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La seconda legge di Mendel

Scritto da Paola Galletti.

Dickens diceva di conoscere abbastanza il mondo da avere smesso di sorprendersi.

Io no, e spero di poter continuare a lungo a nutrire sentimenti di stupore. Specie se lo stupore nasce nei territori dell'arte. Succede infatti di imbattersi in quella narrativa che tanti considerano minore, soltanto perché bisogna cercarla dietro le vetrine dove si azzuffano i libri degli editori (pre)potenti, quelli che delle vetrine sono padroni, o che le acquistano. Quelli che appena esce un titolo è già un capolavoro e cento e più articolisti – tutti con qualcosa da guadagnarci – ne cantano le lodi in rima baciata. Molte volte ci sono cascata anch'io. Da allora faccio un bel giro dietro la facciata delle vetrine e trovo cose sorprendenti. La seconda legge di Mendel, edito da Divergenze e scritto dalla a-me-sconosciuta Barbara Boggio, è una di queste. Mi ingolosisce la spallina che dice «collana di scritture femminili», non ha l'aspetto di un romanzo rosa e, per fortuna, non lo è. La scrittura femminile è stata troppo a lungo infilata quasi solo dentro quel contenitore. Ma qui no. Qui c'è una storia che parla di famiglia, anzi di famiglie, più di una, nelle quali nessuno dei componenti fa bella figura. Proprio come nella realtà. È la prima cosa a colpirmi, come un sasso caduto non tanto in acqua, ma nel liquido dal quale tutti veniamo. Il protagonista, infatti, cerca di capire se stesso leggendo le cornici concentriche delle cicatrici, segni delle identità ereditate, e attraversa il tumulto dell'adolescenza non per forza cercando di liberarsi da esse, ma perché i dubbi e le domande sono all'origine delle attitudini e, quindi, di un futuro che sarà.

Jordan, nome del primo attore, non vuole vederlo quel futuro, vuole vivere il sé con una coscienza più piena: un viaggio fatto di spine e di ambiguità, di risposte difficili da tradurre eppure nel racconto espresse con la giusta leggerezza che non grava la scrittura di archetipi inutili, o i consueti stereotipi. Quelli ci sono, ci devono essere, sono ben rappresentati dagli adulti “pieni di vuoto” che oggi si scambia per maturità, per lo scatto interiore di una generazione di impiastri cronici che se il guaio non c'è se l'inventano: ne hanno bisogno. Con quel disagio naturale l'autrice impasta l'animo del protagonista, abitato da interrogativi ed emozioni nelle quali più o meno tutti ci siamo tuffati («mi piace pensare che tante persone, nel corso della storia, si sono interrogate senza sosta sulla natura u­mana, il perché dei comportamenti, l’origine delle co­se. Mi fa sentire meno solo, io che di domande me ne faccio sempre tante e il più delle volte senza risposta») con il rischio di annegare. I suoi gesti suonano familiari non tanto perché esprimono allegria, collera o l'angoscia innestata dagli adulti al carattere di un giovane – ovvero ciò che rende improbabile e inadeguato il genere “romanzo di formazione” a descrivere davvero la formazione –, quanto perché ne sono impregnati, essendo filtrati in tinte che hanno per cromosoma un senso e in quel senso si confondono e offuscano, cosicché nessuno può rintracciarle completamente. Proprio come nel naturale divenire della crescita, nel cozzare dell'uomo contro il guscio esteriore e interiore di un sé che ha cucito addosso ma non riesce a controllare del tutto.

L'efficacia della narrazione sta in questa alchimia, non so quanto voluta dall'autrice ma molto efficace. Dà naturalezza a una melodia comune eppure diversa per ognuno di noi, il cui significato si perde perché è nulla al di fuori del significato stesso, al contrario di idee che invece è possibile rendere in maniere differenti. Jordan non ha niente da insegnare e non vuole insegnare niente a nessuno, per questo è un personaggio di grande spessore: fa economia di finzione, di ambizioni, si divincola nel quotidiano e somiglia tanto a chi è stufo di sentirsi dire che deve rincorrere i sogni perché se ci si impegna ci si arriva.
«Quante balle», direbbe lui. Come nella seconda legge di Mendel* è preso dalla continuità dei propri intenti e gli umori non hanno importanza quando gli si dà attenzione, e non dobbiamo giudicarlo dai suoi intenti e dai suoi umori, ma come un quasi-uomo che ha deciso, seguendo la chimica interiore, di sbagliare o di far bene facendo attenzione a quegli umori.
*Nella seconda legge di Mendel, se un individuo produce gameti, cioè le cellule pronte a unirsi nella fecondazione per dar vita a un nuovo organismo, le copie di un gene (dette alleli) si separano per far sì che ciascun gamete riceva solo una copia del gene.