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La Linea Dell'Acqua (VI)

Scritto da Federica Melillo.

VI

Dimitri smise di nuovo di salutarmi.
Il silenzio è un'arma a doppio taglio, che potrebbe ferire anche chi la usa. Evidentemente lui non se ne curava: l'orgoglio era più forte di qualsiasi conseguenza, e d'altronde era già presente. Provai a parlargli, a tentare una spiegazione, ma lui impedì ogni approccio, ostinato. Orgoglioso e maledettamente ostinato. Non mi arresi fino a quando non divenne ridicolo insistere: in troppi mi videro chiedergli di fermarsi invano. Con il passare dei giorni mi resi conto, poi, che non avrei dovuto raccontargli proprio un bel niente, che non si trattava di qualcosa che lo riguardava.
Il suo interesse nei miei confronti era sempre stato di difficile interpretazione. Non aveva alcun diritto di tenere il muso solo perché adesso sapeva che, forse, quest'interesse non era reciproco come intuiva. E se lo intuiva, avrebbe potuto essere reciproco pur nella situazione in cui mi trovavo.
Nel frattempo, Laura si eclissò. Non so se fu un caso.
In quei giorni avrei tanto voluto chiederle cosa le fosse passato per la testa quella mattina. Non avevo il suo numero di cellulare né sapevo l'indirizzo di casa. Dovetti aspettare che tornasse, ma dopo la prima, e la seconda, e la terza lezione saltata, la sua assenza assunse la forma di un vero perché.
Non sapevo come giustificarla, quindi sperai stesse bene. Non fui certamente io la causa; non solo, perlomeno. Quando tornò disse che svolgendo certi lavori di casa si era procurata una contrattura alla schiena.
Naturalmente fui gentile, mi mostrai preoccupata, ma aveva rovinato il mio rapporto con Dimitri e non ne aveva ancora spiegato la ragione. Gliela domandai a bruciapelo, mentre continuava a raccontarmi dell’incidente domestico e delle implicazioni nella sua vita. Mi guardò come se non avesse capito a cosa mi riferissi; rispose che l'importante è stare bene.

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La sessione invernale d'esami volgeva ormai al termine.
La mia relazione con Jacopo, già indebolita di suo, si era allentata al punto da vederci quasi esclusivamente in piscina. Pensavo che avremmo rotto di lì a poco.
Nessuno dei due sembrava avere realmente voglia di continuare la storia: non ci cercavamo quasi più. Ma un giorno ci incontrammo a fine turno nell'atrio: uscivamo nel contempo dagli spogliatoi. Era una coincidenza che non c'era mai capitata, prima.
«Ma chi si rivede» provocai.
«Ciao, atleta» scherzò. «Stasera sei libera?».
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La primavera arrivò prestissimo.
Non svanirono però tutti i pensieri rivolti a Dimitri, a Jacopo, e un pochino anche a Laura. Tutti mi colpivano per le loro incongruenze, per gli atteggiamenti a prima vista incomprensibili, assunti all'improvviso, quasi ad aumentare volutamente la mia confusione.
L'unica costante era la piscina, pur nella diversità delle lezioni.
In acqua ritrovavo una mia propria dimensione, anche se si trattava di un compromesso con l'aria. Sott'acqua (anche) i pensieri s'immergevano lasciando posto al vuoto. Quando tornavo a galla, però, anche se per pochi istanti, rieccoli di nuovo.
Avevo ripreso a uscire con Jacopo con una certa regolarità, e le nostre soste in auto erano tornate a prolungarsi, dopo la lezione. Eppure i suoi atteggiamenti, in piscina, restavano schivi, come se anch'io fossi rimasta trasparente come l'acqua. Una mattina gliela schizzai dal muretto del bordo vasca mentre ci passava davanti a piedi.
«Ehi, che fai?» esclamò.
«Ti raffreddo un altro po’» risposi.
Non volle cogliere la provocazione, anzi, si irrigidì.
Si guardò attorno e proseguì verso gli accappatoi appesi al muro, vicino all'ingresso. Più tardi non mi aspettò.
Era chiaro volesse stabilire dei confini oltre i quali non dovevo andare, se tenevo a vederlo dentro lo spazio che mi concedeva. Sembrava perfino disinteressato a conoscermi fuori da quello spazio. Cominciavo a sentirmi stanca di tutto ciò. Lui non sapeva che quella mattina me ne sarei andata a prescindere.

