorta di preghiere in musica a cappella degli scavatori del nord.
Perdere il passato è inammissibile, per una società che vuol dirsi protesa a costruire il futuro. Siamo ciò che quel passato ha forgiato nel tempo, con chi l’ha percorso e speso a costruire la realtà, quel mondo che ci è familiare, e ce l’ha consegnato intonando: «e così vi lascio...»