Prima Della Prossima Onda Stampa
Scritto da Diego G. Pozzi   

Mi prende un brivido, ma non è il freddo. È il capogiro, lo squilibrio dell’onda, quella dove l’acqua è fonda come il cielo.

Sono a Genova, in Largo Merlo. Ho appena letto dei versi su un marciapiede, scritti con il gesso che si usa a scuola. Tutte le scuole e le attività che durante l’alluvione erano aperte. 

Dietro la schiena dell’ultimo flutto
sento ringhiare un’altra risacca,
la riva non è lontana
e già vado in cerca
del risucchio in cui arenarmi.
Salvo dai mali, protetto
dalla tempesta quando nel porto mi aspetti
e la banchina colori di gigli, agavi,
cedri e ginestre: nulla teme
chi è atteso dall’amore.

Navigo mari che inghiottono fiumi
piogge piante nubi e singhiozzi senza mai traboccare,
vomitando la sete sull’orizzonte.
E lascio le croci annegare
nel cimitero delle onde.

C’era anche un titolo, in basso a sinistra: Il Marinaio. E poi la data. Già slavata a metà.
Ho dovuto sedermi sopra un panettone di cemento. Sembrava lì apposta, non ce l’aveva portato la piena del Fereggiano. Magari pensava anche lui al marinaio, uno che patisce il mal di terra, perché troppa terra è piovuta nel mare. 
Le ho rilette più volte, quelle righe. Finché ho preso uno scontrino, una di quelle cartacce che fanno pieno di niente il portafogli e l’ho ricopiata sopra. Volevo portarla a casa prima di ripassare e non trovarla più, cancellata da un temporale o dall’incoscienza di chi dovrebbe proteggere la città. Da chi si fa carico delle vittime di un’esondazione, però va in tivù durante le operazioni di recupero a parlare di patrimonio e di danni in milioni di euro. 
Qual è la stima di quelli umani, signor sindaco? Qual è la stima dei danni che le pubbliche amministrazioni non fan mai di calcolo? Quelli sono i guasti veri, care autorità. Quelli a cui non volete porre rimedio per convenienza. 
Mica perché è impossibile, o ci sono impedimenti strutturali. Signori, risparmiateci le scuse. Non abbiamo più voglia di abboccare, non abbiamo più orecchie per sentirle, pure se al prossimo giro il popolo degli affaristi e dei vostri amici con la coscienza sporca più delle mani correrà a votarvi e regalerà alle tragedie una nuova stagione.  
Noi ci rifiutiamo di prestare il fianco al vostro gioco. E non siamo quantificabili. 

Dicono così due ragazzoni quadrati, con la schiena curva e gli stivali impastati di fango.  
I telegiornali danno la sensazione di un pericolo da film, dove il finale ci salverà. Ma qui le tragedie sono private, mentre per il pubblico è un’emozione passeggera. E in un attimo smette di struggersi.  
“Da noi, gli allarmi arrivano dopo le esigenze” commenta una donna.  
“E lo sapevano, in comune! Oh, se lo sapevano...” risponde un anziano intabarrato.  
“Vorrei che vengano loro a spalare” chiude lei. Grammatica incerta, ma concetto chiarissimo. 

Lascio i giudizi a chi guarda, a chi ascolta. Ho bisogno di muovere le mani. Rimetto lo scontrino in tasca e riprendo a togliere cocci, rottami, carabattole ammassate contro ogni ostacolo, e la melma negli scantinati, e nei frigo, e nei negozi, nelle botteghe della provvidenza per tanti che erano in giro, quel giorno disgraziato.  
Le botteghe come ultimo rifugio, come salvezza per chi scivolava assieme alla strada. Assieme alla poesia, all’amore che attende il marinaio.  

Non l’ho mai capita molto, io, la poesia. Al liceo mi stava antipatica.  
Era come quella che certa gente ha la presunzione di chiamare politica, che non toglie ma aggiunge: ammonticchia dove non si può, costruisce sulla sabbia per la golosità del palazzinaro, perché tutti, poveracci, hanno diritto a prosperare.  
E perché anche i disastri servono a qualcuno. E perché torneranno ancora.  
E perché basta ragionare, osservare lo stato della città, di questa città ferita che è una ma è tante altre d'Italia.  
E perché la prossima volta ci sarà un altro rimpallo di colpe ad uccidere ancora le vittime; ci sarà una giunta incapace e senza alcuna intenzione di prevenire, e nessuna poesia pronta a salvarci.  
Ebbene sì, la poesia sembra entrata a far parte dei beni superflui a cui si può rinunciare.  
È un’epoca moralmente imbarazzante, la mia. Guardiamo verso l’alto non per cercare le stelle, ma perché dicono che pioverà un asteroide in rotta di collisione con la Terra. Io alzo lo sguardo e vedo un lenzuolo fuori da una finestra che dice a quei volontari una cosa struggente e dolcissima: grazie ragazzi.