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Gli Irresoluti

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Nelle spire del tempo che morde e che fugge, tra le occasioni perse e ritrovate, conservano un posto di nobile quiete i giorni senza aspettative, le piccole cure, i momenti di insolita tensione.

Una tensione sensuale o emotiva, propria del corpo o della mente, alle prese con un momento imprevisto. Evolversi è una prova che viene quasi sempre dopo un punto di rottura e di nuova congiunzione, un’ipotesi nuova che prima non c’era e che solleva evidenze sopite dando forma a nuovi slanci. La parte giovane e lampante è l’individuo che gioca il gioco della vita, e prende morso e sostanza dalla parte più antica e istintuale: da quella che si è per sentito dire, dal ruolo imposto per educazione e soggezione; dalla distanza spianata tra la ragione e la buona presenza: cosa si è disposti a offrire di sé stessi, del resto, fa da sempre il tempo e la sostanza. E se la risposta prende le parti dell’autenticità il prezzo da pagare e da godere, non è affatto irrilevante. Così il nuovo non svilisce il vecchio, ma lo ingloba: manda giù per andare avanti, e la sottile rivalsa dell’essere vivi secondo le proprie inclinazioni è un veleno delizioso sulle labbra: quello dei sorrisi incipienti e delle confidenze assorte, date in pasto a un sussurro. Quello della persona scelta, del corpo che è tempio e carne da dileggiare all’occorrenza: perché il male e il bene lo si sa spesso così, per fame e ferita.
Pensando a ciò, stimolata dai contenuti, m
i sono avvicinata con curiosità a un libro di Rosa Elena Colombo, edito da Divergenze. Porgere alcune domande all’autrice su Gli irresoluti che si incontrano tra le pagine nate in lunghi e preziosi tratti di penna e di esistenza, mi sembra il modo migliore per raccontare una realtà che è soprattutto la nostra, da un tempo che ormai si conta sulle dita solo per non perdere il segno delle epoche spese a modellare un futuro che ai giorni nostri attinge alle tinte più instabili e incerte. Il languore dei desideri però, non può togliere smalto ai sogni. Comincerei così, come in una lettera aperta: cara Rosa Elena, il tuo nome ha buoni odori, è musicale. E dentro il tuo romanzo si sta comodi anche per la musica che offre, per gli assaggi che hai dato tu e per quelli che mi sono capitati in testa, mentre i personaggi si alternavano nelle vicende narrate conducendomi ovunque. Paradise Circus dei Massive Attack mi è tornata in mente molte volte, con la voce ipnotica di Hope Sandoval, quando dice: «It’s unfortunate that when we feel a storm we can roll ourselves over ’cause we’re uncomfortable; oh well, the devil makes us sin, but we like it when we’re spinning in his grip».

D: Restiamo nei pressi delle più rotonde tentazioni, prestiamo occhi e fantasia all’ignoto. Potendo calarti nella storia, tradurti in parola e farti tu stessa personaggio, chi diverresti? Saresti complice di uno dei protagonisti? Vestiresti i panni contorti e seducenti di una donna simile a Galina, oppure saresti una specie di funambola, una guerriera, una comparsa, un eroe in gonnella tra parigine e converse, dallo sguardo smaliziato e puntuto?
R: In realtà penso che ogni autore, ogni narratore si ritrovi un po’ in tutti i suoi personaggi, addirittura nei cattivi. Fra quelli de Gli irresoluti Galina, per certi versi, potrebbe definirsi tale, come pure Rafael, che un nostro comune amico ha definito molto a puntino il gran visir del vizio. Però se c’è un personaggio nel quale mi sono ritrovata è senza dubbio Andrea, il mio protagonista. Tra chi dice che la vera protagonista alla fine è proprio Galina, e chi proprio lo ha trovato addirittura "stupido, insopportabile" e altri più volgari epiteti che non si confanno all’eleganza della mia interlocutrice, direi che il mio eroe è stato piuttosto bistrattato. Eppure, se un personaggio c’è, lì dentro, che mi somiglia, è proprio lui! A parte l’amore per l’arte, il bisogno della fuga, l’adolescenza in ritardo, abbiamo in comune il medesimo modo di agire scioccamente, consapevoli di farlo, per il gusto di vivere l’avventura. Eroi nel senso medievale del termine, se mi passi il paragone e con tutti i mea culpa (o lacrime da coccodrillo) del caso.

