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Il Mio Amico Charly

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

Svista? Errore di battitura? No, non è Charlie, o forse sì, ma in altro modo.

«Vuol dire che non siamo reali?».
«No, vuol dire che siamo reali in modo diverso. Ma gli adulti non capiscono il nostro modo di essere reali e così dicono che siamo immaginari» si legge, ne L’amico immaginario di Matthew Dicks.
Sebbene sia complicato stimarla, una discreta percentuale di bambini si “costruisce” nel corso degli anni un compagno immaginario. La prima ricerca pubblicata sull’argomento risale al 1895 ad opera di Clara Vostrovsky e, in tempi ridosso agli anni più recenti, non è stato possibile individuare con certezza né l’età della comparsa né quella in cui sparisce. Tale criticità è dovuta a motivi di varia natura tra cui l’immaterialità dell’oggetto di studio, la segretezza di quella figura e gli aspetti pregiudiziali che si raccordano attorno a questo argomento.
E allora diamogli spazio. Anzitutto, quali sono le caratteristiche di questo amico di fantasia?
Solitamente, il suo inventore gli da un nome la cui scelta può essere dettata da gusti personali oppure ricadere sul nome di un caro amico oppure ancora preso in prestito dal personaggio che più gli piace. In altri casi è semplicemente un nome di fantasia, quindi personalizzato, portatore di significato, ma talvolta difficile da pronunciare.

Questo compagno immaginario è buono, è un tipo con cui si va d’accordo, è solidale, consolatorio nei momenti difficili. È empatico, comprensivo, fedele e, soprattutto, sa mantenere i segreti.
Tuttavia, qualora non adempia alle sue funzioni o se non riesce a stare al passo con l’evoluzione cognitiva del bambino, quest’ultimo non esiterà a sostituirlo con uno più “alla pari”.
Nella maggior parte dei casi, colpa delle ripercussioni sociali o per gelosia/cautela nei confronti dei fratelli (che una volta scoperto potrebbero appropriarsene), i bambini tendono a mantenere segreta la sua esistenza.
Un dato interessante a cui dar risalto è che sebbene il numero dei maschi e delle femmine che danno vita a un compagno immaginario sia il medesimo, i maschi tendono a immaginarlo sempre maschio manifestando in modo narcisistico che i compagni con i quali ci si può rapportare da pari debbano essere necessariamente maschi, mentre le femminucce se ne inventano sia di maschi che di femmine con una sola e curiosa differenza: se l’amico immaginario maschio è più piccolo, allora mostreranno un atteggiamento di accudimento protettivo/direttivo; se è più grande Charly funge da consigliere e, in taluni casi, acquisisce atteggiamenti sessuati, ovvero diventa un principe azzurro o un ammiratore devoto.

Altra faccenda su cui riflettere è che, mentre le femminucce parlando dell’amico immaginario lo descrivono come bello, saggio, comprensivo, i maschi lo identificano coi modelli sociali imposti dal mercato e dagli stereotipi, modelli virili che paiono assumere una funzione di compensazione. Chi crede poi che il compagno immaginario sia l’invenzione dei soli bambini sprovvisti di fratelli/amici reali, e/o con genitori assenti/distratti, cade in errore. Per quanto questo amico di fantasia svolga una funzione consolatoria rispetto ai momenti di solitudine o di criticità, di ascolto e compensazione, tutti i bambini, anche quelli con una vita sociale molto attiva, hanno la necessità di dargli forma. Questo perché, ed eccone spiegata l’unicità, l’amico immaginario non ha altri amici all’infuori di chi lo ha pensato, riservando al proprietario un rapporto esclusivo. È un rapporto elitario impenetrabile; Charly è una “presenza” fruibile senza sconti di tempo ed è un compagno coraggioso con il quale affrontare mondi e personaggi spaventosi. La simultaneità di pensiero e azione è resa possibile dal fatto che, diversamente dall’amico in carne e ossa, quello di fantasia è allo stesso tempo insieme a sé e altro da sé, e conosce, abitandoli, gli stati emotivi e i “luoghi” interiori del suo ideatore.

Secondo alcuni studiosi, la creazione dell’amico immaginario gioca un ruolo molto importante nella costruzione del sé, pubblico e privato, come pure nelle relazioni con gli altri. La rappresentazione di sé trova le sue origini nelle relazioni sociali grazie alle quali il bambino estrapola l’immagine che gli altri hanno di lui, ed è un’immagine che si evolve con il modificarsi delle competenze cognitive e i mutamenti fisici. Il metro di giudizio che il bambino ha di sé stesso, se così lo possiamo definire, è il riflesso della valutazione che il gruppo di appartenenza, che sia quello familiare o quello amicale, gli rimanda. Tuttavia, in alcuni casi, anche l’amico Charly può fungere da “individuo di riferimento”, ovvero colui che offre consigli sugli atteggiamenti da adottare e/o da evitare al fine di migliorare o rinforzare l’immagine di sé.
In realtà, i bambini che si sono costruiti un amico di fantasia nel periodo che va dai 4 ai 9 anni (cioè dal periodo pre-operatorio a quello delle operazioni concrete) potranno essere facilitati nella formazione della personalità e nei rapporti con gli altri. Questo personaggio ha la competenza di valutare con scrupolosità senza, tuttavia, danneggiare l’immagine del Sé. È come fosse un Io raddoppiato e per questo più robusto, un plurale intimo, un amico col quale essere alleati, empatici e forti.

Trovo interessante porre l’attenzione sul fatto che l’amico immaginario è dotato di una sua completa dignità, possiede caratteristiche fisiche chiare (tanto che il bambino sa descriverlo in maniera dettagliata e scrupolosa), ma delle volte piuttosto dissimili da quelle del suo inventore. Charly gode di un pensiero autonomo, di una famiglia tutta sua, di una vita autonoma alla quale si dedica quando non è con il suo amico reale. Questa stupefacente capacità di immaginazione è resa possibile dall’acquisizione di una adeguata rappresentazione cognitiva di sé, una progredita organizzazione mentale e, infine, dall’esperienza diretta con la propria interiorità. Questo amico immaginario offre al bambino due occhi esterni con i quali guardarsi,la maniera di vedersi da fuori e, grazie a questo, maturare una coscienza rappresentativa di sé molto più raffinata di quella dell’adulto.
In conclusione, mi sembra doveroso sottolineare che i vari processi di costruzione e socializzazione di cui ho parlato sono possibili, sereni e completi anche in quei bambini che non gli hanno dato spazio, o ne hanno dato poco, a questa figura immaginaria per motivi che possono essere vari e sani; la sola differenza sta nel canale privilegiato che questo amico Charly rappresenta per il processo di socializzazione dei bambini.