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La Linea Dell'Acqua (XIV)

Scritto da Federica Melillo.

XIV

Laura non si informò della mia situazione sentimentale, almeno fino a quando non le feci capire che poteva. Le diedi il segnale appena mi sentii pronta a tutto. Ormai, l'atmosfera in piscina si era fatta così pesante che non potevo non esserlo. Le raccontai in maniera vaga la vicenda, senza accennare alla donna. Le dissi soltanto di me, Jacopo e Dimitri.
Lei mi aveva ascoltata interessata, priva di interrogativi. Sembrava sapesse già tutto, benché fosse impossibile, o avrebbe senz'altro chiesto senza scrupoli dell'altra.
«E adesso con Jacopo come va?», chiese.
«Niente, ci salutiamo e basta».
Sembrò stentare a credermi ma annuì ugualmente, tradita da una piccola smorfia.
«In verità è da un po' che mi provoca», ammisi.
Non so perché lo dissi. Di lei mi fidavo sempre con riserva.
«È naturale», si limitò a commentare, comunque soddisfatta della confidenza. «Le persone non sopportano di vedersi rimpiazzate».
Le spiegai che Dimitri non era affatto un rimpiazzo.
«Comunque la metti, ora si trova in quello che una volta era il suo posto», insisté lei.
Stavo riflettendo su quelle parole che avrei preferito non sentire affatto.
«Non penserai mica che sia innamorato di te?», quasi mi canzonò. «Se lo fosse ti avrebbe tenuta stretta, stanne certa».
«Questo lo so».
Colsi un vago atteggiamento ostile.
«E poi ho sempre fatto il tifo per Dimitri, sai anche questo».
«Sì».
«Per colpa sua però avete perso del tempo: vi piacevate da subito. Era scontato che sarebbe nato qualcosa», disse. «Probabilmente, prima doveva andare così».
Le sorrisi a metà. Era intrigante pensare che fosse destino, tra me e Dimitri. Quel pensiero cancellava tutti quelli sull’ego di Jacopo. Adoravo il suo carattere deciso, ma avevo bisogno di allegria. Di quella leggerezza mancata, e che portavo tatuata nei ricordi.
.
La lezione era finita da un pezzo; io e Laura avevamo parlato asciugandoci i capelli sotto i phon da parete, e Dimitri aspettava nell'atrio. Mi ero dilungata parecchio – ero solita azionare il phon almeno un paio di volte. Quindi infilai le scarpe da tennis senza allacciarle, e salutai Laura in maniera altrettanto sbrigativa.
Dimitri si alzò quando mi vide uscire dallo spogliatoio. Andai subito verso di lui e lo baciai sulla guancia:
«Scusa l'attesa», gli dissi.
«Di niente», rispose. «Non ci hai messo poi così tanto».
«Lo spero, non ho nemmeno l'orologio».
In effetti, avevo smesso di portarlo da mesi. Mi pesava contare il tempo. Quello trascorso con lui mi sembrava sempre così poco. Eravamo assieme da mezzo anno o poco più. Le parole di Laura ancora mi rimbombavano dentro: avremmo potuto stare assieme già da prima.
Vero. Ma per quale motivo recriminare? Sarebbe stato diverso tra noi, se non ci fosse stato Jacopo.
Fuori pioveva, e non avendo un ombrello corremmo alle auto. La sua era più vicina, quindi mi portò all’asciutto alla mia. Prima di scendere lo ringraziai.
«Grazie di che?»
«Grazie di esserci».
.
La signora appena arrivata nella mia corsia gli altri la conoscevano già, un tempo veniva a nuotare nella numero 3; probabile che di vista la conoscessi anch'io, ma cuffia e occhialini non giovano ai convenevoli.
Era una signora dai modi tranquilli in apparenza, perfettamente a proprio agio in vasca.
Inutile dire che mi snobbò, pur essendo in pochi.
Capitava che non mi facesse concludere la vasca, fermandosi alla fine della corsia e impedendo così di aggrapparmi al muretto. Una mattina, inavvertitamente, le andai addosso due volte.
«Ma vuoi stare attenta?», fece innervosita.
«Io sto nuotando, sei tu che dovresti spostarti da lì».
«Ma non vedi le gambe delle persone quando arrivi?»
«No, perché a stile guardo in basso, non in avanti».
«E come mai io invece vedo anche davanti?»
Avrei voluto risponderle che vedeva davanti perché non sapeva nuotare a stile, ma mi trattenni.
«Io guardo in basso», risposi fissandola bene attraverso gli occhialini. «Se tu riesci a guardare avanti si vede che non ascolti bene cosa dice l’istruttrice».
«Ehi signorina, ci calmiamo?»
Risposi rassicurandola: ero calmissima. Avevo soltanto cercato di spiegarle la circostanza, subendo però il suo rimbrotto. Nonostante ciò andò fuori dai gangheri e mi spedì a quel paese, fra l’imbarazzo dei frequentatori. Seguì un silenzio compatto, di cui l’istruttrice approfittò per dare la consegna.
«Annalisa, posso cambiare corsia?» chiese la signora.
«Certo, vai alla due».
«Vuoi partire tu?», fece uno sopraggiunto nel mentre.
«No no, prego».
Dimitri non assistette direttamente all'episodio ma sentì la mia voce dall'altra parte della vasca. Pensò a qualche battibecco, pensando bene.
A differenza del passato, però, non avvertivo più il peso dell’imbarazzo. Solo in spogliatoio capii perché la signora avesse tanto livore nei miei confronti: era in buoni rapporti con la quarantenne di Jacopo. Guadagnai della spocchiosa, e restituii la cortesia con la più aspra delle sentenze: il silenzio.
Del resto, non sarebbe durato ancora a lungo il mio corso in quel turno; nulla mi tratteneva lì, a parte Dimitri.
«Cosa ne pensi di andare in piscina alla sera?», gli domandai una volta fuori.
«Non lo so, dovrei provare. E comunque gli stronzi si trovano a tutte le ore, cosa credi?»
Gli dissi di non crederlo, perché ce n’è di vari tipi. Con quelli che si trovano a caso si rischia meno; chi prende di mira, invece, è più pericoloso. Il mio discorso, in apparenza strampalato, aveva un senso, e lui lo aveva colto.
Aspettammo il rinnovo dell'iscrizione, che scadeva alla fine d’ogni mese, per scegliere il nuovo turno.
«Inoltre, in primavera di gente ce n'è di meno, soprattutto la sera», gli dissi.
«E poi potremmo starcene direttamente fuori dopo lezione», rispose.
E mi sorprese, perché uscivamo di rado, dopo lezione, la mattina.
Ce ne stavamo quel poco che bastava a riempire la distanza delle nostre due corsie. E non era la prima volta che rimanevo sorpresa da come i suoi pensieri si incontrassero coi miei.