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La Maschera Neutra: Intervista A Chiara De Fernex

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

La fantasia è un’etichetta che ci si deve riconoscere, nessuno più di uno scrittore ne ha confidenza.

Chiara De Fernex ha quel dono che molti raggiungono a fatica. Dovrei intervistarla, anche se mi esce difficile il colloquio: negli imbarazzi del volto, nelle parole che non salgono.
Siamo seduti al tavolino di un bar in via Savona, nella Milano antica ma non troppo. Quella da bere è a pochi isolati, ma è una mancanza che non preme. Il locale è moderno, con qualche eccesso di grigio e un rosa tenue. Tendaggi fini, mensole ampie, su una di queste esplode un ramo di azalea.
Alle spalle, una riproduzione in cornice d’argento di Helmut Berger con un sorriso autunnale.
Giro nervosamente fra le mani il suo libro,
La Maschera Neutra, edito da Fausto Lupetti, collana Amatea.
È la storia attualissima di Massimo, del suo percorso verso la conoscenza in un’atmosfera di sottesa nostalgia. Esule in una città aritmica e alienante, galleggia nella zona dell’attesa, in un’aiuola in cui le sue radici non sanno affondare.
Diventa psichiatra perché il suo destino è ai margini dell’attenzione, ed è l’unico modo che ha per recuperare e tenere insieme i fili della vita, le ragioni delle scelte mancate e quelle del viaggio più difficile: l’amore per Beatrice, ragazza affascinante e dal passato oscuro.
Con il contagocce emotivo, analizza gli altri per capire meglio se stesso.



D. C’è un filo conduttore in tutta l’opera, come una ruota che gira, torna indietro, riscopre un segno del passato o un vizio del presente, e trasforma il sapore di un’esistenza, dando colore e definizione a un’epoca: la nostra. Quella del precariato, dell’instabilità materiale e interiore.
Le emozioni giocano un ruolo chiave nei personaggi del libro, così come nella vita. La narrazione corre in parallelo con il travaglio di molti giovani e meno giovani, in una sanguigna operazione-verità. Era nelle tue intenzioni?
R. Sì. L’idea era di riuscire a far vivere nelle individualità dei personaggi temi e sentimenti collettivi.

D. Proposito raggiunto, e con rara efficacia. Ma torniamo allo sviluppo del romanzo. È una storia fatta di storie, un ensemble di percorsi ad alta tensione: ricordi, paure, vibrazioni. Stefano ha tutte le risorse per procurarsi la felicità, ma sceglie un limbo consapevole; Elena reclama una normalità a cui si avvinghia per sfuggirvi; e ai due protagonisti, Massimo e Beatrice, è riservata una severa lotta con l’inquietudine.
Se l’inatteso è un sentore da coltivare pari alla sorpresa, come si inserisce nella loro rassegnata routine?
R. Nel momento in cui i personaggi arrivano a misurarsi con gli aspetti irrisolti della loro vita, abbandonano lo stato di rassegnazione in cui si trovano. L’inatteso di cui parli è di fatto l’attimo che li rivela a se stessi.
Antonio, per citare un esempio, scambia l’egoismo di Marina per amore e vive una relazione sbilanciata che lo opprime, ma alla quale non vuole rinunciare. Tuttavia, accettare l’idea che Marina non sia in grado di darsi all’altro, lo porta a riscattare il suo amore e a capire che può fare a meno di lei.

D. Luigi II di Baviera diceva: “voglio restare per me e per gli altri un enigma”, ma pare tanto che tutti, qui, cerchino una forma di coscienza. E la felicità?
R. Credo che ogni personaggio, nella sua ricerca, sperimenti almeno un momento di felicità, se per felicità intendiamo un appagamento fugace più che un approdo duraturo.

