Stampa
PDF

La Linea Dell'Acqua (XII)

Scritto da Federica Melillo.

XII

Una mattina, prima di andare in piscina, entrai in un negozio lì vicino, dove vendevano articoli per la casa e per la persona. Mi serviva un bagnoschiuma perché l'avevo dimenticato a casa. Ne scelsi uno a caso dallo scaffale e andai velocemente alla cassa. La lezione sarebbe cominciata a momenti e rischiavo di arrivarci in ritardo.
Mentre uscivo, però, entrò Jacopo. Anche a lui serviva qualcosa che aveva scordato. Fece cenno di aspettarlo perché avrebbe fatto presto. Pagò, e poi cominciò a farmi un discorso strano.
Avevo fretta di andare a lezione, Dimitri mi aspettava. Ma Jacopo sembrava aver bisogno di parlarmi di nuovo, come se quella volta non gli fosse bastata. Sapeva che dopo sarebbe stato impossibile che mi fermassi per ascoltarlo, visto che con me ci sarebbe stato anche Dimitri.
Ci fermammo fuori dal negozio, senza avvicinarci alla piscina. Pur essendo autunno, faceva caldo.
«C'è una cosa che mi tormenta...», disse esitando non poco.
«Dimmi cos'è», lo invitai io a chiarire.
Mi guardò incerto, poi proseguì, sempre lentamente.
«Non ho mai capito perché hai creduto che io stessi con un'altra. Voglio che me lo spieghi».
Non sapevo cosa diavolo rispondergli. Dirgli il vero era rischioso, poteva farlo infuriare, sebbene non sarei stata io il bersaglio della sua furia. Riflettei un po' troppo, però, per rendermi credibile su altre eventuali spiegazioni.
«Una persona me l’aveva riferito» dissi, comunque reticente.
«Una persona chi?», volle capire meglio.
«Una carogna. Ti serve sapere quale delle tante al mondo?»
Lui rispose che no, non serviva, ma che ne era maledettamente curioso, anche se cominciava a nutrire dei sospetti. Non fu bello per me dirglielo e nasconderlo al contempo. Avrei preferito di gran lunga adottare una delle due soluzioni, e non quella sciocca via di mezzo.
Ma non potevo fare diversamente, perché nasconderlo avrebbe significato mentire, e dirglielo sarebbe stata come una ripicca nei confronti della donna, che non volevo proteggere ma nemmeno rendere bersaglio di ulteriori umiliazioni: bastavano quelle che si era inferta da sola.
Quando lui mi disse il suo nome, che comunque non conoscevo, aggrottai la fronte, e quella fu l'unica risposta che ricevette.
Non sapevo più quale fosse la verità, in un certo senso, ignorando davvero come si chiamasse.
Potevo dirgli che di lei non sapevo nulla a parte quanto mi aveva raccontato lui stesso, ma non serviva: lì per lì il silenzio bastava.
.
Si era fatto tardi per andare a lezione, soprattutto per andarci e non arrivarci assieme. Dimitri avrebbe pensato male se ci avesse visti entrare in acqua con lo stesso ritardo dall'inizio del turno. Rinunciai a malincuore.
Ma a Jacopo dispiaceva di essere la causa di questa situazione, quindi nemmeno lui voleva più andarci, a quel punto: mi propose di andare a fare colazione da qualche parte, o farci un giro. Non sapevo come dirgli di no, e forse non volevo saperlo; alla fine non mi andava di tornare subito a casa.
Andammo al parco. Non era vicino alla piscina, ma ci facemmo una passeggiata, col proposito – tutto mio – di tornare al parcheggio prima che finisse la lezione, evitando così che Dimitri riconoscesse l'automobile e potesse preoccuparsi, o pensare male. Ero terrorizzata da quel pensiero. Non mi sembrava di fare nulla di male, ma allo tempo capivo perfettamente il suo punto di vista. Capovolto, sarebbe stato il mio. Ancora non sapevo se sarebbe stato il caso di farmi trovare comunque all'uscita e addurre una scusa qualsiasi per non aver fatto nuoto, o ritornarmene a casa e comunicargli via telefono un qualche imprevisto. Mi scocciava mentire proprio a lui, ma non vedevo altra soluzione.
.
Avevo concluso che sarebbe stato meglio fermarmi all'uscita per aspettarlo, quando realizzai che era troppo tardi. Dimitri stava giusto uscendo. Vedendolo, rimasi di sasso. Lui invece non esitò un attimo. Lo guardai, cercando di abbozzare un sorriso inutile: aveva il viso contrito.
«Perché non sei venuta a lezione e ora sei qui con quello?»
«Dai,» risposi, «non arrivare a conclusioni affrettate».
«Nessuna fretta, son qui. Dove vuoi che vada?»
«Sì, tesoro», gli dissi prendendo fiato, quasi dovessi immergermi in acqua a lungo. Avrei dovuto dirgli la verità?
Forse avrei dovuto, ma avremmo cominciato a parlare di un argomento che non era mai stato affrontato.
«Sto ancora aspettando», disse alzando quasi la voce.
