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La Linea Dell'Acqua (I)

Scritto da Federica Melillo.

Si avvertono i lettori che ogni personaggio è frutto di pura fantasia.


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(...) Tu mi stai sempre davanti
come una grande tazza
di buon vino azzurro.
In te il poeta è soltanto un sussurro.
Alda Merini – Ballate Non Pagate
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Capitolo I
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Era l’ora incolore in cui sulla faccia della gente c’è ancora la piega degli sbadigli, il rossore dell’acqua troppo fredda con cui si lavano le guance. Dimitri le aveva quasi bordeaux.
Camminava lungo l'atrio prendendo a pedate il proprio borsone. Dietro di lui, in portineria, una donna iscriveva la figlia al turno successivo. Mi guardò dubbioso mentre io sorridevo alla piccola.
All'epoca studiavo all'ultimo anno di università, senza il minimo entusiasmo. Nel contempo mi ero iscritta in piscina con la stessa veemenza, pressoché inesistente, ma incuriosita da uno sport che prima di allora non avevo mai imparato: avrei frequentato una vera scuola di nuoto tre mattine su sette.
Il mio obiettivo consisteva semplicemente nel fare miei i quattro stili principali.
Dimitri indossava una tuta e un cappello che non dicevano nulla su cosa facesse al di fuori della piscina – sebbene il risvolto mi interessasse fino a un certo punto. Dopo aver superato madre e figlia e la portineria davanti alla quale si trovavano, si avvicinò.
Si fermò a una distanza oltre la quale sarebbe stato costretto a parlare, e mi fissò muto in attesa di un mio cenno. Io però non avevo nessuna voglia di accontentarlo.
Ero stanca di andare incontro alle persone, fosse anche solo per un saluto. Forse però lui era anche più stanco di me. All'assenza di una risposta distolse lo sguardo, interrompendo un gioco che ancora adesso faccio fatica a ricominciare.
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Non andavo in una piscina dai tempi della scuola. Davanti alla portineria c’era una piccola mensola, con sopra una scatola aperta dove si lasciavano i tesserini d'iscrizione. Estrassi il mio dalla borsa quando mi domandò: «È la prima volta?»
«È la prima volta che inizio un corso», dissi io.
«Ti piacerà».
A quel punto arrossii visibilmente.
L'ambiente era molto riscaldato, e la presenza di tutta quella gente in fila dinanzi gli spogliatoi contribuiva a innalzare la temperatura, come se il mio disagio non fosse già sufficiente. Cercai di distogliere l'attenzione guardando l'orologio sul polso. In fondo, la sua attenzione non mi dispiaceva ma la mia timidezza mi impediva di palesarlo. Quando fu il momento ci alzammo in piedi e ci mettemmo in fila davanti agli spogliatoi.
«Ci vediamo dopo» disse, e mentre salutava guardava dritto avanti a sé, come a distrarsi da una circostanza che imbarazzava anche lui. In realtà sembrava persino più a disagio di me, lì dentro, con tutti quegli individui ansiosi di mettersi in costume.
Entrammo negli spogliatoi, finalmente separati. Di fronte c'erano delle panche lunghe e una scarpiera piuttosto alta, prima di entrare nel cuore della stanza in ciabatte per togliersi poi i vestiti e rimanere in mutande.
Per qualche istante mi sentii come intontita: l'idea di mostrarmi mezza nuda a persone che nemmeno conoscevo mi dava una certa inquietudine. Sembrava quasi non avessi più dimestichezza col mio corpo, e in effetti raramente ne avevo avuta di fronte ad altri. Pensai che forse Dimitri, dall'altra parte del muro, avrebbe potuto provare lo stesso.
Le altre si dirigevano verso le docce, bisognava bagnarsi prima di entrare in acqua; la lezione poi sarebbe proseguita per tre quarti d'ora. Se qualcuno avesse avuto bisogno di tornare in spogliatoio durante il turno, lo avrebbe potuto fare. Non lo fece mai nessuno.
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Quello sport mi aveva appassionata da subito.
I primi tempi in acqua non vedevo risultati che non consistessero in grandi sorrisi, elargiti soprattutto dal pubblico maschile di una certa età.
Frequentare un posto che riunisce uomini e donne appartenenti a generazioni diverse, e condividere con loro la stessa esperienza, la trovavo un'occasione rara, da parte mia persino inimmaginabile, se non vi avessi preso parte.
Vedevo una sorta d’irrazionalità perversa nella pretesa d’insegnare il nuoto e i suoi stili a persone con età e predisposizioni lontane tra loro. Mi sentivo privilegiata nell'annoverarmi tra quelle che ne possedevano senza dubbio le migliori. Se poi mi accorgevo invece che tanta diversità mi rallentava, potevo godere comunque della simpatia del gruppo.
Gli uomini più anziani non percorrevano oltre un certo numero di vasche, piuttosto si facevano sorpassare, si fermavano a bordo vasca, mentre io continuavo il mio percorso impegnata a finirlo.
Non avrei potuto fare altrimenti, ne andava della mia reputazione di persona giovane e nel pieno delle forze.
Ahimè, non era esattamente così. C'erano delle mattine in cui il sonno era tanto che nemmeno l'acqua poteva svegliarmi a fondo. A volte mi sentivo un'inetta di fronte a tutta quella gente carica di un passato ingombrante, alcuni anche di handicap: non riuscivo a capire perché in certi giorni rispetto a loro sembravo affondare come una pietra.
Non trovando alcuna risposta, un giorno avevo svuotato la mente con dei respiri profondi, nonostante non fosse certo un esercizio da fare in posizione orizzontale. Io ci riuscivo comunque.
Non era possibile che solo poco tempo prima imparare a nuotare mi apparisse un'utopia. Non avevo mai avuto grande confidenza con l'acqua, e l'idea di immergermi senza poter toccare altro mi faceva inorridire.
In estate, al mare, ci rinunciavo. Per me il rischio di annegare non valeva la pena di provare. Doveva esserci dell'altro.
Non avrei creduto potesse essere il malessere di una sedentarietà che nuoce a tutti, giovani compresi. Non avrei immaginato potesse diventare una necessità. A volte le paure nascondono la pigrizia di certi doveri.