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La Linea Dell'Acqua (VIII)

Scritto da Federica Melillo.

VIII

La primavera divenne luminosa anche dopo le nove di sera.
Smisi presto di indossare il giubbotto di mezza stagione, bastava una maglia a maniche lunghe, più che sufficiente a nascondere il costume. Ma a dispetto di quell’estasi, i pensieri si raffreddarono come la brina sui prati. Sentivo freddo persino in compagnia di Dimitri.
«Perché non mi chiami?» chiese una mattina, dopo la lezione.
«Perché non è così semplice» gli risposi. «Prima devo risolvere le cose con Jacopo».
Dimitri sembrò comprendere. Forse intuiva che le cose con Jacopo erano incrinate in modo irrimediabile. Ignorava, però, che sporadicamente uscivamo ancora insieme.
Non riuscivo a rinunciare del tutto all'idea di non vederlo più al di fuori dalla piscina. Aspettavo il momento più adatto per rompere, o non ne avevo il coraggio.
Tuttavia, dopo l'arrivo di sua madre a lezione, non c'eravamo visti che in acqua: o c'era lui, o lei. Sembrava che la madre sostituisse il figlio quando lui mancava per ragioni di lavoro.
Quella mattina, ad esempio, venne lei. Vedendola, riflettei sul fatto che la signora non mi era mai andata a genio, a differenza del figlio, che nonostante tutto continuava a piacermi per come l’avevo conosciuto, e niente affatto per come si era negato nel farsi conoscere meglio.
Probabilmente insistetti a uscirci perché in fondo nutrivo l’illusione che dimostrasse il mio sbaglio, cioè che non si andava nascondendo. Non presentarmi neppure la madre, però, fu lo sgambetto ad ogni speranza.
Non lo confessai apertamente, perché Dimitri chiese repentino quando avrei risolto la questione.
«Quando riuscirò a vederlo fuori da qui».
«Non basta una telefonata?»
«Ti sembro una che rompe le relazioni con una telefonata?»
D’un tratto lui sembrò non capire. Mi guardava stupito, accigliato. Temevo se ne andasse. Eravamo nell’atrio, soli. Appoggiai la testa sulla sua spalla con una delicata rassegnazione di cui mi vergognai un poco.
«Sei una di quelle che per non chiudere una storia al telefono ne iniziano comunque un'altra?», fece sarcastico.
Gli risposi alzando il capo in silenzio. Quella domanda mi offese. Fu allora che lui mi prese la mano.
«Dai, scherzavo», disse.
«Non è vero», gli risposi; sapendo che lo pensava.
Dimitri mi strinse la mano, come a dirmi che anche se lo pensava ci teneva ugualmente.
«Io aspetto», disse. «Ma sono geloso di quella carogna».
.
Due giorni dopo, terminata la lezione, rividi la donna che m’aveva indicato la madre di Jacopo.
Le chiesi ciò che avrei voluto domandarle da subito: «Come fai a sapere che la signora è sua madre?»
«Me l'ha detto lei», rispose. «Quella mattina stessa».
«Ti ha detto altro?»
«Sì, mi ha detto che Jacopo e lei non vanno d'accordo, per questo salta le lezioni quando c’è lui».
Mi sembrò così strano che le chiesi di spiegarsi meglio.
«A quanto pare, qualche anno fa hanno litigato di brutto. Ma lui non ti ha raccontato nulla?»
«No, non gli piace parlare della sua famiglia», dissi con amarezza.
«A differenza della madre», ironizzò. «Sembrava parlasse alla sua migliore amica».
E chissà invece chi era quella donna, pensai.
«Mi ha accennato la causa del litigio senza che gliel’avessi chiesto» continuò lei, facendo esattamente la stessa cosa. «Ha detto che si tratta della fidanzata di Jacopo. A quanto pare non vanno affatto d'accordo, le due».
Mi caddero le braccia; la parola “fidanzata” accanto al suo nome non poteva starci proprio. La fulminai, sebbene non fosse lei la causa dello sgomento che mi stringeva la gola.
«Puoi ripetere? Hai detto "fidanzata"?» le chiesi innervosita.
«Sì, la fidanzata».
«Non so se ti rendi conto di quello che stai insinuando».
«Cosa starei insinuando? Non ti capisco».
«Jacopo non ha una fidanzata, non è possibile».
«Cavolo», si scusò. «Non sapevo che ne eri all'oscuro! Mi hanno detto che tu e Jacopo ve la intendete un po', ma pensavo fossero solo pettegolezzi...».
«Purtroppo no».
«Mi dispiace molto» disse lei. Il tono della sua voce tradiva una sincera emozione.
Me ne andai in silenzio, pentita di non aver concesso alla donna nemmeno la grazia di una risposta, una fragile cortesia. Ero percossa da una domanda: si spiegavano in maniera così squallida e banale i suoi comportamenti evasivi?
Sfiancata dai dubbi, mi convinsi che non gli dovevo più alcuna spiegazione, e non aveva senso dare a Dimitri la sofferenza dell’attesa. Un Dimitri finalmente deciso, e non più solamente attratto.
Quel cambiamento di sfumatura poteva fare la differenza: anche lo scurirsi dell’acqua è un segno importante. Eppure sentivo di non essere pronta. Rimaneva sempre qualcosa in sospeso tra me e Jacopo, e non riuscivo a ignorare quell’inspiegabile stato d'animo.
