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La Linea Dell'Acqua (III)

Scritto da Federica Melillo.

Capitolo III


Mi accorsi di Jacopo qualche tempo dopo. Nuotava nella corsia a fianco alla mia, a lezioni alterne: a causa del suo lavoro poteva recuperare l'altra metà alla sera.
Le sue attenzioni nei miei confronti erano evidenti, ne rimasi affascinata sin da subito: non ebbi esitazioni di sorta quando mi chiese di uscire per la prima volta. Mi piaceva, e soprattutto mi prendeva quel suo modo di fare così diretto, senza bisogno di interpretazioni.
Una mattina Dimitri mi fermò nel parcheggio alla fine del turno. Jacopo non c'era.
Ebbi la sensazione che la coincidenza fosse in realtà voluta, quasi avesse importanza ai fini di ciò che stava per dire.
Invece non disse nulla. Mi fissò come il primo giorno, quasi non volesse aggiungere altro.
Quell'atteggiamento mi infastidiva, proprio non lo capivo: erano trascorsi alcuni mesi dal nostro primo incontro, ed erano cambiate diverse cose. Il suo silenzio non m'intrigava più da un pezzo.
Gli sguardi, i sorrisi, le parole non dette, e il timore di passi falsi, l'attrazione sottile. No, non c'era più posto per quell’attrazione, ormai, non poteva più fermarmi nel mezzo di un parcheggio che era stato piuttosto mio e di Jacopo.
Lo guardavo come fa il gatto con un cane spuntato all'improvviso per strada.
Biascicai un «è tardi», senza rendermi conto della sua ambiguità.
«Di cosa parli?» chiese lui, che invece se n'era accorto.
Non seppi rispondere, mi sentivo colta in flagrante.
Fu come ignorarlo e istigarlo assieme, benché le mie intenzioni fossero distanti da tutto ciò che – peraltro – mi aveva insegnato lui stesso.
«Sei arrabbiata con me?» disse, dopo che gli ebbi voltato le spalle.
«No», gli risposi girandomi appena. «Forse sei tu quello arrabbiato con me».
Camminavo lentamente, una lentezza forzata, tale da permettergli di riflettere su quelle parole, prima di sparire dentro l’abitacolo dell’auto. Dimitri sembrò volermi trattenere ancora, quasi avesse capito che attendevo una sua reazione.
«Perché dovrei essere arrabbiato con te?», disse avvicinandosi.
«Non lo so il perché, ma non mi hai più parlato».
Ci fissammo per un istante.
«Ti sto parlando, adesso».
«Ti sto ascoltando».
Avevamo il desiderio scritto sulla faccia, ma non c’era più spazio per lui, io adesso uscivo con Jacopo.
Forse avrei dovuto dirglielo, dato che finora sembrava averlo solo intuito. Mi allontanai di scatto, illudendomi di cancellare pensieri scomodi. Jacopo non si meritava quella situazione, così come io non la volevo. Aprii lo sportello con uno scatto, creando un imbarazzo per evitarne un altro maggiore. Non vidi il suo volto; mi voltai solamente per non far danni nella retromarcia e così intravidi la sua sagoma immobile. Stava di certo fremendo dalla voglia di insultarmi, e mi chiedevo perché non lo facesse: sarebbe stato persino meglio.
Quel suo sguardo di prima mi pesava, non riuscivo a toglierlo dalla mente. Più che una partenza, la mia era stata una fuga.
Alzai il volume dell'autoradio, perché i Foo Fighters fossero l’unico rumore a rimbombarmi in testa.
Quando rallentai, cominciai ad abbassarla, come a convincermi di una calma che avrebbe dovuto accompagnare la guida. I semafori verso casa erano tutti rossi, avevo il sentore di aver preso la strada sbagliata.
.
Nonostante tutto andai alla lezione successiva. Saltarla avrebbe significato soltanto rimandare. Ci arrivai in ritardo, però, giusto per entrare in acqua indisturbata. Anche quello era un rimandare, ma si sarebbe trattato solo del tempo della lezione e della doccia a seguire.
Rimandai volentieri: non sapevo proprio come comportarmi con Dimitri.
In acqua, invece, dovevo solo eseguire le consegne dell'istruttore. Due vasche a stile libero e una a dorso, da ripetere i primi dieci minuti. Soffiare l'aria e riprendersela ogni cinque bracciate, come un mantra da trasformare in movimento. Una sorta di meditazione: svuotare la mente e riempire i polmoni di quella quantità d'aria sufficiente a sopravvivere a testa in giù, nell'acqua, cambiare stato di materia e farla propria anche se non lo è.
Inutile: non si può fare a meno di respirare. Al limite si può solo rimandare.
.
Terminata la lezione, fui veloce a dirigermi nello spogliatoio.
Jacopo quel giorno non venne, e non mi aveva avvertita. Pensai che probabilmente non mi era arrivato il suo messaggio, e corsi ad aprire l'armadietto per verificare che sul cellulare non ci fosse niente.
Era impossibile che avesse preso anche lui a ignorarmi tutto a un tratto, proprio quando l'altro sembrava ridare cenni di attenzione.
«Sei di fretta?» mi chiese Laura, appena entrata in spogliatoio.
«No,» risposi, «sono solo stanca».
