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La Linea Dell'Acqua (II)

Scritto da Federica Melillo.

Capitolo II

Una lezione di tre quarti d'ora può sembrare corta a chi è abituato ad altri ritmi. Eppure si eseguono ugualmente più e più esercizi, e di volta in volta si migliorano tonicità e movimento.
Nel nostro caso, i primi dieci minuti fungevano da riscaldamento, e poteva capitare che qualcuno lo saltasse anche tutto, tuttavia non era un problema; peraltro nemmeno gli istruttori sembravano contrari a momenti di goliardia, fosse anche solo di chiacchiere. Si lavorava bene ugualmente.
Nella piscina più piccola era installato un impianto di idromassaggio: chi lo gradiva, gli ultimi minuti poteva trascorrerli lì dentro. Spesso arrivata quasi al termine della lezione m'imponevo di ignorare il getto alto degli erogatori esterni per non farmi tentare anch'io. Era piuttosto semplice cedere, e farlo tutte le volte avrebbe minato un allenamento che si presentava parecchio severo per chi non si abituava al ritmo.
L'arrivo agli spogliatoi sembrava quasi una gara di corsa, nessuno aveva il posto assicurato tra le panche e gli appendiabiti. In certi casi ci si doveva fare spazio persino nei bagni.
Per gli effetti personali c'erano degli armadietti storti da chiudere con lucchetti portati da casa, ma ogni tanto qualcuno perdeva la chiave, la sicurezza dei propri oggetti, e si poteva fare ricorso a un tronchese.
Questo non significa che andare in piscina non fosse rilassante. Alcune mattine dalla radio si diffondeva la musica fin dentro agli spogliatoi, assieme alle chiacchiere. Se proprio volevo un po' di silenzio dovevo arrivare cinque minuti più tardi, quando le ciance più accese sarebbero state spente dall'acqua delle docce.
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Quell'occasione era stata l'unica in cui io e Dimitri ci eravamo visti nell'atrio prima della lezione, poi non era più capitato.
Mi dispiaceva, ma soltanto fin quando all'uscita non capitava che lo ritrovassi, terminato il nostro turno. Prima della lezione vedevo perlopiù le donne nello spogliatoio.
L'unica che cercavo di evitare in ogni modo era Laura, una spiccia sessantenne sempre in crisi col prossimo. Quando non ci riuscivo mi si attaccava come la colla, per poi sciogliersi appena in acqua. Mi raccontava del nipote, dei problemi con la nuora, dei fattacci suoi, quasi potessi darle le soluzioni che forse neppure chiedeva. «Sono stata giovane anch'io», disse un giorno. «Ah, sapessi! Erano gli anni della rivoluzione sessuale».
«E dunque?».
Non avevo via d'uscita, dovevo ascoltarla fino alla fine.
«Allora ero fidanzata con Siro» continuò. «Non aveva nemmeno l'automobile».
Cercai un pretesto per stoppare a una filippica difficile da reggere. Non avrei pensato che una persona del genere potesse scegliermi per i suoi sfoghi. Col tempo cominciai a tollerare il suo ostinato esibizionismo.
Arrivò persino a raccontarmi nei dettagli le sue avventure con un tizio conosciuto in un viaggio per l'Europa, molti anni prima.
«Mai pensato di rivederlo?» le chiesi senza badare dell'invadenza.
«Oh, beh» farfugliò, «sono una donna sposata. E tu, invece, cosa mi racconti?»
«Io? Non ho mai avuto avventure» confessai. «Sono troppo timida».
«Stessa cosa che pensavo di me» ironizzò. «Te l'ho detto che sono stata giovane anch'io».
Sembrava volesse a tutti i costi convincermi a sfruttare la mia giovinezza. Se non ti facevi qualcuno non avresti mai potuto dire che te l'eri davvero goduta. Non importava chi potesse essere, sarebbe bastato il suo ruolo di maschio.
«Non sarai mica fatta di gomma?» chiese schernendomi.
Era come se venisse in piscina apposta per provocarmi, e non avesse altri obiettivi da perseguire, e il nuoto fosse solo una scusa per affondare il prossimo come se stessa. Ma non potei fare a meno di biasimarla quando, quasi urlando, mi domandò: «Non hai adocchiato nessuno, qui?»
«No», risposi seccamente.
«Eppure mi sembra strano» insistette lei, quasi avesse ricevuto il permesso per continuare.
«Ho notato un certo scambio di sguardi tra te e Dimitri», affermò.
Spalancai gli occhi.
«Ma potrei anch’essermi sbagliata» rispose al mio posto, convinta del contrario.
