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Elegia Ambrosiana: IV

Scritto da Collettivo K.

Quasi periferia



Il grigio a strati
è solo una cortina pallida
screziata dalla nebbia, che un tempo
accompagnava più in là
lo sferragliare dei tram
fra i tuoni di Cadorna e San Siro.

E i solenni abbracci
composti dei faggi, dei tigli
e i taxodium sulle erbe a Palestro
stanche di smog,
cullano sotto le fronde
il frullare discreto dei merli.

Ce n’è ancora tanti là, sulle Alzaie
o fra il bianco maestoso in rovina
a San Lorenzo, dove la vita pulsa affettuosa
quando i giovani splendono sdraiati
sulle piume dei colombi
e il ciottolato dei vicoli assonnati.



Breve galleria di minimalismi 



Segmenti urbani

Vetri in frantumi, rivoli
di lordure e altri cocci, ammonticchiati
su terre di riporto, ammassano
gli ostacoli
sempre troppo vicino.

Catanai da rutamatt
ancora grezzi, scarpe lise, evaporate
nel caracollare senza scopo
tentano
di scavalcare la rovina.

Pallide silhouettes e glorie minime
restano a incolmabile distanza
dalla salvezza.



Il testamento di S. Sepolcro

Petali decomposti,
schiacciati sulla spina dorsale
appiattita, temprata di sputi
e grandine, fango, legno,
sangue, sale,

polvere.
Lei mi compose,
amalgama capace di restituire sempre
un regale passaggio: il calpestio
ha sorretto ogni mia virtù.

Sul mio ombelico, Cicero fregiò Milano
flos Italiae et firmamentum imperii populi romani.