D: Seguo i pensieri tracciati dalle tue parole e trovo incantevole il modo in cui due realtà differenti, non solo si inseguono ma si completano, si attraggono: l’eleganza e la volgarità, in questo caso. Una è nobile, sibillina, fuggevole; l’altra per nulla accorta, insolente: per natura stessa del termine, fatta per molti ma non per forza sulla bocca di tutti.
Prendendo lunghe distanze dagli eccessi, quale ruolo gioca la femminilità e quale il femminismo, in argomenti simili? La stessa riflessione al maschile, mantiene uguali coordinate? Fino a quando la libertà espressiva di un uomo e di una donna può dirsi gioco, e quando invece diventa materia buona per il cattivo gusto, o per il pensare affaticato e spinoso dei bigotti?
R: Questa domanda è molto bella, perché indovina una questione fondamentale sottesa al romanzo. Per come appare, Galina non si direbbe una donna volgare, eppure volgare è senza dubbio il suo modo di concepirsi, di comportarsi: lo è anche il modo come la vedono gli altri eppure lei, sulle prime, non riesce a capirlo. Si sente vincente, lei, proprio in quanto prostituta consapevole, odiata dalle donne e desiderata dagli uomini. Mi aveva molto colpito, tempo fa, un tema ricorrente al tempo dello scandalo delle Olgettine: il sesso usato come forma di potere, la donna che, attraverso il sesso, diventa padrona dell’uomo - o così crede lei, almeno. Per la verità, io credo che sia un gioco dove è sempre la donna a farsi male, dato che alla fine l’uomo (si parla dell’uomo ricco, di potere: l’oggetto del desiderio della ragazza Olgettina) dà sì qualcosa, ma prende tanto di più. Eppure, tante donne finiscono per credere d’avere in pugno il maschio solo perché le fa diventare regine della camera da letto... Fino a quando non trovano una sostituta più fresca, più bella magari. Cagna, puttana: tutti, prima o poi, finiscono per appioppare a Galina questa etichetta. Verrebbe da dire: beh, allora se la merita! Eppure c’è qualcosa di indubbiamente elegante in lei, nel mistero della sua persona. Solo il vecchio Cavaliere, dapprima, lo vede: è l’unico a non concupirla mai, sensibile solo alla sua innegabile bellezza e alla sua solitudine. Andrea ci prova a guardarla senza gli occhiali del sesso, o addirittura della volgarità ma finisce pure lui, e sappiamo perché, per darle della signora poco perbene, diciamo.
Andrea, comunque, rappresenta un paradosso vivente: incarna questioni tipicamente femminili in un corpo, in desideri da uomo. L’essere oggetto, il farsi succube: "roba da donne", verrebbe da dire... Invece no, e non solamente! Anche un uomo può essere fragile, manipolato, usato... anche a un uomo si può fare violenza. Ma non voglio rivelare troppo.
Diciamo pure che Andrea vive una parabola analoga a quella di Galina - mutatis mutandis, ovviamente. Eppure anche lui, forse più severamente degli altri, la giudica.

