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La Linea Dell'Acqua (XI)

Scritto da Federica Melillo.

XI

Jacopo le aveva chiesto di uscire il quindici di settembre.
«Ti va di andarci a prendere una cosa? Anche adesso».
«Meglio stasera» gli aveva risposto. La donna aveva una bambina che l'aspettava dalla nonna.
Si erano trovati dopo che aveva fatto le solite raccomandazioni alla baby-sitter: erano sotto casa sua, e non si preoccupava affatto di farsi vedere andar via con lui.
Era rimasta colpita da Jacopo, in piscina. Lo aveva notato ancora prima che io rompessi definitivamente ogni rapporto. Sapeva che stavamo assieme, ma evidentemente le importava poco. Durante le lezioni cercava sempre il suo sguardo. Lo fissava. Delle volte era certa di essere ricambiata. Adesso si trovavano uno di fronte all'altra, seduti in uno di quei ristorantini eleganti da me tanto temuti quanto sgraditi.
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Jacopo con i suoi ventotto anni voleva una donna al suo fianco, non una ragazzina.
Lei era perfetta nei suoi panni di neomamma quarantenne, con quel suo fisico comunque slanciato, asciutto, e lo sguardo sicuro di chi ha attraversato la bonaccia e la burrasca. Aveva scelto lei il locale, scenografia comune a vecchi ricordi.
«Mi piace molto questo posto».
«Lo speravo, è il mio preferito».
Lui era contento di farsi condurre, di non dover più scegliere, e a lei piaceva stupirlo con quelle che reputava idee originali, come ordinare due pastis confidando nella bontà della propria scelta e del proprio fascino, senza chiedergli il permesso.
«Ti piace l'anice, vero?» si era limitata a domandare a ordinazione già compiuta.
«Non mi piace il finocchio, ma l'anice sì».
«Anch'io non vado matta per il finocchio» aveva risposto lei. «Ma non sa di anice, appunto».
In attesa dei pastis, si studiarono come in piscina non erano riusciti a fare. Lui sembrava piuttosto incuriosito da questa donna intraprendente, lei invece era proprio attratta; dovevano essere trascorsi secoli dall'ultima volta che aveva conosciuto qualcuno che le piacesse così tanto. E Jacopo alle donne piaceva parecchio.
«Non stai più con la ragazzina?»
«No, ma non voglio parlare di lei».
La donna era andata a toccare un nervo scoperto, e l'aveva fatto apposta per avere conferme, passando così al piano d'emergenza. Gli prese la mano con la scusa di insegnargli una tecnica rilassante di massaggio appresa da un’amica giusto quel giorno.
«Ti piace?» gli chiese, cambiando tono di voce.
Jacopo aveva annuito, distogliendo lo sguardo.
Era quasi imbarazzato: forse cominciava ad avvertire una certa invadenza. Si era riappropriato della mano con la scusa di aprire – finalmente – il menù per ordinare. Il pastis non gli dispiaceva, ma non voleva rischiare anche con la cena.
Era stata spiazzata dal suo riprendere il controllo, ma lo aveva lasciato fare: c'era sempre tempo per recuperare l'attenzione, e comunque le aveva permesso di arrivare fin lì.
Dopo avevano cenato di gusto, abbastanza lentamente; si erano osservati ancora, mentre parlavano.
Lui tutto sommato era intrigato da quella donna, che sembrava non avesse bisogno di troppi preamboli. Questo lo turbava e gli piaceva al tempo stesso.
Di rado era stato spodestato nell'iniziativa, in passato: lei era stata la prima a mostrarsi così decisa, sicura. Tanto sicura da andare lei a pagare il conto, senza immaginare di metterlo in imbarazzo. Evidentemente per lei si trattava di una cosa normale, oppure, guardando una più sottile prospettiva, continuava a recitare la sua parte.
Poi però qualcosa doveva essere andato storto anche per lei.
Lei gli aveva chiesto di andare a casa, che la baby-sitter l'aspettava presto, e lui, sempre più incuriosito, aveva acconsentito a seguirla. Una volta rimasti soli, a casa di lei, l'aveva condotto in camera da letto. Subito. La bambina dormiva nella stanza a fianco, con il walkie-talkie acceso. La donna si era spogliata davanti a lui, da sola, e gli aveva detto di fare altrettanto.
Lui era stato al gioco, lasciandosi prendere. Si era seduto sul letto guardandola muoversi. Ma mentre lei si sedeva su di lui non stava zitta, non taceva un attimo.
«Scommetto che lei non ti ha mai preso così», aveva detto. «Adesso sei mio».
Voleva dominarlo anche con le parole. Non capiva che aveva oltrepassato, invece, ogni limite.
Jacopo non l'aveva tollerato. L'aveva spinta sul letto per liberarsi del suo peso e alzarsi, poi si era rivestito, in fretta. Lei non si era più mossa, lo aveva guardato incredula, quasi come se assistesse a uno spettacolo di cui non poteva cambiare la sceneggiatura. Forse si rendeva conto di aver fatto dei passi falsi, e non voleva farne altri ora che non sapeva cosa sarebbe potuto succedere.
Poi, mentre Jacopo stava lasciando la stanza, si era alzata e l'aveva inseguito, nuda, fino alla porta d'ingresso. Gli aveva chiesto scusa.
«Stammi lontana», le aveva risposto. Aveva già varcato la porta.
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Quando Jacopo me lo raccontò, la mattina dopo, lei non c'era. Non c'era nemmeno Dimitri, e io pensai che se le cose accadono per caso, a volte scelgono i momenti più opportuni: non saprei dire se Jacopo mi avrebbe mai raccontato questa storia, altrimenti.
