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La Linea Dell'Acqua (IX)

Scritto da Federica Melillo.

IX

«Ciao», dissi secca ai presenti. Non avrei voluto salutare proprio nessuno.
La ragazza che in quei giorni coadiuvava il nostro istruttore se ne doveva essere accorta, perché mi chiese se andasse tutto bene.
Annuii con la testa come quando ero a corto di fiato.
Dopo il riscaldamento ci si fermava a inizio corsia tutti assieme, in ascolto della consegna dell'esercizio imminente, e spesso anche in visione, giacché gli istruttori usavano simulare i movimenti in aria: quella volta la ragazza ci disse di eseguire due salti, uno verso l'alto e uno in avanti, per poi scivolare e proseguire a stile libero. Un uomo le aveva chiesto di ripetere la consegna, ossia il salto. Implicitamente, le aveva chiesto di far rimbalzare di nuovo i seni. Lei non lo capì e rifece il tutto, ignara della risatina scema che lui cercò subito di rivolgere a qualche suo amico lì presente.
Dovetti pensarci io a guardarlo con tutto il disprezzo possibile.
.
Dimitri non c'era, ed era un bene. Non volevo mi vedesse tanto nervosa, e non volevo capisse perché lo fossi. In realtà, di primo acchito faticai ad ammettere che la sfuriata a Jacopo nascondeva della gelosia. Non era accettabile per me quanto per Dimitri, che mi stava aspettando. L'idea di uscire con lui mi premeva più che chiarire con quell'altro, ma trovai giusto levare la sete all'orgoglio.
La mattina dopo mi misi alla prova. Telefonai per la prima volta a Dimitri, che rispose al secondo squillo di un numero sconosciuto. Rispose un po' agitato: sapeva che ero io. Io invece non sapevo come l'avrebbe presa, quella telefonata. Lui forse aspettava che dicessi qualcosa di significativo, e viceversa facevo lo stesso. Però, da parte mia, si trattava di un gesto volto a rompere il ghiaccio tra noi, a prescindere dalle parole che avrei detto. Gli chiesi come mai il giorno prima non fosse venuto in piscina e lui rispose che voleva appunto provocare una mia reazione. Questo mi stupiva e lusingava assieme, ma non era stata la sua assenza a lezione ad avermi spinta a chiamarlo. L’avevo fatto per capirci qualcosa di più. Io lo chiamavo per capirci qualcosa di più. Volevo sentire che effetto mi faceva la sua voce, quanto mi emozionasse anche soltanto l'idea di compiere questo primissimo passo al di fuori dei muri della piscina o del cortile, o anche del parcheggio lì vicino.
Gli dissi che avrei voluto vederlo. Pensai che la sua voce non mi bastava, ma non glielo dissi. Mi chiese dove e risposi “fuori, una sera, magari seduti a un tavolo”.
Ci vedemmo la sera stessa all'ingresso di un pub della mia zona. Ma il tavolo lo intravedemmo appena, perché Dimitri mi portòvia.
Il giorno dopo eravamo in piscina di nuovo, e per la prima volta esserci assieme non significò in reciproca compagnia. Dimitri e io ci tenevamo per mano. Almeno fino a quando non incontrammo Jacopo nel parcheggio, che metteva in moto la sua macchina.
Appena ci vide spense il motore ed uscì, lasciandola esattamente dov'era.
«Che cosa significa?» disse a voce alta.
«Che ti importa?»
Sapevo di provocarlo, ma mi resi conto che Dimitri si trovava in mezzo, senza volerlo, per la seconda volta.
«Vuoi farmela pagare» riprese. «E stai usando questo poveretto».
Il poveretto stava zitto proprio come la prima volta. Lo guardava con occhi imperscrutabili, come se Jacopo fosse invisibile.
«Io non uso proprio nessuno, a differenza tua», gli risposi.