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Una mattina ritrovai Dimitri nell'atrio. L'invadenza di Laura mi aveva suscitato parecchio imbarazzo nei suoi riguardi. Lui sorrise per la prima volta, senza aggiungere una parola a uno sguardo già eloquente.
Io, sebbene avessi ricambiato, lo salutai: «ciao, Dimitri»
Si fece serio. Sembrava consapevole di quella tensione.
«Come stai?» mi chiese.
Non lo sapevo, come stessi.
Gli propinai la solita risposta di circostanza, mentre con gli occhi andavo dicendo tutt'altro: lui ricambiava senza mutare atteggiamento, sembrava rispondere anche lui alla stessa domanda e ingannare con le parole gli stessi impacci. Bisognava entrare negli spogliatoi, la lezione stava per cominciare, ma nessuno dei due sembrava avere fretta: rimanemmo in piedi davanti alla portineria più del dovuto. Non avevamo granché da dirci, volevamo solo guardarci e darcene in silenzio il permesso.
Non eravamo più in acqua, non ci stavamo più osservando di nascosto ma apertamente, senza limiti che non fossero esterni a noi due.
Entrò un signore e salutò, interrompendo quel dialogo di sguardi, e lui lo seguì nello spogliatoio. Io rimasi nell'atrio ancora qualche secondo prima di decidermi a fare lo stesso.
Avrei dato qualsiasi cosa per conoscere i pensieri di Dimitri. Non mi bastava credere che potessi piacergli, avevo bisogno di saperlo con certezza.
Non mi domandai se lui avesse lo stesso bisogno, ma soprattutto non mi chiesi se io ce lo avessi sul serio, e perché.
Pochi minuti dopo, in acqua, lo sbirciai dalla mia corsia. Nuotava senza sosta né fatica, sembrava non si dovesse più fermare. Dovevo riprendere tutto il fiato che avevo perso nell'atrio per poterlo fare in maniera perlomeno accettabile.
Ora, tutte le consegne dell’istruttore mi sembravano pesanti; più volte annaspai aggrappandomi al bordo vasca. La sua nuotata, invece, era sempre impeccabile. Presi più fiato possibile e andai giù, sul fondo, per scomparire.
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Nuotare a stile libero richiede un tipo di concentrazione molto particolare. Si trattiene il fiato i primi secondi dopo la partenza a missile, con le braccia allungate sopra la testa; quando si comincia a muoverle, si inizia anche a soffiare l'aria fuori dal naso, per rifiutare l'ingresso dell'acqua dentro le narici. Ogni numero dispari di bracciate si ruota la testa sopra la superficie, si raccoglie aria con la bocca e si ricominciano a produrre bolle dal naso, guardando il fondo della vasca.
Ebbene, mentre osservavo le piastrelle lì in basso a volte sentivo una grande pace. Tuttavia si dovevano fare i conti col numero di persone in acqua. I nuotatori più inesperti talvolta sbagliavano senso di marcia, procurando scontri che non rendevano tranquillo il percorso, essendo un tragitto alla cieca rispetto a ciò che precede.
Un giorno arrivò nella mia corsia una donna molto robusta. Volle partire per prima, sembrava iperattiva. Si tuffò dalla scaletta con la grazia di un termosifone, e proseguì imperterrita senza badare a niente e a nessuno.
Sperai che gli istruttori la fermassero, che le proibissero almeno di andare a caso. Si fermò invece da sé quando mi vide a bordo vasca:
«Non stai bene?» domandò quasi preoccupata.
«No, sto bene, grazie».
«Non sembra mica, sai?» insistette lei. «Hai una faccia...».
La guardai imbarazzata, eppure accennai un sorriso. Non sapevo se fosse una provocazione o la curiosità di una persona stanca di guardare al proprio obiettivo con il paraocchi, in ogni caso non avevo alcun motivo per rispondere stizzita a quelle parole: la sua poteva essere anche una gentilezza, una cortesia che si scontrava con lo stile egocentrico della sua nuotata.
«Sto bene, davvero» ribadii io.
Lei però non sorrise affatto: «Allora, parti?»
«Voglio aspettare che quel signore sia più distante», risposi seria.
Si spazientì, ma attese il suo turno: sembrò capire che non avevo alcuna intenzione di farmi prevaricare.
L‘attesa però si faceva sempre più snervante. Aveva cominciato a tamburellare con la mano sulla cordicella che separava la nostra corsia da quella a fianco, mentre con l'altra era intenta a sistemare gli occhialini. L’uomo davanti si allontanava lentissimo. Decisi di lasciarle il mio posto purché se ne andasse.