«Sei l'ultima persona cui dovrei rivolgermi, eppure non riesco a farne a meno», concluse.
Gli accarezzai il viso. Mi suscitava una tenerezza incredibile, forse perché ingiustificata. Aveva un'espressione del volto molto dura, contratta.
«Posso dirti una cosa?»
«Puoi dirmi tutto quello che vuoi», rispose.
Mi guardava dritto negli occhi, aspettando quella che lui credeva fosse una semplice opinione sulla vicenda. Oppure un bacio, chissà.
Non mi piaceva più, forse? Lui intuiva che una certa forma di attrazione era sopravvissuta a tutto.
Ma proprio non volevo baciarlo, non sulle labbra, perlomeno. Durante il suo racconto avevo sentito per lui una piccola stretta al cuore. Sentirmi definire come una “ragazzina” mi aveva infastidito non poco. Era vero, non avevo mai avuto quella spudoratezza che certi uomini adorano, tuttavia non ritenevo certo fosse questo a definire una persona più matura di un'altra: non ero mai stata invadente, io. E poi avevo ventiquattro anni, mica quattordici. E soprattutto non avevo mai ingannato nessuno per arrivare ai miei scopi.
Forse non ne avevo mai avuto bisogno, o più semplicemente non avevo mai avuto certi tipi di aspettative.
Mai puntato il ragazzo di qualcun'altra, né inventato frottole per creare sofferenza utile a farmi strada verso una certa direzione, creando il vuoto. Inoltre non ero mai stata così cieca o disperata da screditare un'altra persona per sentirmi meglio con me stessa.
Avevo già imparato a non raccontarmi da sola delle bugie consolatorie. Non che non ne avessi la tentazione, ogni tanto, tuttavia mi controllavo sempre.
La verità è un percorso che facilita la felicità, anche se dolorosa: aver riconosciuto, ad esempio, che l'interesse di Jacopo nei miei confronti fosse aleatorio mi aveva dato la possibilità di fare spazio a un Dimitri più convinto. E poco importava se quella donna aveva dato o no il suo contributo a quell’operazione in mala fede.
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Mi ero chiesta, pertanto, se valesse la pena riferirgli cosa fosse realmente successo. In fondo non era davvero colpa di quella se io e lui non stavamo più assieme. Poteva finire in una maniera più dignitosa, è vero. Ma non era forse anche grazie a lei se adesso lui mi stava parlando come non aveva mai fatto? In quel momento non mi importava quanto avessi sofferto, l'unica cosa evidente era una sincerità mai ricevuta da chi, per questo motivo, non era mai stato davvero il mio ragazzo. Ne ero felice.
«Ti voglio bene, Jacopo», gli dissi.
Lui mi guardò schiudendo le labbra, un po’ sorpreso.
Poi gli sfuggì un sorriso aperto.
«Grazie, grazie mille», mi rispose.
Mi diede un bacio sulla guancia e se ne andò verso la sua auto. Ci saremmo rivisti dopo quattro giorni, in base ai suoi consueti turni di lavoro, e decisi che a Dimitri non avrei detto nulla. Sentii il bisogno di mantenere quel momento come solo mio, mio e di Jacopo. Inoltre temevo che Dimitri avrebbe pensato al peggio per me e lui, e non volevo assolutamente che succedesse. Jacopo ci salutava, entrambi, già da qualche settimana. Non aveva motivo di credere che tra me e lui ci fosse stata chissà quale riconciliazione. E infatti non doveva crederlo.
Qualsiasi cosa era successa tra me e Jacopo quella mattina non andava a intaccare il nostro rapporto. Io di Dimitri ero totalmente persa.
Piuttosto, mi chiedevo come mi sarei comportata con l'altra. Non doveva essere facile per lei ripresentarsi in piscina dopo quello che era successo. Ma non le pesava troppo, perché due giorni dopo era di nuovo lì, come sempre. L'unica differenza rispetto a prima consisteva nel fatto che non solo non mi salutava più, ma cercava in tutti i modi di evitarmi. Aveva intuito che io sapevo?
Difficile crederlo, tuttavia non volevo che mi condizionasse ancora.
Chiesi al nostro istruttore di cambiare corsia, e così cominciai a nuotare nella numero 3. La nuova istruttrice era parecchio esigente, ma questo mi garbava: ormai volevo solo migliorare lo stile, oltre che aumentare il fiato. Di tutto il resto, adesso, non mi interessava più nulla: la storia con Dimitri era letteralmente emersa dall'acqua. E qualsiasi cosa mi avesse legata a Jacopo era già naufragata: rimanevano solo piccoli cenni, di tanto in tanto, accompagnati da qualche sorriso.
Raggiunsi finalmente una forma di equilibrio.
L'unica curiosità riguardava l'identità di quella che avevo creduto essere la madre di Jacopo. Lo era davvero, o si trattava di un’altra menzogna della donna? A lui non potevo certo chiederlo.
La donna era scomparsa settimane prima e chissà quando sarebbe riapparsa di nuovo.
Ma aveva poca importanza anche questo.
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L'università riprese sempre più posto nei miei pensieri, avevo gli ultimi esami da dare. Stava arrivando quella che sarebbe stata la fine dell'ultima fase della mia vita da pseudo-adolescente. A ventiquattro anni era più che giusto cominciare a prendere in mano il futuro anziché dei libri su cui immaginarlo.