D: Anche a un uomo si può fare violenza, è vero. Ma è un pensiero, il tuo, che non si ammette facilmente. Respiriamo spesso una cultura bassa e malsana da Bulli & Pupe, che vede l’uomo come un conquistatore. La vulnerabilità non è cosa che bisogna mostrare, a meno che non sia donna; è una condizione magica e spaventosa al contempo: toglie i veli al corpo, e non conosce distinzioni, sottintesi; spoglia, e non è detto che poi debba agire ancora in qualche modo: vi è una bellezza che è della contemplazione priva di giudizio, pensosa e accorta. Ed è la stessa che toglie le difese e omaggia l’autenticità di ognuno, il proprio centro e tutte le sbandate. La fotografa Laura Stevens racconta con notevole abilità tutto questo, e non affligge i suoi scatti con la giustificazione del sesso, né coi riflessi patinati e forzati del bello e del maschio ad ogni costo. I protagonisti dei suoi ritratti intimi e minimali, sono uomini ritratti nelle pose più nascoste: con le braccia raccolte intorno alle ginocchia, nudi e smilzi, dai corpi ben delineati, confidenti, arresi. Raccontano storie che forse non tutti sono disposti ad accettare e sentire coi sensi e con le orecchie, di buon grado. Ti vengono in mente altri scatti a raccontare le storie di questi tempi, e dei tuoi irresoluti? E se tu fossi una fotografia, quale saresti?
R: Risponderò prima alla seconda domanda, e poi alla prima. In effetti io amo la fotografia. Amo praticarla e amo fruirla. Ma non ti farò grandi nomi, qui. Io amo le immagini che catturano piccoli frammenti di natura, o sue larghe vedute, o ancora mastodontiche visioni di metropoli. M’interessano poco le persone, ma potrei rimanere incantata per ore davanti a un’immagine di qualche strada di una qualche megalopoli asiatica, con quelle insegne aliene, scintillanti, e le lampade color ambra che traspaiono tra le foglie degli alberi o sbucano come strani orecchini dai palazzi.
Più difficile, invece, è vedere i miei personaggi nell’opera di un fotografo. Mi è capitato con la musica (e sì, Galina è una canzone, così come lo sono tutti gli altri) e con la pittura. Mai, invece, con la fotografia. Forse perché, quando vagabondo per strada, li fotografo nei volti che incontro per caso. Mi perdo volentieri a osservarli tra i clienti dei ristoranti o dei negozi, tra gli avventori di una caffetteria tranquilla e a volte, se sono fortunata, li vedo che camminano proprio accanto a me! Allora mi coglie la tentazione di fermarli, di dire ai poveretti ignari: ehi, lo sai che somigli al mio personaggio? Sei proprio come lo immaginavo. Ma non l’ho mai fatto. Rimango pur sempre una gran timidona e le mie follie me le tengo per me... e ora anche per te!

D: In un preciso momento del romanzo lasci che Andrea muova passi incerti in riva al mare, con i pensieri intinti nella salsedine, liberatori. Le tue parole lo inventano in ogni linea, mentre percorre una zona franca, inesplorata, piena di nessuno: «Nessuno, ovunque spingesse lo sguardo. Nessuno, nessuna voce in lontananza, nessun rumore tranne le onde e i gabbiani. Eppure la spiaggia era sulla strada, cinta solo da una bassa siepe di qualche esotica pianta dalle foglie aguzze. Si vedevano le strade e le case, ma dov’era la gente? Rinunciò a darsi una risposta ed entrò nell’acqua, sorpreso di sentirla tanto fresca sulla pelle. Chiuse gli occhi, vi si lasciò cadere. Potrò nuotare senza meta – pensò –, finché gambe e braccia mi reggeranno. Nessuno mi aspetta. Nessuno sa che sono qui. Nessuno. Io sono nessuno». Qui comincia tutto di nuovo, e forse per la prima volta. Il presente da poco accaduto, sbiadisce e ricade in minuscoli frammenti dentro un passato ancora giovane, imberbe. Quanti nessuno incontra, Andrea, prima di farsi uno e centomila a sua volta? Come i passanti che incontri tu, che in segreto hanno i nomi e i volti della fantasia, anche i tuoi personaggi covano la febbre di chi non vuole essere confuso tra tanti, e quindi si fa uguale a tutti pur di non saggiare mai la solitudine degli ultimi?
R: Come tu dici, non ho scelto di raccontarlo in questi termini: la storia era quella e purtroppo, ahimè, ce ne sono di molto simili nella realtà concreta. Il problema vero della famiglia Greco, per me, sta non tanto nell’ape regina (la madre) ma nei fuchi: uno per mancanza di carattere (il marito), l’altro per assuefazione ed educazione (Andrea) si lasciano schiacciare da lei, da ciò che lei vuole. E alla fine la famiglia Greco diventa un quadretto finto, assolutamente perfetto per Carla, ma irreale. Solo che, come dice Andrea parlando di sua madre, se qualcosa o, come nel suo caso, qualcuno (il suo stesso figlio!) incrina la sua visione del mondo, lei semplicemente fa come se non esistesse. E così, quando la solitudine la porta a voler rivedere le sue posizioni, a ritrattare il ripudio del figlio, comunque non ce la fa a superarsi, ad abbracciare tutto ciò che fa parte della vita di lui e che per lui è importante. E gli infligge una nuova, forse ancor peggiore sofferenza.

