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Il Mostro Dell'Hinterland

Scritto da Daniela Frascati.

Ogni storia comincia prima ancora di essere narrata, ma se è narrata ha più valore.

«G.G. ha 41 anni e vive a Brescia. Ha perso da pochi mesi il padre, mentre la madre è morta qualche anno prima. Vive solo in un appartamento al piano di sopra di una bifamiliare nel cui piano di sotto stanno zio A.G. e la moglie. È un tipo taciturno, non ha amici né fidanzata, e trascorre il tempo a casa. Il 30 luglio 2005 gli zii scompaiono nel nulla». 
Questo è l’incipit di un vecchio articolo ripreso dal portale cronacanera.it, ma è anche la storia del romanzo di Matteo Ferrario, Il Mostro Dell’Hinterland, edito da Fernandel. 
Un efferato fatto di cronaca che l’autore racconta in soggettiva come fosse lui stesso Riccardo Berio, nome dietro il quale occulta il vero protagonista della vicenda. Una narrazione che dà uno scarso spazio all'emotività e pure ai sentimenti. Obbiettiva e distaccata, rifugge da orpelli e ricercatezze letterarie, così come da psicologismi giustificatori. Una storia che non si nutre di suspense – non può farlo, perché tutto è già accaduto e compiuto anche nell’epilogo della condanna e in quello più recente della messa all’asta della casa dove è avvenuto il delitto – e che non si carica degli eccessi, sovente gratuiti, degli innumerevoli thriller nostrani, ma che vive della voce di un solitario di provincia che parla della banalità del male come cosa che appartiene a tutti, e può entrare nelle vite di ognuno all’improvviso. 

Il signor Berio a cui l’autore dà voce sembra possedere il rigore della verità; impietoso fino al masochismo, tagliente nel raffigurare i personaggi che a vario titolo intrecciano le loro vite con la sua, meticoloso nel ricostruire le fasi del processo e dei suoi protagonisti, procede in una alternanza di presente, di flashback e di ricordi, che arrivano sempre a proposito e al posto giusto per illuminare uno squarcio di realtà o un fatto che solo alla distanza, e in un altro tempo, diventerà  il segno premonitore di un efferato omicida. 
Una narrazione che ripercorre attraverso le parole di Riccardo Berio, condannato all’ergastolo, la sua terribile vicenda esistenziale. «Ma vi rendete conto di com’è messo questo paese? Lo dico anche per voi, che un giorno o l’altro potreste trovarvi sul groppone un’accusa compatibile con la vostra faccia e la vita che fate. Vi sembra normale che, oltre a cucirvi addosso una scena del crimine come fosse un cappottino su misura, oltre a lavorare ai fianchi gli spettatori finché non si convincano di avervi incrociato da qualche parte con uno sguardo da pazzoide, oltre a costruire teorie sulla vostra vita sessuale, arrivino persino a infilarvi sotto il letto copie di tabloid per massaie che non avete mai sfogliato, né tanto meno comprato in vita vostra?». 

Riccardo Berio, proprio come il G.G. della realtà, ha vissuto per quarant’anni un’esistenza schiva, appartata, che diverrà improvvisamente oscura quando la denuncia della scomparsa degli zii lo metterà al centro esatto della scena. Fino a quel momento Berio è stato un’ombra dietro le tendine delle finestre della sua casa, un ragazzo diventato adulto nei pomeriggi annoiati, sulla sdraio in terrazzo, intanto che nell’appartamento di sotto gli anziani zii si godevano la vita con la spudoratezza di due amanti senza età. 
È la minuziosa ricostruzione che l’autore fa della vita di Berio come fosse la sua, che procede di pari passo con il racconto mediatico e sociale del mostro perfetto, a trattenere l’attenzione del lettore, perché nel dire di sé egli mostra la povertà esistenziale di quanti intorno a lui compongono il mosaico di una delle tante province del Paese. Una provincia che si perpetua dietro una facciata di apparente normalità, dove ognuno coltiva le proprie pubbliche virtù e i propri vizi privati, costituita da un’umanità miserevole e scialba, assuefatta a un benessere volgare e in eccesso, e vede in chi si discosta dalla propria quotidianità borghese l’altro, il diverso, colui al quale si può addebitare ogni nefandezza. 
Tutta la storia di Berio è attraversata da una sofferta condizione di anaffettività e di incapacità di entrare in relazione con gli altri, ma allo stesso tempo ha reso la scelta della solitudine un luogo di consapevolezza, un punto “eccentrico” dal quale osservare il mondo circostante e le vite degli altri, abbandonandosi all’apatia di una misoginia acuta. Così, una pagina dietro l’altra, da questo racconto/ricostruzione, esce un uomo predestinato alla gogna, ma con la capacità critica e la lucidità di chi ha tratto dalla sua solitudine il coraggio per trasformarla in forza. La forza disincantata con la quale affronterà la condizione di mostro a cui tutti lo hanno condannato e che si porterà dietro per sempre. 

Ma non è lui l’unico mostro in questo romanzo: altrettanto lo sono i personaggi che gli fanno da contorno. Grotteschi e carogne. Sopra tutti la figura dell’intervistatrice Alda Pursino, alter ego della famosa curatrice di un programma televisivo assai noto. Sono magistrali i suoi tic, i vezzi narcisi e tronfi di chi sa di maneggiare uno strumento subdolo e pervasivo come la televisione, rendendolo a misura di
pornografi del crimine.
Allo stesso modo è agghiacciante la giustizia-spettacolo fatta di inquirenti e avvocati esibizionisti che lisciano il pelo al consenso del pubblico, stuzzicandolo con lo stereotipo della belva assassina. 
Un romanzo insomma che ha illustri precedenti nella cultura italiana, precedenti che arrivano dai fertili anni ’70, e dal magistrale film di Dino Risi I Mostri. Lì, quei mostri nascevano (e dilagavano) in una società nel bel mezzo del boom economico. Tutti, allora, potevano accedere al benessere; i nuovi ricchi e la piccola imprenditoria del nord ne erano la bandiera, con la protervia grossolana e volgare che dà il denaro fatto in fretta e senza etica. Quella stessa provincia negli anni si farà hinterland, periferia di metropoli. E nel romanzo di Ferrario, ritroviamo quei mostri cresciuti a dismisura malgrado il miracolo italiano sia una lontana memoria e la crisi, assieme e alla paura di perdere il proprio status sociale, sia la condizione dei più. Qui Riccardo Berio, il mostro per eccellenza, creato in provetta come un novello Frankenstein, innocente o colpevole che sia, paga tutto forse anche per altri. 
Una storia amara e cruda, come amaro è quanto l’autore fa dire a Berio: «Ma la verità è che quello che è andato, è andato per sempre, e quello che non c’è mai stato non potrà esserci, tanto meno qui».