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Fenomenologia del disagio nell'infanzia impaurita

Scritto da Silvia Sbaffoni.

Ieri sera guardavo distrattamente la tivù: c'era un film d'amore, uno di quelli in cui i due protagonisti si amano alla follia, si lasciano e poi si sposano.
Non prestavo tanta attenzione, e anche il volume era piuttosto basso. Poi mio figlio dice: «Mamma ma si sono baciati? Si amano». Non era una domanda, non aveva l’inflessione di un tono interrogativo, ma non era nemmeno un'affermazione. Nella sua comprensione di bambino, era certo che se due persone si baciano, lo fanno per amore, ma era titubante e non ne ho compreso il motivo finché non ho risposto: «Sì, vedi, si baciano perché sono felici».
«Ma c'è il Covid», ha aggiunto perplesso, e io avrei voluto piangere. Gli ho spiegato che quello era un film registrato tanto tempo fa, quando il virus non c'era ancora, che quelli erano due attori che raccontavano una storia, e coi baci è più facile raccontare l’amore. Attori, come quello che vorrebbe fare lui da grande.
Ho cercato allora di spostare la conversazione e non sottolineare il fatto che, per un bambino di cinque anni, vedere due persone che si baciano, non sia più una cosa normale; pericolosa perfino. Lui ha iniziato a cenare, dimenticandosi della conversazione, io invece non riuscivo a smettere di guardarlo, di pensare, di avere voglia di piangere.
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La tristezza ha velato il resto della mia serata e ha accompagnato il mio sonno spezzato; continuo a chiedermi cosa posso fare per rendergli, il più comprensibile possibile, questo momento, ma più mi interrogo, più mi vengono in mente i mille modi in cui questa pandemia ha influito negativamente sulla sua infanzia. 
A cinque anni ha già provato la privazione di una cosa che, nella visione comune, è detta libertà, ma non perché permette di fare ciò che si vuole. Nel suo, e nel nostro caso, è una limitazione necessaria alla salvaguardia di un bene comune senza il quale non ci sarebbe modo di esercitare il diritto stesso alla libertà: la salute. Ha visto tutto il suo mondo stravolgersi, diventare proibite quelle attività che, fino a qualche mese fa, erano necessarie per la sua crescita.
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I bambini sono spugne, riescono ad adattarsi ben più rapidamente rispetto a noi adulti; però come assorbono nozioni, parole e abilità, assimilano i cambiamenti, anche negativi e si adattano a una normalità che normale non è, ed avrà delle inevitabili e pericolose conseguenze sul loro modo di approcciarsi alla società.
Qualche giorno fa mi ha detto di avere imparato le raccomandazioni che la maestra fa in classe: «È vietato abbracciarsi», «è vietato mettersi i giochi in bocca». O ancora: «È vietato mettersi i giochi in bocca e poi passarli a un compagno» e così via.
Ne avrà citate almeno altre due o tre di queste regolette, e sentire pronunciare, con quella vocina, la frase «è vietato», mi ha fatta rabbrividire. Non solo perché a quell’età ogni singolo attimo di vita dovrebbe essere conoscenza, esplorazione ed espressione di una personalità che si sta costruendo nel momento stesso in cui si scopre, ma anche perché ciò che in questo momento è proibito, è uno dei mezzi più importanti con cui un bambino impara a conoscere il mondo: il tatto.
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La nuova normalità dei fanciulli è avere paura. Paura degli altri, del contatto, degli abbracci, addirittura dei baci. Perché quando viene vietato qualcosa, inevitabilmente nella psiche umana si instilla una reazione istintiva che instaura il terrore di ciò che è proibito.
È triste che un bambino si rifugi nel comfort dell’area protetta che è la casa, e che non abbia occasioni di confronto reali, perché anche a scuola il confronto è limitato; è triste che non chieda nemmeno più se può giocare con qualcuno che non sia se stesso, perché già sa che il Covid lo vieta.
Inevitabilmente, mi chiedo, ciò che verrà dopo: ci adatteremo a questa normalità, ne costruiremo una nuova, saremo in grado di farlo, e con quali conseguenze? Forse è solo una mia preoccupazione di mamma, disperatamente bisognosa di essere ancora figlia, arrivata a un’età in cui il cambiamento non dovrebbe essere difficile da accettare, ma che nella realtà lo è perché ha implicazioni che non posso controllare e che non so ancora come affrontare.
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Alla preoccupazione per i bambini, per l’infanzia deprivata che stanno vivendo, si assomma quella sul perdurare di una situazione che ne accentuerebbe le conseguenze; perché oramai, a complicare il quadro generale di una realtà già messa a dura prova, ci sono i “professionisti” della disinformazione, i negazionisti e i “maghi” della strumentalizzazione e della distorsione dei fatti, i manipolatori che pasteggiano con le menti dei più deboli o di chi spesso non si sforza nemmeno di pensare. Perché il distanziamento, di cui tanto si parla, è un distanziamento sanitario, necessario alla tutela della salute di tutti; quello sociale, invece, è il sogno del capitalismo ed è un fenomeno in atto già da molto prima della comparsa del virus. 
L’utilizzo esasperato della tecnologia, il rafforzamento della volontà individuale che deve prevalere con forza su quella collettiva — perché il capitalismo, si sa, vuole così — o la massiccia quantità tempo dedicato ai social, anche quando si è in compagnia — perché, siamo mica matti, fuori dai social c’è un mondo, ma se non li usi, non sei connesso —, erano tutti aspetti della vita sociale che già c’erano; il mondo puzzava di chiuso da molto tempo prima dell’inizio della pandemia.