D: È una figura fredda e distante, quella che tratteggi; in netto contrasto con le forme morbide e avvolgenti che di solito vestono la persona-madre, nell’immaginario comune. Le tue parole conservano un’energia mutevole, capace di staccarsi dalla visione personale e comprendere un insieme più ampio. Comprendere nel senso di portare dentro e insieme, e non soltanto di capire il senso delle cose. In che modo le donne del tuo romanzo, arrivano a scoprire la propria natura? Si trovano mai a impersonare un ruolo, anche a discapito delle inclinazioni?
R: Mi colpisce la tua domanda perché mi è stato detto, in passato, che i miei personaggi femminili sono tendenzialmente negativi. Sono donne forti, manipolatrici, capaci di covare sentimenti violenti, davanti alle quali i personaggi maschili appaiono invece deboli, infantili o, nella migliore delle ipotesi, teneramente ingenui. Non mi sono accorta di questo, mentre scrivevo. In altre parole «non l’ho fatto apposta». In effetti, però, se guardo dentro a Gli irresoluti, quali sono i personaggi femminili? Anzitutto Galina e la dottoressa Greco, la madre di Andrea. Ossia, due bei caratterini! Entrambe affrontano la vita prefiggendosi obiettivi che perseguono con metodo, «come schiacciasassi» direbbe mia madre - e io prendo in prestito questo suo modo di dire perché mi pare le descriva in modo molto efficace. Sia Galina che Carla Greco, ognuna in modo diverso, manipolano Andrea, fingendo deliberatamente di non vedere che ciò che vogliono loro (ovvero, segnatamente: ciò che vogliono che lui sia) non è ciò che vuole lui (ossia: ciò che lui è). Non a caso Galina si riconosce, a un certo punto, nella Maga Circe. Donna di sapienza e di arti subdole, direbbe un uomo. Donna cattivella, che chiude in un recinto i porci/uomini e poi li tiene a bada con un bastone - tranne Ulisse, il suo uomo. Da lui si fa dominare, come Galina si fa dominare dal suo sentimento per Andrea, ma non da Andrea.

D: Viviamo un momento di forte rivoluzione, soprattutto interiore. L’uomo indietreggia e la natura avanza a passi minuscoli: l’abbiamo ferita troppe volte eppure lei ci cura, ci risana. Il prodigio non è solo nell’invenzione concreta, meccanica; ma in ciò che ricava da sé ogni giusto equilibrio secondo leggi armoniose. Il desiderio di essere vicini muove chi si sceglie verso un punto di accordi sottintesi e premure sparse. La parte contrapposta è la tecnologia che usa i social per isolare tutti. Adesso è cosa utile e dovuta, prendere le distanze per tutelarsi. Ma il contatto autentico, privo di paure e di invadenza, potrà tornare e assottigliare il freddo spesso e macchinoso del virtuale? E l’alternarsi di vicinanza e lontananza, voluta o accaduta, trova una soluzione nel tuo romanzo, oppure si ripete fino alla conclusione e oltre?
R: Penso che la cosa bella dei romanzi sia il fatto che ogni lettore possa trovarvi quello che vuole, un po’ come nella musica. Il che non vuol dire forzare la mano, ma solo che ogni testa è un piccolo mondo e quindi un romanzo vi prende forma in modo unico. Non saprei se nel mio romanzo vi sia una soluzione univoca al tema che tu sollevi, benché chiaramente sia incentrato su rapporti umani che si costruiscono fittamente nel tempo, attraverso un ordito di distanze e ravvicinamenti. Forse qualcuno potrebbe dire che il finale, e dunque la soluzione della situazione ormai invivibile nella quale si muovono i protagonisti arrivi grazie al gesto folle della cattiva (che poi così cattiva non è, tutto sommato...) che, molto semplicemente, alla fine getta la spugna e si leva di torno. Quindi l’allontanamento sembrerebbe la soluzione. L’allontanamento dell’elemento di disturbo, del personaggio scomodo, per così dire. Ma si è allontanata davvero? Pare che lei se ne vada, e quindi si allontani, solo dopo essere arrivata il più vicino possibile. Ma non voglio svelare troppo.