Mi sedetti sulla panca giusto a confermare con il corpo le parole che avevo appena detto. Non ero stanca, ero triste. Laura lo intuì, perché invece di insistere al suo solito, mi lasciò stare. Io però non volevo essere lasciata stare, nemmeno da lei.
«Ma tu come stai?».
«Bene», s'illuminò.
Sembrò apprezzare il mio interessamento.
«Mi piace frequentare questa piscina».
«Già» dissi io. «La piscina è sempre uguale, non può deludere».
Ovviamente lei non capì il senso delle mie parole, né tantomeno la loro logica. In effetti non erano richieste, né opportune.
Le sorrisi per comunicarle il mio imbarazzo e le indicai il cellulare, come a dire che avevo un pensiero che mi turbava. Mi sorrise a sua volta.
Forse ero riuscita a ristabilire un canale di comunicazione, seppur non verbale, o tale proprio perché non lo era. Aveva capito che pensavo a qualcuno.
Infilai il cellulare silenzioso nella tasca dell'accappatoio.
Sotto la doccia l'acqua si stava improvvisamente raffreddando.
Alcune donne erano ancora in attesa, mentre io aspettavo una telefonata che mi scaldasse di nuovo.
Lasciai il mio posto al primo squillo.
«Pronto?» m'illuminai.
«Sei ancora dentro la piscina?». Era lui.
«Sì. Tu invece dove sei?».
«Non sono potuto venire, ho avuto un imprevisto al lavoro».
«Ah» dissi, rassicurata. «Temevo che volessi lasciarmi per sempre ad allenamenti solitari!».
«No di certo. Potresti diventare più brava di me».
No, non potevo, né avrei voluto. Con Jacopo le lezioni erano una fatica coronata da mille sorrisi, mi divertiva e mi spronava a dare il meglio. Ero contenta di sentirlo preoccupato d’avvisarmi, come se fossi importante. Non potevo fare a meno di sorridere. Quando la chiamata terminò, incontrai lo sguardo di Laura.
«Come puoi notare non è la persona che pensi tu», le dissi con un sorriso.
No, non lo era. Lui stava dall'altra parte del muro.
«E chi è?» chiese lei.
«Indovina».
«Ti tengo d'occhio».
Andai sotto il phon a parete con lo stesso largo sorriso stampato sul volto. Schiacciai il bottone, aspettai che l'aria calda uscisse abbondante. Non avevo più freddo, ma mi piacque ugualmente.
«Non devi curare me,» dissi, «ma chi mi sta vicino».
.
Vidi Jacopo quella sera stessa. Eravamo entrambi impazienti.
Non era trascorso troppo tempo dal primo appuntamento; ero emozionata. Da anni non frequentavo qualcuno, non ricordavo nemmeno più le emozioni che provavo nei confronti dell’ultimo qualcuno con cui ero uscita. Arrivai in anticipo smodato, tanto ero emozionata.
Ero agitata, arruffata; nel prepararmi di fretta temevo di non aver sistemato bene il trucco. Di solito non badavo alle apparenze, e non era mai stato quello il motivo per cui qualcuno si dimostrava attratto. Forse per questo che i ragazzi che più si interessavano li conoscevo in contesti in cui trucchi e alterazioni diventavano per forza di cose impossibili o, al contrario, necessari a tal punto da essere fuorvianti.
L'ultima mia fiamma l'avevo conosciuta a una festa in maschera. Ed era sempre in ritardo.
Jacopo invece fu puntuale.
Mentre parcheggiava la sua auto vicino alla mia ammiravo il suo modo di fare così tranquillo e allo stesso tempo attento, di quella attenzione che si traduce in accortezza.
«Aspettavi da tanto?» domandò quando fummo entrambi lungo la strada.
«Sì, ma l’ho fatto volentieri» risposi. «D'altronde, tu sei stato più che puntuale».
Il suo sorriso, da appena accennato qual era, divenne aperto. Mi appoggiò delicatamente una mano dietro la schiena, e mi invitò a camminare nella direzione opposta a quella che credevo volesse intraprendere.
«Mi sei mancata, oggi» mi disse.
«Anche tu». Lo dissi seriamente.
Il sorriso era già sparito. Sapevo benissimo che in quel momento sarebbe potuto succedere di tutto oppure niente, lasciando a quel tutto la possibilità di accadere in un altro momento, o addirittura mai più. Ma tra me e Jacopo almeno qualcosa doveva accadere.
«Sei bella» mi disse.
Pensai a mille frasi che avrebbe potuto dire in quel momento, e le trovai tutte inadeguate. Quella, così facile e un po’ infantile, bastò. Risposi guardandolo intensamente. Si avvicinò piano cingendomi la schiena con l'altra mano, e durante l’abbraccio mi baciò appena sfiorandomi le labbra, con tenerezza.
Eppure sentivo tutto il suo trasporto.
Rimanemmo così per molti minuti. Trascorremmo la serata intera in quel punto, godendoci gli istanti fino allora sostituiti da troppe parole.
.
La mattina seguente mi svegliai molto tardi, per poter sognare più a lungo.
Mi capitava spesso, allora: quando il sonno si faceva così leggero da poter esser cosciente del sogno e della realtà al tempo stesso, mi riaddormentavo per riappropriarmi del sogno e continuarlo il più possibile prima di tornare alla realtà.