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La Linea Dell'Acqua (IV)

Scritto da Federica Melillo.

Capitolo IV


In acqua, tutto cambiò rapidamente.
Non ero mai stanca quando dovevo svegliarmi presto, e la sera precedente il sonno arrivava tardi.
Era Jacopo, o il nuoto stesso, o l’adrenalina, non lo sapevo con certezza. Intuivo soltanto che quella poteva essere una splendida combinazione per non dormire abbastanza senza soffrirne. In piscina nuotavamo e basta, quasi non ci parlavamo. La tensione che ci univa veniva scaricata all'uscita, nell’intimità dell'abitacolo di una delle nostre auto.
Qualche volta mi domandavo se Dimitri non avesse notato nulla, ora che Jacopo era stato spostato nella sua corsia e che, qualche volta, io e lui ci sfidavamo a minuscole gare implicite nei nostri esercizi distinti. Ogni tanto li vedevo scambiarsi brevi battute, ma non osavo chiederne conferma a Jacopo. Ormai mi ero data alla fuga, e di incontrare Dimitri in parcheggio da sola non c'erano più state occasioni.
Sì, doveva averci visti assieme; io e Jacopo parcheggiavamo nei punti più nascosti apposta per non essere oggetto di chiacchiere da corridoio, ma questo non escludeva che qualcuno ci potesse vedere camminare verso le auto. Arrivavamo in tempi diversi: spesso io ero più lenta nel prepararmi a uscire dalla piscina, e ognuno dei due raggiungeva l'altro direttamente in parcheggio. Non volevamo far sapere di noi in quell'ambiente. Era una forma di tutela verso il nostro stesso rapporto, ma anche nei confronti del rapporto con l'ambiente stesso.
Volevamo preservare la natura dell’attività sportiva in comune, perché non venisse condizionata dalla nostra storia agli inizi.
Ci sarebbe piaciuto palesarci, ma fu bello anche così.
Una sera capitò che qualcuno ci riconobbe a spasso per il centro città. Non seppi mai chi. Sicuramente, però, accadde.
.
Il giorno dopo vidi un insolito roccolo intento a chiacchierare, e tutti sembravano fissarmi. Solitamente, se entravo puntuale scambiavo qualche parola con Laura, ma quel giorno era in ritardo. Fortunatamente mancava anche Dimitri. Si trattò di pochissimi minuti, dopo i quali l'ingresso agli spogliatoi venne consentito. Una volta dentro, i cicalecci si trasformarono perlopiù in dialoghi, se non addirittura in monologhi; c'era chi borbottava tra sé e sé qualcosa di ridondante.
Ero stranita: Jacopo quel giorno era al lavoro, non avrei potuto confrontarmi con lui. Se era vero che l’oggetto delle chiacchiere ero io, dovevo scoprire da sola cosa confabulavano. Mi avvicinai a due donne davanti ai lavabi del bagno, ma quelle subito smisero di parlare. Poteva essere un discorso tutto loro, privato, ma la scena si ripeté di nuovo con altre tre davanti agli armadietti. Feci tutto di fretta pur di uscire il prima possibile dallo spogliatoio ed entrare in acqua.
Una volta dentro nuotai all'impazzata finché l'istruttore non disse di fermarci. Quindi, notai Dimitri nella sua corsia.
Era fermo anche lui.
Gli era giunta qualche voce? E m'ignorava al suo solito, o proprio per questo implicito motivo?
Ero talmente curiosa della risposta che non m'accorsi che tutti gli altri erano già partiti per il nuovo esercizio. Dovevo aspettare la fine della lezione per stabilire un contatto con lui.
Quando finalmente la lezione finì, lo bloccai prima che entrasse nello spogliatoio degli uomini.
«Ciao».
«Cosa vuoi?» rispose lui.
«Cosa dovrei volere?» gli domandai io. «Non si può più salutare?»
Dimitri mi rispose con uno sguardo freddo, distante. No, non si poteva più salutare. Non dopo quella fuga in parcheggio, né dopo chiacchiere che potevano non essere solo tali.
«Ho capito» continuai io. «Scusa il disturbo».
Entrai nello spogliatoio e per alcuni istanti mi sentii persa, almeno fino a quando Laura non mi confermò ciò che stavo pensando dal momento in cui avevo messo piede in piscina: «È Jacopo il ragazzo con cui ti vedi, e a quanto pare lo sanno tutti».
Quella sera uscii con lui.
Ero arrivata in anticipo, e rimasi seduta in macchina fino al suo arrivo. Non era mia abitudine arrivare prima del dovuto; quando mi sentivo particolarmente emozionata o nervosa, però, preferivo prepararmi in tempo. Tempo che mi serviva a metabolizzare.
Jacopo arrivò in orario, come al solito. Bussò sul finestrino della portiera, perché io non scesi subito dall'auto. Feci finta di essere distratta dal cellulare, di scrivere un messaggio a qualcuno.