D: Facciamo un passo indietro, dunque. Mettiamo un velo sottile sulla trama, così che il lettore possa sbirciare a piacimento. Gli Irresoluti ti ha accompagnato e ti accompagna in fasi differenti della tua vita. Si può dire che è cresciuto con te? Ricordi in particolare un momento della stesura, un aneddoto, una persona presa dal reale che è stata decisiva per l’insieme?
R: Ho ricordi carissimi di quando è nato il romanzo. All’epoca svolgevo ancora il tirocinio presso quello che io definisco l’ultimo grande Barone dell’Avvocatura, un avvocato vecchio stampo, insomma, e anche un vero signore. Lavoravamo, io e i miei colleghi, nella sua casa a ferro di cavallo, in pieno centro a Milano, e io mi perdevo tra le sue anticaglie, i cimeli esotici, i libri antichi. Quando riuscivo, mi appartavo e scrivevo e sbucavano questi personaggi, Andrea , Galina, Elio, a tenermi compagnia, a portarmi via. Mi accompagnavano in ogni momento, anche la sera, quando tornavo a casa sul tram e avevo un’ora di strada per scrivere indisturbata. E le cose bellissime che vedevo nella casa dell’avvocato si infilavano nella trama del romanzo, un po’ come ci si è infilato lui - anche se non posso negare che nella figura del Cavaliere, il grande vecchio de Gli irresoluti, sono confluite anche le personalità diversissime, proprio agli antipodi in verità, dei miei nonni. Non me ne rendevo conto mentre scrivevo, ma oggi so che è così perché chi ha letto il libro li ha riconosciuti entrambi in quell’unico personaggio, per paradossale che possa sembrare.

D: Che cosa non ti ho chiesto?
R: Una domanda alla quale mi piacerebbe rispondere è: Cosa desideri per Gli irresoluti? Vedo infatti che viviamo in un tempo in cui scrivere un libro è una grande ambizione di massa, ed è anche un fenomeno di massa. Infatti, grazie all’editoria a pagamento tutti possono pubblicare. Da ciò che ho avuto modo di vedere, si tratta di autori con una grande intraprendenza, voglia di farsi conoscere, diventare famosi e guadagnare con ciò che scrivono - sono molto in gamba, in una certa misura li ammiro. Sono capaci di infilarsi nelle maglie infernali dei social per proporti il loro libro senza mai stancarsi, organizzano eventi su eventi, acquistano centinaia di copie, inseguono blogger, insomma, non si fermano mai, sono veri mattatori di se stessi. Io invece sogno qualcosa di diverso. In parte perché sono una frana nelle pubbliche relazioni, in parte perché detesto parlare di me, in parte perché il libro è una cosa intima per chi lo legge, ma in primis per chi lo ha scritto. Quello che volevo era che i miei personaggi, il mio romanzo diventassero un libro vero, un libro «che ne valesse la pena», e questo è stato possibile con Divergenze. Che, in questo genere di cose, ha un approccio molto simile al mio, un approccio che potremmo riassumere con «e lasciamolo vivere, ’sto benedetto libro». Tutto ciò che desidero è che qualcuno, anche lontanissimo da me, possa conoscere e amare i miei personaggi come io ho amato e amo i miei libri del cuore. Potrebbe succedere oggi, domani, o tra dieci anni, non importa. Lasciamolo vivere, ’sto benedetto libro.