«L’ho incontrato nel negozio di fianco, dov'ero andata a prendere il bagnoschiuma».
«E quindi?» domandò, senza lasciarmi finire quella che era solo una premessa.
«E quindi mi ha chiesto di chiarire una cosa», m'affrettai a dire.
E per evitare che reagisse come prima specificai subito: «Quella storia della sua fidanzata».
«Vedo che il bagnoschiuma ti è servito molto».
La buttai sul ridere: «La prossima volta se vuoi te lo presto».
.
Nessuno dei due ragazzi rimase davvero soddisfatto. Ma mentre lui non mi chiese altro riguardo quella mattina, Jacopo mi fermò ancora: stavolta dopo lezione, approfittando dell’assenza temporanea di Dimitri.
Erano trascorsi già parecchi giorni.
«Perché non vuoi dire chi è stata?», mi chiese.
«Perché non ha importanza».
Sbuffò.
Mi fece capire che con la pazienza era arrivato al limite, e l'avrebbe scoperto comunque, magari domandandolo alla diretta
interessata. Mi chiedevo se non sarebbe stato meglio, almeno mi avrebbe lasciata in pace.
«Ma non ti fa arrabbiare quello che è successo? Davvero non te ne importa?»
«Certo che m'importa ma no, non mi fa arrabbiare».
Mi guardò stranito, quasi che avesse a che fare con un alieno.
«E perché non ti fa arrabbiare?», chiese.
«Perché è stata anche colpa mia che le ho creduto».
Cominciò a respirare pesantemente, dovette rimuginare un po'. Mi sentivo in gabbia, e mi ci ero appena infilata da sola. Avevo sottolineato la mia parte di responsabilità attirando su di mel'attenzione anziché liberarmene, spiegando le ragioni. Sarebbe stato tutto più semplice facendo il contrario.
«Sì, hai sbagliato», sentenziò a causa della mia confessione a metà. «Ma qualcuno ha mentito, mi ha diffamato, e io voglio sapere chi è».
Era arrabbiato, di nuovo. Non so perché, eppure faceva sempre uno strano effetto vederlo in quello stato: era eccitante. E lui lo aveva capito, perché non accennava a smettere.
«È lei, vero?», domandò di nuovo, senza fare il suo nome.
«Sì» ammisi, come se non avessi più vie di uscita.
«Brava», disse con quel tono un po' sadico a cui ero stata abituata in ben altri contesti.
Non mi sentii brava per niente. Ero invece arrabbiata, quasi umiliata. Jacopo aveva voluto testare il suo potere nei miei confronti, e se già le altre volte non avevo gradito granché, stavolta non mi era piaciuto affatto.
Rividi Dimitri la sera.
«Ciao amore mio, com'è andata oggi in piscina?»
Non poteva fare domanda meno azzeccata.
«Così così», risposi seria.
«Come, così così? Hai sentito la mia mancanza?»
Sorrisi della sua mezza battuta, ma poi lo abbracciai.
Mi resi conto solo allora di quanto mi fosse mancato, e di quanto soprattutto mi fosse mancata la protezione che veniva dalla sua presenza. Quella mattina Jacopo non mi avrebbe fermato se ci fosse stato lui.
«Mi sei mancato sul serio» risposi.
«Anche tu».
«Ti amo» gli dissi. «Ti amo proprio».
Sorrise, e stavolta fu lui a stringermi. Era il suo modo di ribadire che provava lo stesso sentimento già dichiarato, ma ogni volta più forte. Poi parlò.
«Posso dirti una cosa?»
«Dipende. È una cosa bella?»
«Sì e no. Dipende da te».
«Se dipende da me è bella per forza».
«Sono geloso. Sono fottutamente geloso».
«Di Jacopo, vero?»
«Già, non riesco a togliermelo dalla testa: lui al tuo fianco fuori dalla piscina».
Lo abbracciai di nuovo, mi sentii in colpa.
«Non sono mica contenta che tu sia geloso di lui, perché ti rodi il fegato per niente», risposi.
«Per niente, dici?»
«Certo, per niente. Non dubitarne mai».
«Lui non ti piace più?»
«Non mi è mai piaciuto come te», dissi con sicurezza disarmante.
Lo baciai. Ci baciammo a lungo.
«La gelosia non mi dispiace» gli dissi poi, «Ma non è bella se non è gestibile, e qui non dipende solo da me».
Non poteva far altro che concordare. Da quando stavamo assieme, io e Dimitri avevamo condiviso riflessioni così ragionate che non era difficile trovare dei punti in comune anche laddove sembrava non ce ne fossero. Figurarsi, poi, com'era semplice incontrarci nelle idee laddove i presupposti erano gli stessi.
«Se vuoi cambiamo turno» gli proposi, per ovviare al problema.
«No, sarebbe troppo evidente. Non mi va».
Non aveva pensato che forse quell'evidenza poteva riguardare me per prima.
Restammo zitti a lungo. Desiderai con tutto il cuore che Jacopo mi lasciasse in pace. Qualche volta sperai di non vederlo più. Non mi piaceva quel suo atteggiamento di ripresa confidenza. Dove voleva arrivare adesso? E come avrei reagito?
Sarei stata alfine decisa, o gli avrei permesso di scombussolarmi ancora la vita?