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Non chiamarmi Principessa!

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

«La cultura alla quale apparteniamo, come ogni altra cultura, si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere».

La mia riflessione parte da questo assunto di Elena Gianini Belotti e segue una linea non retta, calcata dall’intenzione di comprendere quanto ci sia di naturale e quanto di culturale nelle differenze tra i sessi.
Ponendo come ovvia la differenza biologica, di corpi differentemente sessuati, intendo invece insinuarmi tra le fughe dei tasselli di questo argomento, vasto e rumoroso, che è lo stereotipo di genere. È innegabile d’altronde che esistano delle rappresentazioni sociali sedimentate nella coscienza e nella memoria collettiva che inducono alla semplificazione della dicotomia uomo/donna, partendo sempre dalle differenze e mai (o quasi mai) dalle somiglianze. Ad esempio, si tende a palesare, talvolta in maniera esasperata, le caratteristiche contrapposte con le quali si etichettano l’uno e l’altra quali: forza/dolcezza, indipendenza/dipendenza, etica dei diritti/etica delle responsabilità, carriera/accudimento. 
Tutto l’enorme polverone che ha originato il dibattito al quale abbiamo assistito negli ultimi anni, prende il suo avvio proprio dalla necessità di evidenziare le differenze anche e soprattutto per bocca di chi, male o per nulla informato, ha centrifugato argomenti, assunti, teorie e rimandato a punizioni divine tutti i “peccatori” Gender, creando più caos che altro. 

Purtroppo, come il più delle volte succede, a pagare lo scotto di tutta la disinformazione e tutte le false credenze sono i bambini ai quali arrivano messaggi se non caotici, sicuramente inesatti. A tal proposito, le pressioni omologatrici e gli stereotipi di genere filtrano in tanti modi: ad esempio attraverso i giochi e i giocattoli che si trovano in commercio, per mezzo di attività fortemente ruolizzanti proposte in primis (ahimè) nelle strutture educative. Oppure ancora, trapelano dalle pubblicità, attraverso i modelli educativi appresi in famiglia, dalle norme, dalle concessioni e dalle sanzioni, ma nondimeno, si insinuano nell’immaginario delle fiabe: la principessa che, senza il bacio salvifico, non avrebbe potuto risvegliarsi; la diseredata che si ritrova sguattera di sette maschi e così via. 
È complesso, forse davvero arduo, pensare di poter se non modificare, quantomeno allentare questa corda tesa alle cui estremità disputano per la supremazia la mascolinità intesa come forza, e la veste materna di cui è stata agghindata la donna. Io credo fortemente che si possa essere donne senza essere madri così come si può essere un uomo senza dover ostentare la virilità; allo stesso modo si può essere bambina anche spogliandosi del rosa, dei lustrini, di quest’incapacità (appresa!) di orientarsi e provvedere a sé stessa in maniera autonoma. Di contro, si può essere bambino senza dovere sempre esercitare la prepotenza, o vergognarsi di chiedere aiuto, oppure sentirsi dire di non piangere per non sembrare una “femminuccia”. 

Sempre la Gianini Belotti scrive: «L’operazione da compiere è (…) restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che più gli è congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene». E credo che il nodo da sciogliere sia questo ovvero la restituzione della libertà di essere ciò che si è abbandonando l’idea sessista di lustrini e muscoli, di principesse assoggettate e supereroi pronti a salvare il mondo a dispetto delle loro tutine in lycra che oh, nemmeno Nureyev. Occorre sganciarsi da tutti questi stereotipi che minano quotidianamente la libertà e l’identità degli individui, a maggior ragione se si tratta di bambini. Un bambino deriso se piange, giudicato se vuol fare danza o se è gentile, educato a associare il rispetto alla violenza, e una bambina mal vista se preferisce le macchine alle bambole o il calcio al pattinaggio saranno adulti castrati nelle intenzioni, nel processo naturale di poter scegliere, autodeterminarsi, e rafforzare un’immagine di sé sana, quale individuo unico e irripetibile. 
Sarebbe auspicabile un percorso conoscitivo/informativo anche e soprattutto per quei “tecnici” delle comunità educative che sono per lo più (non tutti per fortuna) tecnici del “non sapere” che tendono, quindi, a omologare, a imporre, a non ascoltare e a mozzare qualsiasi slancio verso il cambiamento. Altresì sarebbe opportuno educare il genitore a educare, a compiere le proprie scelte con serenità, a dispetto delle pressioni che la società impone restituendogli, o offrendogli, il ruolo educativo che gli appartiene. 

Senza il Sapere non ci si può evolvere e il cambiamento resta solo un miraggio lontano. 
Senza il Sapere non ci si può incamminare sulla strada della demolizione di questi stereotipi che ci vogliono solo corpi sessuati, portatori di pene o vagina. L’individuo è tante altre cose e deve poter esercitare la propria libertà di essere prima ancora dell’apparire. Deve poter compiere delle scelte sprovvisto del timore d’essere giudicato. 
Dunque se un bambino è alle prese con un bambolotto non allarmatevi, lasciatelo fare; egli sta dando vita a un gioco meraviglioso di cui voi, figure significative, siete parte integrante. 

Consigli di lettura per bambini: 
Ettore, l’uomo straordinariamente forte, di Magali Le Huche, edito da Settenove.
Mi piace Spiderman, e allora? Di Giorgia Vezzoli, edito da Settenove.

Per adulti: 
Differenze e disuguaglianze di genere, di Francesca Sartori, edito da Il Mulino.