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Il Vizio della Velocità

Scritto da Andrea Faravelli.

A che servono nuove immagini, se non si hanno nuovi occhi?

Sfogliavo una rivista del secolo scorso, e notavo la profonda diversità nell’approccio con i luoghi e con i paesaggi. Può sembrare un’ovvietà, ma i paesaggi non sono più gli stessi, anche dove lo sono. Se le linee e i profili hanno ancora una verosimiglianza con il passato – nonostante la bulimia edilizia – è la rapidità dei mezzi, e la tipologia di questi ultimi, a sconvolgere il tutto. Lo sviluppo dei mezzi ha posto su un altro piano non soltanto i rapporti di mercato, ma anche quelli sociali dei popoli. Inoltre, ha dato un punto di vista differente dal quale osservare le cose. La lentezza favoriva l’incanto, dava modo di farsi permeare dall’atmosfera dei luoghi.
Spostandosi rapidamente, sia con l’occhio tecnologico di un motore di ricerca (utile, ma capace di azzerare del tutto il piacere della scoperta, in favore di una finta gioia da salvaschermo), sia con i mezzi in sé, il paesaggio ha acquisito una mobilità e un’unità che prima non aveva. Un tempo era fatto da schegge, da scorci capaci di variare, e di molto, da un chilometro all’altro, come tante scene di un film mai statico; oggi il paesaggio è un organismo in movimento, che dalla fusione delle sue parti prende un aspetto e un’espressione più generica, e annacquata. È il vizio della velocità: più essa aumenta, più cose ci nasconde, perché oscura i particolari. 
L’auto, l’aereo, il treno, trascurando per ora il computer, ci mettono a contatto con una sarabanda di oggetti creati dalla natura o dall’uomo, dai quali lo spazio s’è emancipato. Dove una volta c’era da far un tratto o più d’uno a piedi, lasciarvi qualche paio di scarpe per godere di un grande stupore – che è fonte di armonia, vera vittima del nostro secolo – ed entrare a contatto con qualcosa di nuovo non soltanto con la vista ma col respiro, e toccandolo, annusandolo, adesso possiamo star fermi nel nostro bel mezzo, al caldo o al fresco secondo le stagioni, guardando le cose venirci incontro. 

Un cambio radicale di prospettiva. La nostra sensibilità, non più stimolata dalla fatica e dalla stanchezza, anzi, affinata dalla pigrizia che l’immobilità ci consente, apprende con un risentimento più vivido le immagini e le impressioni che la colpiscono. Seduto in poltrona, infatti, il nostro spirito è poco a poco assopito in una specie di ebbrezza, che poi è la condizione migliore per favorire la visione di più scorci in un tempo assai breve, e scartare quelli che colpiscono meno. Ecco perché ho subito escluso il viaggio telematico: è l’illusione virtuale. Il viaggio, invece, è virtù. Per accogliere la virtù e far posto al pensiero, al ricordo e alla sua elaborazione, serve fermarsi anche là dove corre un paesaggio transitorio, nel quale spesso si avverte l’attesa di ciò che nasconde, di ciò a cui ci sta preparando, e capire la bellezza di quegli attimi, l’intimo piacere di un angolo che onora il salotto buono con la dignità dell’anticamera. 

La rapidità trascura l’anticamera, elimina i diaframmi, o li sfoglia annoiata. Non bada a ciò che in essi può acquattarsi, non vede il fiore minuscolo e bellissimo che dondola fra i sassi, e i panorami si rincorrono senza pause: alberi, siepi, monti, ville, strade, golfi, rocce, strade, e noi assistiamo ad un film i cui protagonisti vengono subito al dunque, senza sviluppo dei caratteri tranne la mera fisicità. È una sorta di porno, privo di trama perché ansioso di arrivare all’atto, alla funzione per la quale è girato. 

Dunque, siamo ancora nel campo cinematografico, ma con una netta distinzione. 
Il cinema sviluppa e sfrutta, in parallelo, il nostro amore – tutto moderno – per le vedute rapide e multiple, fatte di foto spettacolari e immediate acrobazie, che danno anch’esse l’illusione d’essere in un luogo altrimenti imprendibile, magari unito da una luce d’acquario che scolorando un po’ gli dà un tono indelebile e fatato. Un’altra illusione. Da qui nasce l’insulto di Photoshop, il trucco per la natura, come se la natura avesse la frivolezza degli uomini bisognosi di fingere per sentirsi veri. 
Attraversando boschi, mari e catene montuose con la fretta di soddisfare la vista, ciò che rimane a fuoco nella memoria non è il particolare, né la somma dei particolari che fanno un’unità vivente ed attiva, ma un flash, una figurina, o un fotomontaggio naturale che racchiude centinaia di miglia di terra o di mare in una visione temporanea. Per la nostra cultura disorganica è quello che conta. Dopo le guglie delle Dolomiti si passa ai pinnacoli del duomo di Milano, alla torre di Pisa e alle cento di San Gimignano, e in un balzo si è nelle abetaie delle valli alpine o nelle odorose pinete toscane, e gli oliveti di Calabria, gli zampilli delle sorgenti montane o della fontana di Trevi non hanno più veli, non hanno segreti, sono a portata di mano, di gita, di click. Una marmellata generale. Di un tessuto, dicono, è inutile studiare la trama. Ci pensano la massaie, o lo fa il sarto. Per ammirare il disegno che la trama ci dona, la purezza delle tinte e la grazia delle proporzioni, serve il colpo d’occhio. Gli usi e i costumi alimentano una curiosità svagata: a Ibiza si va a festeggiare, a ballare. Sulle coste ci si sdraia per poi esibire l’abbronzatura, per fare una grigliata alcolica, e giù coi selfie a tutte le ore, lasciando sulla rena le tracce dei bracieri, le cicche delle sigarette, i segni della civiltà del benessere. 

«La teoria sociale dei vasi comunicanti dà un livello uguale di credenze» notava il Saponaro, già un secolo addietro.
Dinanzi a quegli occhi scorrono oggetti nuovi e antichi, dalle necropoli a ciò che in superficie si muove da millenni, e spiega la teoria evolutiva meglio di ogni trattato. Io, se un amico mi invita ad un viaggio, metto una condizione: bassa velocità. Pochi luoghi, ma vissuti con tutta la calma possibile. La società impone ritmi alienanti, non voglio estenderli pure al tempo privato. Che è poco, ma è una somma delle briciole che fanno le rovine di Selinunte, le piane dei laghi di Misurina, i sassi dei castelli svevi di Puglia, perché anch’io sono briciola, e solo in quel modo nell’albo dei ricordi il vento non potrà soffiarci via. 

* Photo by Elena Pititto (Shades of Life, 2016)