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La Linea Dell'Acqua (VII)

Scritto da Federica Melillo.

VII

Appena dopo il risveglio, prima di andare a lezione, ascoltavo Hey dei Pixies.
L’ascoltavo sbadigliando, lavandomi, salendo sull’auto, durante la colazione, dovunque. L’ascoltavo con l'acqua sul fuoco che aspettava di bollire e diventare infuso.
Scelsi quella canzone perché ne volevo una che non fosse allegra ma nemmeno triste.
Hey mi dava l'idea di un saluto appena arrabbiato, il saluto di chi chiede spiegazioni, o attenzioni. Richieste da qualcun altro: non avrei più dovuto essere io a pretenderle. E poi mi accorgevo che al mondo non ero l'unica ad arrabbiarsi, a chiedere spiegazioni, a pretendere attenzioni; anche Jacopo quella mattina si lamentò, a suo modo. E anche Dimitri voleva che l'ascoltassi: forse adesso capiva il peso di tutti i suoi rifiuti. Piuttosto, ero curiosa di sapere cos'aveva da dirmi.
Vedere il suo sguardo cercarmi di nuovo fu puerile ma dolce: ora speravo soltanto che non scomparisse (di nuovo).
Non feci nulla, aspettai che fosse lui ad avvicinarsi. Spogliatoio, doccia, piscina, doccia di nuovo, accappatoio, phon. No, non lo snobbavo. Semplicemente, preferivo evitare le sue brutte reazioni.
Spesso, negli ultimi mesi, venivo colta da improvvisi stati d'ansia. Non ero in grado di sapere quando sarei riuscita a controllarmi e quando no. Ci furono volte in cui persino in acqua – forse proprio perché senz'aria – il respiro veniva improvvisamente a mancarmi e dovevo, per non smettere di nuotare, girarmi su me stessa e proseguire a dorso. Mi domandai più volte se non fosse la presenza delle persone attorno a condizionarmi.
Tutte le volte immaginai una piscina piena di sola acqua e mi ci persi col pensiero.
.
Quel giorno mi ero già girata verso il soffitto ben due volte. Finito il riscaldamento iniziale, però, possedevo già fiato sufficiente per arrivare a fine lezione senza altri intoppi del genere.
Una volta fuori dallo spogliatoio mi fermai per qualche minuto; infilai il giubbotto e rovistai nella borsa in cerca delle chiavi della macchina. Speravo che Dimitri dovesse ancora uscire e non fosse già andato via, ma l'assenza del suo tesserino mi fece pensare il contrario. Almeno finché non capii che se lo era solo dimenticato a casa.
«Ciao» gli dissi.
«Ciao».
Ero tentata di fermarmi lì, proprio sull'uscio.
«Mi dispiace molto per l'altra mattina».
«Non è stata colpa tua», rispose convinto. «Certo che Jacopo sembrava parecchio arrabbiato anche con me».
«Penso fosse arrabbiato e basta», abbassai lo sguardo.
«Non lo pensi nemmeno tu».
Rialzai lentamente lo sguardo per sostenere il suo, molto intenso. Quindi mi chiese se avevo idea del motivo per cui Jacopo potesse essere arrabbiato anche con lui.
«No» gli dissi, cercando di non abbassare di nuovo lo sguardo, né di spostarlo altrove.
«Non ti ha detto nulla?»
«Avrebbe dovuto?».
La mia risposta risuonò amara. I miei sentimenti per Jacopo, di qualunque natura ora fossero, si percepivano.
«Ma che razza di rapporto è il vostro?»
«E il nostro?»
La risposta-domanda sorprese anche me.
«Che c'entra?» si difese.
Quasi mi arrabbiai. Mi sarebbe piaciuto rispondesse, anziché vederlo difendersi per l'ennesima volta. Quindi lo incalzai: «Che mi dovevi dire l'altro giorno?».
«Non qui», si agitò.
«Guarda che oggi Jacopo non c'è»
«Guarda che non ho mica paura di lui».
«Certo, era solo una battuta» gli dissi io.
Sorrise. Ma non per recuperare l'ironia sfuggitagli nell’imbarazzo, piuttosto per ristabilire un contatto. Gli sorrisi anch'io.
Non capivo, però, se quella fosse l'occasione buona per parlare di quel che aveva da dirmi. Aspettai un attimo prima di intervenire.
«Dove vuoi che parliamo?» gli chiesi.
«Fuori, una sera, magari seduti a un tavolo».
Spalancai gli occhi, spiazzata. Qualunque fosse stata la (mia) risposta, sarebbe stata sbagliata.
Dimitri mi piaceva, anche tanto, ma sentivo che prima avrei dovuto sistemare la situazione con Jacopo. Nemmeno il tempo di rifletterci che aveva già scritto il suo numero su un biglietto: avrei avuto altro tempo per poterci pensare.
.
Qualche lezione dopo tornò la signora indisponente che a inizio corso avevo sperato di non rivedere. Non era cambiata da allora: stessa stazza e identica malagrazia.
Si tuffò dalla scaletta senza aspettare il permesso dell'istruttore.
Pensai di mettermi, nell'ordine delle consegne e delle vasche, il più lontana possibile da lei, di modo da avere prima e dopo di me tante persone quanto bastassero per non averci a che fare. Partì per prima come immaginavo; aspettai che la seguissero altri tre e poi m'infilai anch'io, seguita da altra gente. Speravo non superasse chi mi seguiva.
Le prime quattro vasche, in genere, erano le più faticose. Dovevo misurare il fiato con la resistenza dei muscoli e abituarmi quindi all'acqua.
In quella, invece, le prime quattro vasche furono le più semplici, perché alla quinta la signora mi arrivò giusto dietro.
Alla settima mi feci superare: la invitai proprio a farlo, una volta ferme entrambe a fine vasca. Mi sentii subito meglio: non dovevo più starle attenta. Aspettavo ferma che si allontanasse abbastanza, quando mi avvicinò un'altra donna. La conoscevo solo di vista, come la maggior parte delle persone con cui andavo alle lezioni. Le dissi che sarei partita subito, sempre che non volesse (sor)passarmi. Fece un gesto cortese, ma le vidi balenare negli occhi qualcosa.
Volli fidarmi del sesto senso, finsi di avere un crampo e mi feci da parte lasciandole il posto.
Me la ritrovai in spogliatoio, a fine lezione. Si avvicinò di nuovo, stavolta davanti gli armadietti. La salutai appena e mi concentrai sull'apertura del lucchetto. Lei aprì il suo con ostentata difficoltà, cercando di rendermi partecipe delle sue azioni. Ora ne ero certa: anche in acqua mi aveva raggiunto per dirmi qualcosa. Finalmente aveva la possibilità di farlo.
Con un cenno del capo indicò la signora robusta. Trovava strano che non sapessi chi fosse. Le chiesi perché avrei dovuto saperlo, ma non me ne diede il tempo, dirigendosi verso i bagni.
Forse voleva che la seguissi, ma non lo feci.
«È la madre di Jacopo» disse, appena fu indietro.