D. Ci sono svariati spaccati di umanità ai margini, tutti filtrati da un occhio paziente e silenzioso, che analizza le loro vicende per capirsi più a fondo. Qual è il peccato che li accomuna e quale pensi, nel concreto, meriti più comprensione?
R. Ciò che li accomuna è il rimpianto, vissuto il più delle volte come nostalgia di una serenità che sfugge. Tutti, inoltre, hanno qualcosa da rimproverarsi: un’occasione persa, un errore, un senso di colpa, una vicenda che li fa soffrire e della quale vorrebbero liberarsi. In realtà, saranno proprio queste inquietudini a dar loro l’occasione di rappacificarsi con se stessi.
Credo che ogni personaggio del libro patisca un disagio profondo e che per questo meriti di essere giustificato nelle sue scelte, anche quando finiscono per rivelarsi sbagliate.

D. Una parabola di squisita, fragile intimità, insomma. Un atto di spoliazione anche da parte tua, se è vero che in ogni romanzo l’autore mette una parte di sé, maggiore o minore secondo la passione con la quale l’ha scritto. Flaubert diceva: “Madame Bovary c’est moi”, e non sembrava un alibi. Tutt’altro.
È così difficile liberarsi della propria dimensione?
R. Direi quasi impossibile. Nella scrittura, se vogliamo essere credibili, dobbiamo partire da ciò che conosciamo riadattando questi elementi a un contesto narrativo. È ovvio che sia più facile, quando si comincia a scrivere, prendere in prestito spunti dalla nostra vita. Questo però non significa necessariamente che nel libro troveremo l’autore in misura maggiore o minore che se avesse deciso di narrare una storia di alieni ambientata su Marte.

D. Colpisce la varietà delle esperienze e dei modi in cui si può manifestare il disagio, soprattutto nei giovani. Giovani privi di riferimenti e di aiuti dal mondo adulto, che cercandosi riflettono il proprio smarrimento in quello dei coetanei. Alcol, droga, relazioni superficiali, basate su equilibri sottili e senza futuro, attrazioni improvvise e fatali, ossessioni, conflitti generazionali e religiosi, traumi infantili.
Qual è il confine che divide la letteratura dalla realtà?
R. Attraverso la letteratura è possibile raccontare avvenimenti mai accaduti, rimanendo allo stesso tempo fedele a un principio di realtà che li renda verosimili.

D.
E poi c’è il dramma di Beatrice. È incapace di separarsi da un passato ancora vivo ma sfocato, i cui contorni della colpa e della vittima non si distinguono più. Ha dunque ragione Fellini a sostenere che se tutte le verità venissero a galla nel contempo, l’umanità rischierebbe di saltare per aria?
R. È sicuramente così, almeno per chi vive un dramma simile a quello dal quale Beatrice non riesce a separarsi. La sua mente si è difesa: ha reagito nascondendo a se stessa (e in se stessa) la verità che non poteva reggere e che, recuperata tutta insieme, l’avrebbe fatta esplodere.

D.
Le situazioni sono raccontate dagli stessi pazienti in analisi, sullo sfondo di una metropoli gelida, dove le persone si muovono come automi, senz’altra finalità se non quella di non soccombere alla disperazione.
Che posto occupa in tutto ciò la speranza?
R. Quando la speranza non viene confusa con l’illusione, ma va di pari passo alle nostre capacità, rappresenta il motore del cambiamento. È proprio la speranza persa, insieme alle insoddisfazioni che ne conseguono, a farci vivere come dici: senz’altra finalità se non quella di non soccombere alla disperazione.


Stati emotivi forti, per una storia che cattura di nervi, di visceri.
Con acutezza, l’autrice chiarisce una volta di più che sottrarsi agli imprevisti ed evitare le situazioni che sfuggono al proprio controllo è una terapia destinata a fallire, perché esclude anche la sorpresa, che dà fantasia alla vita e non la rende un passaggio monotono, un guardarsi da fuori come spettatori impotenti.
C’è un messaggio positivo che non può sfuggire al lettore attento: serve scendere, andare di sotto, e sistemare ciò che sta sopra da un punto dove il baricentro delle emozioni è più stabile.
Dove la verità è un’ombra sul muro.
Lo evidenzia bene quest’opera, come un coro caldo di rivelazioni sulla faccia inferiore della moneta, quella che non dà la vittoria, ma che è utile al mondo per definire la poetica delle cose. Quella che si chiede: dove vanno i palloncini quando sfuggono di mano ai bimbi?