«Vuole partire prima di me?»
Speravo capisse che lo avrei persino preferito, che avrei aspettato ferma molto più volentieri, da sola.
«Non hai detto che serve una certa distanza?»
Lì per lì, non seppi cosa rispondere. Pensavo sarebbe stata lieta di non dover attendere, non immaginavo di istigare una polemica.
«Va bene» dissi. «Adesso parto, spero di essere più veloce».
Aspirai più aria possibile quasi la sentissi già mancare, e misi la testa in acqua spingendo i piedi contro il muro per darmi la spinta necessaria ad andare avanti pur restando immobile.
Mi sentivo frustrata tra la necessità di andare piano per non finire addosso all'uomo davanti, e il desiderio di andare forte per non essere raggiunta dalla donna che mi aspettava. Inoltre, Dimitri non era venuto, quel giorno. Senza di lui la lezione era priva di senso.
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Ogni tanto scordavo di contare le bracciate e ruotavo la testa a caso, senza nemmeno respirare. Qualche volta inalavo acqua dal naso perché dimenticavo di soffiare. Nuotare a stile libero richiede un tipo di concentrazione molto particolare.
Alla fine superai l'uomo che si era fermato a metà vasca, avevo intravisto le sue gambe ferme sott'acqua ed ero riuscita a non finirgli addosso. Di solito accadeva il contrario, essendoci spesso qualcuno che arrivava dal senso opposto occupando l'altra metà della corsia. Mi domandai quante altre volte sarei riuscita a evitare uno scontro senza dovermi fermare.
La lezione sarebbe finita presto, ma ero impaziente. M'infastidiva l'idea di dover perdere tempo anche dopo, nello spogliatoio.
Quando rividi la donna mi tolsi gli occhialini.
Pure lei si fermò, e ci trovammo di nuovo assieme dall'altra parte della corsia.
La provocai: «Eccoci di nuovo in fila».
Nel frattempo anche l'uomo ci aveva raggiunto, uomo che vedevo come un alleato. Le avrei ceduto il posto, ma stavolta avrebbe dovuto chiedermelo.
«Non parti?» domandò lei.
«Vorrei chiedere al signore se vuole riavere il suo turno».
Sapevo di essere impertinente ma non m'importava, avevo già terminato la mia quotidiana dose di tolleranza. La donna guardò l'uomo che non aveva sentito le mie parole. Si era stancata anche lei, e sembrava determinata a superarmi.
«Parto io» dichiarò.
Mi guardò in attesa di una risposta; non ricevendola, si lanciò in acqua con la pesantezza di prima.
Non la rividi in piscina per molto tempo.
Persone strane, o sgradevoli, e per le quali magari risultavo altrettanto ne capitavano, di tanto in tanto, ma solo lei seppe indispormi a quel
modo. Persino Laura sembrava un angelo, in confronto. Le chiesi se per caso l'avesse mai più vista.
«No, perché me lo domandi?»
Già, non avevo una ragione plausibile per interessarmene, tuttavia avevo come il timore di potermela ritrovare all'improvviso tra i piedi, e volevo in qualche modo essere preparata all'eventualità.
«Mi sembra strano che qualcuno venga in piscina una volta sola» risposi.
«Sicuramente non è conveniente, visto che si paga la mensilità».
«Forse ha recuperato una lezione di un altro turno».
«Non credo proprio si possa fare».
«Allora proprio non me lo spiego».
«Ma che ti importa?».
«Non lo so».
«Mi pare che tu abbia qualcuno più interessante a cui pensare!»
«Ancora con questa storia?» risposi.
Lei sorrise, maliziosa.
«Vuoi ancora negare che tra voi due c'è qualcosa?».
Cosa potevo risponderle? Io per prima ignoravo la risposta.
Dimitri non si era più avvicinato, anzi, mi ignorava. Sembrava proprio che quel giorno, nell'atrio, le cose fossero precipitate senza alcuna possibilità di recupero. Avevo smesso di cercare il suo sguardo, e la sua silhouette in acqua.
«Non so davvero cosa potrebbe esserci» risposi quasi afflitta.
Essere vicini e sentirlo così lontano mi sfiniva. Non capivo come avessi potuto travisare un interesse che tutto ad un tratto non dava più segni di vita. Non c'era più, o forse non c'era mai stato. Forse avevo ingrandito i pensieri con la fantasia e me ne accorgevo solo ora. Forse nuotare non mi bastava affatto e ancora non lo sapevo.