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Aspettai con ansia un'occasione di rivalsa, me la raffigurai in diversi modi. Come immaginai, Jacopo non mi telefonò né quel giorno né i seguenti: non potevo quindi negarmi al telefono. Dovevo aspettare una situazione più propizia.
E non poteva che essere di nuovo in piscina, due lezioni dopo, giacché lui le alternava ai turni di lavoro. Lo vidi nuotare senza tregua. Non badava alla mia corsia manco per errore.
Appena la lezione terminò, mi precipitai in spogliatoio. Feci tutto il più velocemente possibile per uscire prima di lui, che di solito impiegava meno tempo per prepararsi. Quando arrivai nell'atrio per riprendere il tesserino, cercai di dare una sbirciata tra i nomi di quelli rimasti sulla mensola dove erano appoggiati uno vicino all'altro. C'era quello di Dimitri, sul lato completamente opposto al tesserino di Jacopo.
Sorrisi di quella bizzarra coincidenza tra pezzi di carta e proprietari, entrambi lontani seppure in uno stesso ambiente. Afferrai il mio tesserino, che si trovava in mezzo, e mi diressi verso la porta d'ingresso per uscire, quando dallo spogliatoio degli uomini spuntò anche Dimitri.
«Aspetta», sussurrò.
«Dici a me?»
«Devo parlarti» disse in tono più chiaro, ma comunque basso.
Rimasi sbalordita ma pensai anche che presto sarebbe uscito Jacopo, e non volevo farmi trovare ancora lì.
«Possiamo uscire?» gli chiesi. «Meglio parlare fuori»
«Certo».
Appena finì di rispondere, dallo spogliatoio uscì Jacopo. Ci guardò con l’aria spietata di chi decide la propria sorte e quella degli altri. Io però non volevo adeguarmi ancora una volta a lui.
Mentre ancora afferrava il suo tesserino, varcai la porta senza curarmi che Dimitri fosse dietro o meno. Lui mi seguì, e sembrò non curarsi della presenza di Jacopo.
Ci fermammo su una panchina nel cortile, sapendo che di lì a un secondo sarebbe passato Jacopo.
Io mi sedetti, lui si limitò a poggiare il suo borsone. A distanza.
Rannicchiai le gambe, mi sentivo molto a disagio.
Dimitri aspettò a dirmi qualcosa perché evidentemente si era reso conto che quello non era esattamente un buon momento per parlare.
Quindi Jacopo uscì dalla porta e si avvicinò.
«Potresti anche salutare», disse arrabbiato.
Non credevo alle mie orecchie. Rimasi in silenzio, guardandolo con aria interrogativa.
«Hai forse perso la lingua?»
Provai uno strano piacere nel vederlo così turbato.
Mi alzai, e senza dargli attenzione mi rivolsi a Dimitri: «Non dovevamo parlare?» gli dissi con tono asciutto. «Non ho molto tempo».
Lui non seppe come replicare, si era ritrovato senza volerlo in una brutta situazione.
Guardò Jacopo come a prevenire qualsiasi attacco. Dal canto suo, Jacopo cominciò ad avanzare verso di lui. Gli afferrò un braccio e cominciò a stringerglielo.
Dimitri si difese, ma a quel punto intervenni anch'io.
«Ma che diavolo fai?» urlai. Temevo scoppiasse una rissa. La rabbia può giocare brutti scherzi, soprattutto se guidata dall’impulso. Era scontato che ce l'avesse anche con Dimitri, per qualche motivo più profondo di quell’essere testimone di un conflitto tra noi. Gli presi la mano e la tenni stretta.
«Lascialo stare, lui non c'entra niente» gli dissi.
Lui, palesemente allibito, stava per andarsene; avrebbe potuto reagire in un altro modo, ma quale altra sarebbe stata la soluzione migliore? Strinsi la mano a Jacopo finché Dimitri non sparì in silenzio dietro la siepe sulla rete del cortile.
Immaginai la sua figura allontanarsi anche oltre, allentando un poco la presa della mano, mentre anche Jacopo si calmava del tutto. Di nuovo, sembrò essere l'unico dei tre ad essere pago di una certa situazione.
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Avevo desiderato stare con Jacopo.
Non vedevo l'ora che mi dimostrasse un po' più di interesse nei miei confronti, ma non fui felice affatto di vedere andare via Dimitri per colpa sua.
«Ti chiedo scusa», disse accorato. «Ho perso la testa a vederti in quel modo».
Ma io continuavo a guardare la siepe. Era come se le sue parole non mi interessassero più, e addirittura non le sentissi. Mi ero abituata alla sua assenza al punto da non credere più a una sua reale presenza. Adesso qualcosa si era davvero rotto. Non mi importava più se d'ora in avanti, in piscina, mi avrebbe ignorata ancora. Speravo soltanto che a ignorarmi non fosse Dimitri.