.
Con Dimitri mi fermavo appena possibile dopo le lezioni, uscendo persino dallo stabile: delle chiacchiere non mi interessava nulla. Spesso ci fermavamo sulla stessa panchina dove Jacopo aveva fatto quella scenata priva di spiegazioni, eppure illuminante.
Va da sé che non potevano bastare pochi minuti a cancellare mesi interi, e in ogni caso anche il tempo perso richiedeva altro tempo per recuperarlo. E poi avevo il terrore di fare altri passi falsi.
E se avessi sbagliato ancora?
Temevo anche il fatto che prima o poi, in piscina, la situazione sarebbe degenerata. Già aveva un che di surreale in condizioni normali: soprattutto in corsia 5 per Dimitri quando Jacopo c'era, ma anche per me in corsia due quando lo sostituiva la madre.
Quasi non fosse già difficile con Jacopo soltanto; proprio non capivo perché la madre avesse scelto quel turno e non altri, se poi per non litigare col figlio saltava metà delle lezioni. Forse voleva conoscere da vicino parte l’ambiente del figlio. Pensai addirittura chiacchierasse con le persone apposta per aver un contatto, per arrivare indirettamente a lui.
Magari sperava di parlare con gli stessi con cui lui nuotava, chissà: l'amica in corsia due di quella in corsia 5 ritrovatesi in spogliatoio. Oppure voleva solamente osservare attorno a sé lo scenario che avrebbe circondato lui due giorni dopo, o a cui aveva assistito due giorni prima. Cercare una giustificazione alla sua presenza mi dava la sensazione di un piccolo sollievo. Un passo di logica verso la coerenza, lontano dal surreale.
Vedevo l'acqua colorata dall'azzurro delle piastrelle, immergevo i miei pensieri consapevole che quella era soltanto una piscina, e che le persone lì presenti ne condividevano il semplice spazio. Anche se in quello spazio cercavo la sua figura a intermittenza, quasi a riempire il vuoto che si sarebbe ricreato a seguito di quella rottura definitiva. C'era questa fidanzata per la quale ero stata ignorata, ignorando io per prima la sua esistenza, ed ero troppo delusa per voler sentire eventuali giustificazioni. Jacopo, in ogni caso, non aveva mai voluto sviscerare quella sua intimità, e non pretendevo di certo che lo facesse adesso.
Troppo tardi, anche solo per finire dignitosamente un rapporto. Non eravamo più niente, l'uno per l'altra, se mai eravamo stati qualcosa.
Se ne accorse quando ci ritrovammo nel parcheggio prima di una lezione, e io non lo salutai.
«Che, sono diventato invisibile?» disse.
Gli voltai le spalle e proseguii dritto: volevo cancellarlo, ma lui mi seguì. Mi afferrò le braccia da dietro, fino a farmi male.
Era arrivato il momento di sancire la fine di quella storia forse mai cominciata sul serio, il momento di rivolgergli la parola per l'ultima volta da vicino.
«Lasciami stare», risposi.
«Ma cosa ti ho fatto?», domandò.
Sembrava essere lontano dall’immaginare che io sapessi tutto.
«Mi hai semplicemente preso per il culo!», ripresi.
«Ma che dici?»
Mi guardava sorpreso. E anziché calmarmi, quella sua espressione basita mi innervosì ancora di più.
Lo fissai con disprezzo e mi allontanai. Percepii il suo sguardo addosso e scossi inconsciamente le braccia. Lui, un po’ inebetito, mi raggiunse correndo.
«Vai via» dissi glaciale, senza voltarmi. «Vai dalla tua fidanzata».
Jacopo si allontanò sul serio. Sembrava ferito dalle parole più che imbarazzato dalla verità a cui si riferivano.
Avevo forse capito male? Avevo ascoltato la versione di una che nemmeno conoscevo, ignara dei motivi che potevano giustificare una bugia; una persona che poteva aver affermato la verità come un'accozzaglia di balle dette chissà perché.
Una volta dentro lo spogliatoio mi rifugiai in bagno e scoppiai a piangere. Non mi curai di essere sentita. Quando riaprii la porta trovai Laura davanti alle panche e l'abbracciai, così, a freddo, tanto che lei sopra il costume non indossava nemmeno l'accappatoio.
«Ehi, cos'è successo?», mi chiese.
«Ho litigato con Jacopo».
«Come mai?»
«Perché lui ha un'altra!»
«Te l'ha detto lui?» mi chiese lei, perplessa. Mi guardò come se averlo saputo fosse più allucinante della notizia stessa.
«No, ovvio che no!»
«E allora come l'hai scoperto?», domandò ancora più perplessa.
«È stato un caso».
«Vuoi dire che l'hai vista?», mi chiese incuriosita.
Dissi di no con la testa, per chiudere un discorso già vuoto. Non mi era d'aiuto, come non lo era stata quella volta che non spiegò perché si fosse messa in mezzo tra me e Dimitri.
«Tu lo sapevi?», mi venne da chiederle.
«Se l’avessi saputo te l'avrei detto».
Non pensavo potesse mentirmi, tuttavia una strana sensazione mi diceva che avrei fatto bene a non fidarmi completamente. Non le più dissi nulla: né in quel momento, né più tardi. Andammo a fare lezione, ognuna nella propria corsia.