«Come no!» ribatté. «Secondo te non mi sono accorto a cosa ti servivo agli inizi della relazione?»
Non capivo dove volesse arrivare, dato che di noi sapevano in pochissimi.
«Stai delirando», dissi.
«Non credo proprio», si difese lui. «Stai facendo esattamente la stessa cosa adesso con me».
«Ma non essere ridicolo»
«Non esserlo tu, ridicola. Potresti cambiare strategia, ogni tanto, non credi?»
Lo guardai perplessa, perché non sapevo più come comportarmi. Rimasi zitta, aspettando di trovare una maniera per porre fine alla discussione.
«E avresti potuto chiedermi come stavano le cose anziché darle per scontate», aggiunse.
Mi innervosii.
«Hai il coraggio di negare?»
Non avevo davvero mai valutato la possibilità che potesse dire la verità. Mi resi conto soltanto in quel momento, nonostante il mio tono risoluto, che nel mio pensiero c’era una crepa attraverso la quale i dubbi cominciavano a penetrare.
«Cos'è 'sta storia?» intervenne Dimitri, ammutolendo entrambi. «Su cosa ti avrebbe mentito?»
M'infastidiva l'uso di quel condizionale.
«Lei pensa che sono fidanzato con un'altra», gli rispose lui.
«Sì,» mi difesi io, «quella è stata la ciliegina su una torta andata a male».
«Sarà, ma anche tu hai contribuito».
«Il veleno è tutto tuo!»
«Non mi pare».
Fu allora che mi accorsi che Dimitri non mi teneva più la mano. Presi quasi con stizza la sua e decisi di andarmene: Dimitri però si lasciò trascinare, perché sembrava molto contrariato.
«Non farti infinocchiare», gli disse Jacopo.
«Fottiti», gli rispose lui al posto mio.
.
L'atmosfera in piscina era sempre più fredda, più dell'acqua nella vasca, che poi risultava tale soltanto per contrasto con l'ambiente chiuso.
La madre di Jacopo non era più venuta, ma la sua presenza non avrebbe peggiorato le cose.
C'era sempre, invece, quella donna con cui avevo parlato di lei.
Ogni tanto pensavo di chiederle ancora quello che mi aveva già detto, verificare se ci fossero delle stonature, anche piccole con quanto avevo già sentito. Poi ci rinunciavo nel momento stesso in cui la vedevo.
Ma fu lei, una mattina, a fermarsi un momento a bordo vasca, prima di ricominciare a nuotare.
«Ehi, ciao», mi salutò.
«Ciao. Dura stamattina, vero?»
«Verissimo. Parto!»
Si diede lo slancio con le gambe premendo sul muretto e partì. La seguii all’istante imitandone il gesto.
Nuotavo sciolta, questo perché le stavo dietro e non davanti. La donna aveva assunto senza volerlo una figura abbastanza simile a quella che intravedevo nella madre di Jacopo: soltanto una banale associazione di idee nata a seguito di quell'episodio, senza altro nesso.
Quando finimmo la lezione mi diressi verso le docce. Due minuti e due erogatori dopo si stava lavando anche lei. Feci in fretta e andai a infilarmi l'accappatoio per dirigermi in bagno: avevo appena realizzato che in realtà non m'interessava affatto chiarire oltre. Lei, invece, mi raggiunse subito dopo.
«Come stai?», mi chiese guardandosi allo specchio e sistemando l'asciugamano sui capelli.
«Bene, e tu?»
«Anch'io, grazie».
Sperai che il dialogo finisse lì ma evidentemente voleva soddisfare la propria curiosità nei miei riguardi.
«Com'è andata a finire con Jacopo?»
«È finita e basta».
«Ah. Ma per quello che ti ho detto?»
La guardai sorridendo appena, con l'intenzione di rassicurarla.
«Stai tranquilla, era finita già da prima», le dissi.
Non sembrò soddisfatta della risposta, ma non mi chiese altro.
«Meno male!» esclamò.
«Letteralmente».