«A chi scrivi?» domandò. «Devo essere geloso?».
La domanda era chiaramente ironica ma allo stesso tempo mossa da una reale curiosità. Risposi al suo sorriso ridendo anch'io, quindi scesi dalla macchina.
«A te. Stavo scrivendo proprio a te» lo rassicurai.
«A me? Non è arrivato nulla»
«Perché non ho spedito nulla; ormai non ha più importanza»
«E come mai?»
«Perché sei già qui».
«Ah, mi sono fatto aspettare».
Sorrise, quasi a prolungare quel tono ironico che aveva assunto sin da subito. Mi mise le mani attorno ai fianchi, riprendendo l'intimità fino allora soffocata. Il legame sembrava diventare sempre più fisico, e più dipendente da un contatto che non fosse solo verbale. Anch'io desideravo quel contatto, quasi non potessi più farne a meno.
«Ti sono mancato oggi?» mi chiese. «O hai trovato un sostituto?»
Sorridevo, ma non riuscivo a non pensare a quella mattina senza una scarica d’ansia.
Non gli avevo accennato nulla per telefono, perché quelle domande, seppur retoriche, me le stava ponendo soltanto adesso.
Lo abbracciai forte e gli risposi: «Mi sei mancato, anche perché ho preso quella parte di attenzioni che sarebbe stata riservata a te, se fossi venuto».
Ero stata troppo ermetica, quindi come a volermi spiegare meglio mi sciolsi dall'abbraccio che io stessa avevo dato, e ripresi:
«A quanto pare tutti sanno di noi».
Sembrò preoccupato; a differenza di quanto mi aspettassi da lui, sempre così limpido e leggero. Non lo pensavo in grado di reagire male.
«Tutti chi?» domandò, come se avesse davvero importanza.
«Non lo so, non so nemmeno chi possa essere stato a riferirlo agli altri», mi difesi.
Gli raccontai quindi le mie sensazioni nell'atrio della piscina, degli sguardi; tacqui solo l’affermazione di Laura, quasi a proteggerla. Non fu affatto piacevole vedere davanti a me uno Jacopo diverso dal solito. Sembrò quasi di dover invertire i ruoli.
«Non pensavo di darti una notizia così brutta», gli dissi perplessa. «In fondo, quella del silenzio è una libera scelta, no?».
Jacopo mi guardò annuendo: si era convinto delle mie parole, quasi come se fossero state necessarie. Quindi si risvegliò da chissà quali pensieri, e provò un sorriso cambiando discorso.
.
Due mattine dopo, a fine lezione, incrociai Dimitri. Stavolta fu lui a fermare me.
«Mi dispiace per l'altra volta».
«Immagino».
«Ero arrabbiato».
«Per via di quella scenetta nel parcheggio? Beh, anch'io devo scusarmi; mi dispiace» gli dissi con una smorfia indecisa.
«Non importa».
Sembrò davvero essere passato oltre quell'episodio. Mi chiesi se non stesse pensando ad altro.
Adesso le chiacchiere su di me e Jacopo potevano anche essergli arrivate.
«Pace fatta, allora?» azzardai.
Glielo dissi apposta per vedere le sue reazioni, e capire se davvero fosse tranquillo nei miei riguardi oppure no. Mantenne la stessa espressione.
«Sì, ovvio» rispose. «Non avrai mica pensato ci saremmo ignorati a vita?»
Riuscire a scherzare con lui non era mai successo, almeno fino a quel giorno: mi stupì cominciare a farlo proprio ora che stavo iniziando una storia con uno per cui l'ironia era il collante. Ma stetti al gioco.
«In effetti sì, pensavo che avremmo giocato ai bambini offesi».
«E come esattamente?» chiese.
«Il primo che salutava l'altro avrebbe perso, ovvio» m'inventai all'improvviso. «L'altra volta io avrei perso».
«E io cosa avrei vinto? C’è un premio?»
«A questo non c'avevo ancora pensato».
Sorridevamo entrambi, come fossimo in buona confidenza. Non potevo credere che solo pochi giorni prima faticavamo pure a salutarci. E se avesse saputo delle chiacchiere, significava forse che non gliene importava niente.
«Per questo mi sono arrabbiato!» scherzò.
«Perché non c'era ancora un premio?»
«Chiaro».
Aspettai un attimo prima di rispondere.
«Allora dovremo cambiare gioco».
Sorrise ancora. Mi accorsi, sentendo un campanile in lontananza, che Jacopo stava aspettando in auto. Salutai Dimitri affrettata: per una volta gli sfuggivo nonostante fossi a mio agio.
Camminavo lesta, quando squillò il cellulare. Era Jacopo.
«Ehi, che fine hai fatto?» domandò.
Era strano che, anche adesso, non mi aspettasse direttamente nell’atrio.
«Laura non mi lasciava più,» mentii. «Sto arrivando».
«Bene» disse serio.
Rallentai il passo. Mica facile provare la stessa sintonia per due persone diverse.