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La Linea Dell'Acqua (XV)

Scritto da Federica Melillo.

XV

Passarono cinque anni. Migrammo dal nuoto alla canoa, passando dalla scherma, all’arrampicata, fino al tiro con l’arco. Non ci allontanammo mai dalla piscina. Rimaneva pur sempre il luogo dove c'eravamo conosciuti, quasi odiati, e infine innamorati.
Spesso ci andavamo la domenica pomeriggio, nell'ora del nuoto libero. Nel frattempo avevo preso la laurea, ma studiavo ancora per affrontare i concorsi pubblici. Ce n'era uno che mi interessava particolarmente.
Non lo vinsi subito, dovetti tentarlo una seconda volta.
Dimitri era impiegato nell’azienda di sua madre già da prima che lo conoscessi.
Pensavamo fosse giunto il tempo di andare a convivere, e così facemmo non appena sistemati entrambi.
La piscina non era più così vicina, ma non ne cercammo altre: volevamo quella, anche perché quell’impegno era l’ennesima occasione per stare insieme, piuttosto che uno sport da praticare con costanza.
Era vero però che le altre discipline non bastavano, anche perché prevedevano molte meno lezioni. In ogni caso, a entusiasmarci di più era il tiro con l'arco; più del nuoto, anche. Inoltre, ci vedeva partire dallo stesso livello, dalla medesima (in)esperienza.
Avremmo dovuto, oltre che potuto, imparare insieme. In piscina restavamo distanti, anche se nel nuoto libero – la domenica – si occupava la stessa corsia. L'esperienza e la forza fisica di Dimitri lo portavano a compiere un numero di vasche ben superiore al mio.
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Non sentii più nessuno del vecchio corso, nemmeno Laura.
Quando cambiai turno ci scambiammo i numeri di cellulare, ma il mio restò muto, e il suo anche.
Era evidente che nel rapporto mancasse la cosa più importante: la fiducia. Oltre a quel pizzico di curiosità che necessita all'essere umano per non concentrarsi soltanto su se stesso. La stessa condizione valeva per Jacopo. Di lui avevo il numero da sempre, ma non c'era alcuna ragione per comporlo. Al contrario.
Nemmeno lui mi chiamò mai. 
Non gli avevo detto che avrei cambiato turno e forse l'aveva preso come un affronto personale. Sapevo che, causa lavoro, metà lezioni le recuperava la sera, ma c'erano diversi orari da scegliere anche lì, e con Dimitri avevamo considerato, non a caso, quello delle sei e tre quarti, quando Jacopo arrivava alle nove. Non c'era modo di incontrarci, quindi, tra una lezione e l'altra, essendocene ben due di mezzo.
Pensavo che avremmo potuto incrociarlo durante il nuoto libero, le rare volte che andavamo, ma non successe mai. E invero non mi dispiacque.
Non c'era mai stata cattiveria, da parte sua, ma nemmeno bontà.
Una sera, però, arrivò a casa dei miei genitori una lettera.
«Non c'è mittente sulla busta», disse mio padre al telefono. «Ma c'è il tuo nome, quindi non l'ho aperta».
«Va bene, passo a prenderla domani», dissi io. «Appena finisco al lavoro».
Il giorno dopo andai a casa dei miei. Aprii la lettera solo una volta rientrata a casa. Rimasi a fissarla minuti interi.
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«Pronto, Jacopo?», chiedo al telefono.
«Sei tu! Allora hai ricevuto la mia lettera» risponde lui. È agitato, ma io lo sono di più.
«Sì. Non me l'aspettavo proprio», gli dico. Non so cos'altro aggiungere. Sono in totale imbarazzo. A Dimitri non ho ancora parlato, non ne ho avuto il tempo, e ho chiamato appena realizzato il contenuto della lettera.
«Avrei dovuto dirti del cambio di turno, quella volta, almeno per salutarti».
«Non importa. Capisco perché non l'hai fatto, e hai pure ragione» risponde lui, con un tono di voce lievemente più basso.
«Sarebbe comunque stato il caso».
«Forse, ma mi sono comportato male con te, è per questo che ti ho ricontattata».
«Che significa?», gli chiedo. «Credevo si trattasse di qualcosa di grave, dal tono della lettera. Non credo proprio che quella storia di cinque anni fa lo sia».
Non lo era di certo. Lui infatti non si riferisce a quegli eventi, ma a ciò che gli è successo negli ultimi tempi, e che ha riacceso la lampadina dei ricordi. E dei rimpianti. E qualche rimorso. Si era pentito di come mi aveva trattata, aveva capito la mia sofferenza. O forse, se non l'aveva capita, aveva intuito da quel mio diniego che qualcosa non andava a prescindere dalla nostra relazione. Si trattava proprio del suo modo di porsi con me. Si sentiva in colpa perché, seppur involontariamente, mi aveva messo una persona contro, condizionando anche Dimitri. Ma più di tutto aveva bisogno di spiegarsi, di spiegare a se stesso tramite gli altri.
«Poi è successa un'altra cosa, nel frattempo», mi risponde a voce sempre più bassa.
«Di che si tratta?» gli chiedo in apprensione.
Esita un attimo prima di parlare. Quando riesce a farlo, scoppio a piangere. Avrei voglia di abbracciarlo ma c'è uno stupido telefono di mezzo. Non riesco a smettere di piangere.
«Ehi, calmati», fa lui, timidamente.
Io mi calmo, ci provo. È una realtà dura da accettare.
«Non è ancora detta l'ultima parola», dice con poca convinzione. «La ricerca fa passi da gigante».
È malato, Jacopo. Il tumore maligno a cui accenna fa avvertire il peso del destino, e di tutte le nostre piccolezze. Perché siamo esseri sensibili alla retorica, abbiamo bisogno di una tragedia o di un dolore per schiacciare i pulsanti del sentimento.
Viceversa, galleggiamo senza la fibrillazione dell’apnea. Che non è tutta negativa, al contrario: fa apprezzare ciò che sta sotto, dentro, più a fondo, e poi l’aria e la luce più facili quando si riemerge.
«Dove sei adesso?».
Lombardia, clinica specializzata. Tre ore di treno, mica troppe per non andarlo a trovare. Sì, io e Dimitri stiamo ancora assieme, gli dico. Conviviamo da oltre due anni. Possiamo chiedere un giorno di ferie e venire su la prossima settimana.
«Ma non voglio che vi disturbiate», risponde. «Ti ho scritto solo per scusarmi».
«Devo farlo anch’io», risposi.
«Basta che Dimitri sia d'accordo».
«Lo è sempre stato».