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La Generazione Malnutrita

Scritto da Chiara Solerio.

Sono nata nel 1981. Appartengo a una generazione senza nome e senza tratti distintivi.

Il sistema ha provato più volte ad assegnarci un’etichetta, ma siamo così vischiosi – o liquidi, per dirla alla maniera di Bauman – che scivoliamo via non appena qualcuno si sforza di comprenderci. Come l’acqua, assumiamo la forma del nostro contenitore. Abbiamo contatti con la Generazione X e le sue solide radici, che traggono nutrimento dal ricordo dolceamaro di un’epoca in cui ci si guardava ancora in faccia. Però, strizziamo l’occhio anche ai Millennials. Noi, che nativi digitali di certo non siamo. Viaggiavamo a vele spiegate verso la maggiore età, quando qualcuno ci spiegò per la prima volta come fare ad inviare un’e-mail. Non potevamo scaricare musica da internet e abbiamo perso tanti momenti importanti della nostra adolescenza, perché la Kodak usa e getta non riceveva la giusta luce. Però, con i social network e i computer, oggi ce la caviamo bene. Li abbiamo accettati, senza rimpiangere più di tanto gli anni del telefono fisso e degli appuntamenti in piazza. Anni che ci hanno appena sfiorato e, nella nostra memoria, sono circondati da un alone quasi mitico. Forse non ci appartengono davvero. Anzi: nulla ci appartiene. Ciò che ha caratterizzato la nostra adolescenza, è durato poco. Come il compact disc, l’oggetto di transizione per eccellenza, il Caronte che ci ha traghettati dal vinile al file mp3 in un battito di ciglia. 

Ecco. I nati tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta sono come il compact disc, ormai un oggetto di culto. Si è parlato di noi per una decina d’anni, poi basta. Del resto, non abbiamo mai rappresentato un caso: nessun’emergenza eroina, nessun fenomeno sociale eclatante (a parte qualche beata manifestazione no-global qua e là, alla fine degli anni novanta) e nessuna linea di condotta meritevole di finire in qualche manuale di sociologia. Al massimo, ci hanno dato dei bamboccioni grazie a Tanguy, il ventottenne protagonista dell’omonimo film francese, che non voleva andare a vivere da solo. Ma di recente, il sociologo Dan Woodman, dell’ateneo di Melbourne, ha deciso di dedicarci un piccolo contentino. Ebbene sì. Oltre a riconoscere l’esistenza di questa generazione amorfa, della quale anche lui fa parte, ha deciso di darle un nome che ben rappresenta la sua natura: Xennials. Una via di mezzo tra la Generazione X e i Millennials. 
Siamo come il contenuto di un toast. Schiacciati da due fette di pan carré. Ci si vede poco, ma la nostra presenza è per tutti scontata. E, se il tostapane non funziona, rimaniamo freddi. Se non siamo abbastanza buoni, veniamo prelevati e lasciati ad ammuffire sul bordo del piatto. Dopo tutto prosciutto e formaggio, per quanto gustosi, non bastano a riempire lo stomaco. Ciò che appaga, per il senso comune, è il carboidrato. Gonfia, non fa nemmeno poi così bene alla salute, ma lascia una sensazione di sazietà.
È considerato indispensabile, come un amico anziano che colma le nostre lacune passandoci libri pubblicati prima che il conformismo culturale rubi la voce degli intellettuali, o un nerd ci aggiusti il computer.
Gli Xennials, invece, indispensabili non lo sono. Da nessuna parte. Perché non sono in grado di insegnare nulla. 

La mia generazione è sospesa tra due epoche. Ha integrato nel proprio modo di essere sia i valori della società analogica, sia quelli della società digitale. Si barcamena con le nuove tecnologie, però dà valore al presente e mal sopporta l’idea di essere sempre connessa. Critica chi va al ristorante e si mette a chattare, chi si fa i selfie in bagno e chi è WhatsApp dipendente. Però, lo smartphone lo porta sempre con sé (“Metti che abbia un incidente...”) e, se serve, lo usa con rapidità e perizia disarmanti. È una generazione schizofrenica, quindi, e camaleontica. Abituata ad assumere il colore della foglia su cui si poggia. In questa fase della storia, una foglia secca: se ci guardiamo intorno, notiamo di non avere né la stabilità dei nostri genitori, né la proattività delle nuove generazioni. Il sottile foglio di cloroplasti su cui poggiamo i piedi è fragile, friabile. Basta un debole soffio d’aria perché venga spazzato via.
Il suo colore non è il verde brillante dell’estate, né un’affascinante tonalità autunnale. No. è un marroncino secco, muta testimonianza di un’aridità che deriva dalla mancanza di nutrimento. 

