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La Linea Dell'Acqua (XIII)

Scritto da Federica Melillo.

XIII

Tornò l'inverno, e tornarono gli inconvenienti del freddo.
In piscina le acque sembravano essersi calmate: Jacopo non mi aveva più importunato e la donna aveva pensato bene di evitarmi. Quando ci ritrovavamo nelle docce, io stessa cercavo di scegliere quelle più vicine all'uscita, per essere più veloce negli spostamenti. Una mattina, la vidi parlare con Jacopo in parcheggio. Erano vicini alla sua macchina. Decisi di aspettare Dimitri: non era ancora comparso dallo spogliatoio, e io mi trovavo già nel cortile della piscina da cui li avevo appena visti. Era una tiepida mattina di sole e il riscaldamento nell'atrio mi sembrava eccessivo.
Jacopo e la donna continuavano a parlare, ma stavolta più animatamente: si potevano sentire alcune parole. Inoltre entrambi si erano accorti della mia presenza perché lui, che mi dava le spalle, si girava spesso dalla mia parte: lei doveva avermi indicata mentre cercavo di guardare altrove. Potevano discutere ancora per quella storia. Senz'altro discutevano ancora per quella storia.
La donna mi aveva indicata di nuovo, e stavolta lui non si era più voltato. Si diresse anzi verso l'auto e se ne andò. La donna invece venne verso di me: se Dimitri poteva scegliere un momento più adatto per uscire dalla porta d'ingresso era senz'altro quello.
Invece nessuno sbucò, in modo da impedire che la donna avesse campo libero.
Fui tentata dal dirigermi dentro l'atrio, dove perlomeno si trovava la segretaria in portineria. Presi in mano il cellulare per chiamare qualcuno o fingere di farlo. Era assurdo, ma avevo paura di quella donna. Nella mia vita è sempre stato così: quand'anche fossero gli altri a dover temere per qualcosa, il mio atteggiamento remissivo li invitava ad approfittarsene. Anche stavolta, come tutte le altre, il torto subìto divenne doppio.
La donna si avvicinò rapidamente e cominciò a urlare:
«Che cazzo hai raccontato a Jacopo?» domandò, pur conoscendo già la risposta. «Non ti bastava avermelo portato via?»
«Io te l'avrei portato via? Sei stata tu a metterti in mezzo tra me e lui».
«Mi avevi detto che era già finita, tra voi!»
«Esatto. Quindi l’unica ad aver detto fesserie sei tu».
«Ma stai zitta! Sei insieme a quell’altro e flirti ancora con Jacopo».
«Cosa stai inventando ancora?»
«Eh, no» insisté lei. «Io vi ho visti!»
Sì, ci doveva aver visti. A discutere.
«Credi quello che ti pare» dissi. «Ma poi ricordati di andartene a farti fottere».
Quando Dimitri uscì dallo stabile gli andai incontro nervosa.
«Ma quanto ci hai messo?», gli chiesi.
Mi guardò stranito, pensava forse ce l'avessi con lui. Osservò la donna andare via, ma non poté collegare i fatti perché non sapeva niente di lei, e non glielo avevo mai raccontato.
«Ci ho messo così tanto?», disse perplesso.
«No, scusami. È che vorrei essere altrove».
Avrei dovuto raccontargli tutto subito, non potevo più aspettare.
«Vedi quella donna?» gliela indicai. «È stata lei a mettermi contro Jacopo dicendomi che era già fidanzato».
Nonostante Dimitri avesse fatto il sostenuto, come se queste cose gli interessassero poco o niente, mi ascoltava in silenzio; e io gli raccontai tutto perché capisse la situazione.
«Bella coppia di stronzi», disse.
«Più lei che lui».
«Hai ancora il coraggio di difenderlo?» domandò.
«Non lo difendo mica».
«E non ti azzardare a farlo» disse, pentendosene subito.
«Dimitri...».
Lo guardai seria ma gli diedi un bacio sulla guancia; in pochi istanti ritornammo in armonia. Dimitri aveva un profumo che misto all'odore di cloro mi faceva impazzire. Eravamo calmi, ora, e nessuno dei due aveva più fretta di andarsene. Tutto, attorno, era inondato dai riverberi del sole. La gente entrava e usciva dalla piscina senza far caso a noi – o noi a loro.
«Andiamo», decisi.
Lo portai all’auto e gli dissi di montare. La sua sarebbe rimasta lì solo per poco, il tempo di farci un giro.
«Dove mi porti?», mi chiese.
«Tu non preoccuparti».
Sorridendo aggiunsi subito: «Anch'io ho il diritto di sorprenderti».
Jacopo ricomparve due lezioni dopo. L'avevo evitato tutta la durata del turno, mentre lui e la donna mi tenevano d'occhio.
Quando uscii dallo spogliatoio rimasi ferma nell’atrio, seduta su una delle tante sedie, anche se fuori il sole scaldava ancora l'aria, e la temperatura del vano obbligava a vestirsi come in primavera: non mi ero tolta solo il piumino.
In quello spazio mi ero sempre sentita al sicuro, con la portineria a tutelare il saluto e l’accoglienza, e la gente obbligata a passarvi davanti per entrare e uscire.
Il primo a uscire fu Jacopo.
«Ehi, ciao» mi disse. «Come va?»
«Diciamo che potrebbe andare meglio», e gli raccontai di quanto era successo giorni prima.
Gli dissi che non volevo più saperne di quella storia, che avevo sopportato già troppo. Lui promise che non mi avrebbe più coinvolta.
Se ne era appena andato che apparve la donna.
«Guarda chi c'è», cercò di sfottermi lei.
«Ti sei persa?» le risposi.
«Perché dovrei essermi persa?»
«Perché ti ci avevo mandato».
«Senti, ragazzina, vedi di girarmi al largo», minacciò.
«Con piacere, e vedi di ricambiare il favore», contraccambiai.
Rimanemmo in silenzio per qualche istante, senza accorgercene. I pensieri riempivano ogni spazio dentro e fuori i nostri sguardi in cagnesco. Poi lei se ne andò.
Infine arrivò Dimitri: «Tutto bene?»
«Lo spero. Mi sono rotta di questa situazione. Quella là non mi lascerà mai in pace, e io do di matta appena la incontro».
«Le parlerò io», mi rispose.
«Sei fuori? Ti esporresti per niente, anzi, peggioreresti le cose».
Lo pensavo seriamente.
Quella provocava apposta per farmi cadere in trappola, e Dimitri avrebbe fatto la sua mossa fatale parlandole. Lei voleva mettermi in una situazione scabrosa, per ferirmi, e quale occasione migliore se non quella di lasciarle influenzare il mio ragazzo?
Dovevo impedirlo. Gli feci promettere di lasciar perdere. Mi fidavo di lui, ma stavo imparando a conoscere anche la cattiveria di certi individui. D’altronde, non è mai troppo tardi, o così si suol dire.