Stampa
PDF

Verbis et Virum

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

«Il linguaggio fa sì che l’intelligenza e le passioni degli esseri umani acquisiscano quel loro carattere peculiare di intelletto e sentimento».

Partendo da questo assunto di Lewes, credo sia indiscutibile considerare il linguaggio come elemento fondamentale della vita dell’uomo in quanto, senza, le attività più semplici potrebbero diventare se non impossibili, di certo complicate. 
In un’ottica generale, una lingua mette in correlazione il suono, inteso come espressione, ed il significato, inteso come contenuto, attraverso tutta una serie di livelli (fonologico, fonetico, morfologico, sintattico, lessicale) che vanno intesi come luoghi organizzativi, luoghi nei quali la lingua produce un numero infinito di frasi. Da un punto di vista della linguistica, si considera il linguaggio tentando di spiegare come funzioni, cioè come sia possibile che delle sequenze di elementi fisici come quelli fonici, grafici e gestuali, diventino poi veicoli di significati ovvero di contenuti. 
Ma c’è di più. Affinché un messaggio sia davvero efficace è necessario che i parlanti rispettino quelle che vengono definite le massime di Grice, basate su un principio di cooperazione tra i partecipanti.
Inoltre, le informazioni inviate dal mittente devono essere: 
-  né troppe né troppo poche (categoria della quantità); 
-  veritiere (categoria della qualità); 
-  espresse in modo non disordinato o ambiguo (categoria che riguarda il “modo”). 
E quando il contenuto è incentrato sul mittente, sui suoi stati d’animo, ecco che il messaggio esplica la sua funzione emotiva. Ma cosa succede quando questo mittente è un bambino? 

La capacità dell’essere umano di comunicare col mondo esterno, nonché con i suoi simili, è molto precoce e avviene per mezzo della semplice esposizione al linguaggio adulto.
Benché il bambino acquisisca le competenze linguistiche necessarie per comunicare i propri pensieri già attorno ai 19 mesi (quando per esprimere un concetto egli utilizza le singole parole), mano a mano che il vocabolario e le competenze intellettive progrediscono (il linguaggio segue l’evoluzione del pensiero, dunque svolge una funzione ausiliaria in questo sviluppo), che si consolidano le regole in strutture combinatorie complesse (siamo tra i 27 e i 38 mesi)
¹.
Di contro decresce la capacità di esprimere in maniera soddisfacente i propri sentimenti e gli stati d’animo. 
Fra i motivi più evidenti che possono essere alla base di tale criticità, ci sono senz’altro: 
- un livello più personale, legato alla maturità della competenza di riconoscere le proprie emozioni, di dargli un nome e, solo successivamente, di poterle verbalizzare; non a caso talvolta i bambini raccontano qualcosa che li riguarda facendo forza su oggetti o altri soggetti. Un esempio: «Prima, mentre pioveva, un bambino aveva paura dei tuoni»; 
- un livello più esterno, che riguarda gli stimoli del contesto relazionale e sociale in cui il bambino è inserito, che fungono da rinforzo o da ostacolo. 

Un bambino che cresce in un ambiente familiare in cui i membri non sono educati alla verbalizzazione, e quindi alla condivisione, dei propri sentimenti, nei quali non si è in grado di chiedere scusa dinanzi a uno sbaglio, di risanare un conflitto, di dichiararsi felici senza il timore d’esserlo, avrà di certo più difficoltà nell’esprimere il proprio stato interiore. 
Quando un bambino parla occorre prestare attenzione alle parole che sceglie e a quelle che evita, alla postura, alle espressioni del viso. L’assemblaggio di tutti questi fattori, che contribuiscono a dare alla comunicazione la sua coloritura più significativa, non è mai casuale. È fondamentale lasciare che il bambino si racconti in un tempo e uno spazio dedicato, rispettando i suoi tempi, senza sminuire ciò che, con fatica, ci vuole raccontare, senza anticiparne il contenuto. 
Credo che agganciare lo sguardo e attendere sia la strategia migliore, così come lo è osservarlo giocare da solo da un punto strategico della stanza, fuori dal suo campo visivo. 

Il bambino insegna all’adulto a utilizzare degli escamotage emotivi laddove raccontarsi può essere complicato. 
Un’attività da fare insieme, che ho trovato molto interessante, è la costruzione di una fiaba a partire da delle parole date come sostantivi, verbi, avverbi, aggettivi, preposizioni. Sono le Favole magnetiche. Attacca, stacca, inventa, proposte in catalogo dalla Tic Edizioni.² 
A partire da parole per così dire standard di una fiaba – c’è la principessa, l’orco, il cavaliere, Merlino ecc. – il bambino inventa una storia utilizzando le parole più vicine, dunque più adatte, a esplicitare i suoi contenuti emotivi, a giocare con le parole padroneggiando la storia. Non si tratta certo di un test scientifico standardizzato, ma è senz’altro un gioco (come ce ne sono altri di svariata manifattura, per esempio i drops) che oltre a divertirci può aiutare l’adulto ad abituarsi all’ascolto e il bambino a parlare ad alta voce, ascoltandosi a sua volta, e scegliendo i personaggi e la trama che ritiene più gradevoli e/o utili in quel momento. 
Un bambino educato al riconoscimento e alla verbalizzazione dei propri stati emotivi, dei propri desideri, o più in generale a raccontarsi, sarà un adulto equilibrato, sereno, consapevole. E mi piace citare una frase di C. G. Jung che amo molto: «Senza emozione, è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento». 
Alleniamoci a non trascurarle.  

¹Gli esperti del settore specificano i mesi del bambino senza arrotondare per eccesso o per difetto perché le competenze dei bambini differiscono, e di molto, da mese a mese. Le acquisizioni sono talmente repentine che un bambino di 22 mesi potrebbe quasi sicuramente non avere le stesse competenze del bambino di 24 mesi. È erroneo, dunque, definirli entrambi di due anni. 
²Sono consigliate a partire dai 6 anni di età. 
Photo by Giuseppe Milo (Let's fly away): https://www.flickr.com/photos/giuseppemilo/
Libri consigliati:
- Il libro delle emozioni, di
Amanda McCardie;
- Sei folletti nel mio cuore, di
Rosalba Corallo.