Il concetto va qui inteso sia in senso letterale, sia in senso metaforico. Cos’hanno dato da mangiare alla mia generazione? Le spinacine. Le merendine del Mulino Bianco. Diserbanti, pesticidi, olio di palma, patate rosmarine dei quattro salti in padella, e pizze surgelate che la mamma scaldava nel forno, in pochi minuti, perché lavorava e non aveva tempo per spignattare. Cibi che appesantivano, quindi, ma non rafforzavano l’organismo. Al contrario: ci facevano ingrassare, ci riempivano di brufoli, ci rendevano fiacchi, stanchi come se, invece di tradurre due versioni di latino, avessimo spalato carbone in miniera. Allora ci svaccavamo davanti alla televisione, e lì ricevevamo una nuova dose di energie tossiche. 
“Oggi c’è il computer”, potrebbe obiettare qualcuno. “Non è molto diverso da allora”. Certo. Però il computer richiede uno sforzo interattivo, anche se minimo. La televisione no. Sdraiati sul divano, eravamo scatole vuote con la mente in balia di stimoli visivi che, solo dopo anni di studi, si sono rivelati irrimediabilmente dannosi. I segnali luminosi, a causa della loro rapidità, generano infatti nell’individuo una sorta di trance ipnotica e trasformano radicalmente l’attività del cervello.

In poche parole, svariate informazioni non vengono più filtrate, e la presa di coscienza dei dati risulta inibita. La rapida sequenza di luci e suoni mantiene eccitati i sensi, mentre il cervello si spegne, bombardato da infinite sollecitazioni. Ne deriva uno stato d’inedia che, con il passare del tempo, può essere integrato a livello caratteriale. 

Non voglio ora cadere nel complottismo, né sostenere che il nostro stile di vita è stato il frutto di una precisa strategia distruttiva (anche se Jonathan Coe, ne La famiglia Winshaw, romanzo del 1994, un pochino mi ha messo la pulce nell’orecchio), ma che forse esiste un legame tra i rituali quotidiani della nostra infanzia e ciò che oggi siamo riusciti a costruire. Cioè, quasi niente. Pochi Xennials hanno figli. Ancora meno una casa di proprietà. All’età in cui i nostri genitori già pensavano alla pensione, noi stiamo ancora facendo la gavetta. Il precariato che ci ha impedito di emanciparci non è capitato per caso. Ci sono state leggi ben precise, volute con forza da una casta ossessionata dal terrore di perdere il proprio potere. Hanno sdoganato i contratti flessibili. Innalzato l’età pensionabile. Tagliato i costi per la formazione (uno stagista, oggi, porta il caffè). Mentre ci avvicinavamo alla maggiore età, i politici ci promettevano un futuro luminoso e la possibilità di intraprendere nuove professioni legate al digitale, ribadivano l’importanza della laurea come prerogativa fondamentale per una carriera importante. Noi abbiamo studiato, ci siamo impegnati. Ma, quando questa prospettiva ci è stata strappata dalle mani con la scusa che il mercato del lavoro era ormai saturo, abbiamo incassato la sconfitta senza fiatare. Abituati ad avere tutto senza faticare più di tanto, non abbiamo lottato per prenderci lo spazio che ci spettava. 

Perché abbiamo rinunciato a combattere? Me lo domando da anni. Perché non abbiamo mai manifestato, occupato le sedi delle istituzioni, lanciato petizioni o fatto appelli in diretta sui Social? Perché siamo viziati e pigri, come dicono i politici, oppure indeboliti da decenni di cibo spazzatura e prodotti mediali discutibili?
Sono una dei tanti Xennials, e in quanto tale non ho certezze. Spesso metto in dubbio le mie affermazioni subito dopo averle scritte. Quindi, affido al lettore l’onere di darsi una risposta. Riprenderò sicuramente il discorso in futuro, perché non voglio lasciare sola la mia generazione. Solo comprendendo se stessi fino in fondo ci si può tendere la mano, e si possono fondare le basi per una rinascita collettiva. Sempre che il cambiamento ci interessi davvero.