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Waldkindergärten

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

Per Jean Léon Jaurés «non si insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: si insegna e si può insegnare solo quello che si è».

Una volta mi sono imbattuta in una frase che recitava più o meno così: “Passiamo il primo anno di vita di un bambino a insegnargli a camminare e a parlare, e la restante parte del tempo a dirgli di stare fermo e zitto”. Credo sia innegabile la tendenza dell’adulto nel credersi portatore sano di saggezza e verità; credo, allo stesso modo, che tutto ciò che viene insegnato solo ed esclusivamente con l’intento di trasferire delle nozioni da tizio A a tizio B, sia del tutto inutile, se non controproducente. Alquanto lontano da questo modo di pensare all'educazione, e al rapporto adulto-bambino, si impone una nuova, ma non troppo, realtà: l’educazione in natura. L’idea di un Asilo nel bosco si sviluppa a partire dal secondo dopoguerra nei paesi del Nord Europa, ma trova la sua concretezza nel 1993 quando due educatrici, Petra Jäger e Kerstin Jebsen, dopo aver studiato la scuola nel bosco danese attraverso un lungo periodo di osservazione e formazione, fondano in Germania il primo asilo nel bosco che viene riconosciuto ufficialmente grazie all’istituzione del Bundesarbeitskreis der Naturkindergärten in Deutschland (ovvero il Comitato lavorativo federale Waldkindergärten in Germania) nel 1996.

L’Asilo nel bosco è una tipologia di scuola per l’infanzia rivolta ai bambini di età compresa tre i 3 e i 6 anni, e si svolge quasi esclusivamente all’aperto. Negli ultimi anni questo modello di asilo è approdato anche in Italia, in primis a Ostia Antica e poi, successivamente, ramificando lungo tutta la penisola. Ogni Asilo nel bosco ha come denominatore comune la realtà naturale in cui è inserito e il progetto educativo si basa sull’ambiente naturale; a partire da questo, ciascun Asilo sviluppa delle caratteristiche proprie che dipendono fortemente dal suo luogo geografico (bosco, montagna, collina ecc.), dal gruppo di bambini e, quindi, dal progetto educativo che viene pensato per ciascuno degli anni scolastici. La scelta di questa tipologia di Asilo è da ricondurre al fatto che esso privilegia la convivenza con l’ambiente naturale incoraggiando il rispetto, la consapevolezza, e una relazione responsabile verso l’ambiente medesimo e gli animali che lo abitano. Inoltre, promuove l’autostima e l’autonomia incentivando la motricità, il pensiero creativo, migliorando la forza, l’equilibrio e la consapevolezza del proprio corpo nello spazio, favorendo il lavoro di squadra, la definizione di uno scopo ludico comune, incentivando l’acquisizione di nuovi vocaboli, in un ambiente poco o per nulla rumoroso, lontano dallo stress acustico tipico delle tradizionali classi. Diverse ricerche, portate avanti dai più scettici e da chi invece in questo progetto ci crede davvero, dimostrano che giocare all’aperto per periodi di tempo prolungati ha un effetto positivo sullo sviluppo dei bambini, specie per ciò che riguarda l’equilibrio, l’agilità, la coordinazione fisica, la sensibilità tattile, la percezione della profondità, il comportamento sociale positivo, la padronanza della scrittura e del disegno. Incuriosita da questo progetto, da questo nuovo modo di pensare all’educazione e all’apprendimento, sono andata a visitare l’Asilo nel bosco di Ostia Antica e ho incontrato il maestro L. col quale ho parlato a lungo. 

Cosa significa per un bambino apprendere in natura? 
Significa non solo potersi esprimere col corpo, sperimentare il mondo e sé stesso, ma anche apprendere per esperienza diretta, scoprire l’ambiente attraverso tutti i sensi, in modo naturale. E se in parte l’apprendimento è del tipo accidentale, dall’altra gioca un ruolo fondamentale la presenza dell’educatore che guida, in modo non invasivo, la scoperta del mondo e di sé stessi. Il bosco è uno spazio di apprendimento privilegiato in cui l’educatore facilita la scoperta, l’ascolto, in cui accompagna e aiuta il bambino. 

Possiamo parlare di una “nuova pedagogia?” 
Credo che la nostra maniera di vivere questo progetto attinga inevitabilmente dal vecchio modo di pensare alla scuola, ha radici storiche che non possiamo non considerare; c’è di nuovo che è una pedagogia che si confronta col mondo di oggi, col suo slancio volto alla voglia di cambiare un sistema definito, a favore di quelle che sono le individuali necessità dei bambini. 

Il metodo dell’educazione in natura abbraccia delle teorie che spaziano dalla Montessori a Steiner, da Agazzi a Freire a Rousseau, dunque un metodo che definirei corale: a cosa è dovuta questa pluralità di pensiero? 
È dovuta dalla necessità di mettere i bambini al centro del nostro fare, raccogliendo gli attrezzi giusti da mettere nella nostra “cassetta”, tenendo conto dei bisogni delle piccole persone che abbiamo davanti. Stare dentro ai dettami di questa o di quella teoria può mettere in campo una struttura di lavoro poco flessibile, inadatta alle esigenze del momento; quindi, preferiamo attingere dalle teorie che ci sentiamo di abbracciare senza, tuttavia, procurarci troppe sovrastrutture nel rapporto coi bambini, ma crescere con loro, sperimentare con loro e, con loro, meravigliarci. 

Com’è strutturata una vostra giornata tipo? 
Le giornate iniziano con l’accoglienza che è per noi un momento molto importante, è un rincontrarsi sempre nuovo, è un rivedersi dopo delle ore passate lontani ed è bello potersi dire felici di rivedersi.
Poi gli educatori strutturano delle postazioni in giardino, che variano di giorno in giorno e che offrono delle attività legate al corpo e al movimento, all’espressività e alla creatività. I bambini sono liberi di scegliere cosa fare, se utilizzare le postazioni oppure organizzarsi da soli un gioco, come ad esempio succede nel pomeriggio che è un momento libero nel quale i bambini hanno a disposizione il loro tempo, in cui anche da un momento apparentemente di noia, riescono a dare forma a una nuova esperienza. Intorno alle 10 circa ci si divide in piccoli gruppi per formare un cerchio in cui si canta, in cui ci si ritrova e si esprimono le proprie emozioni imparando a riconoscerle, a parlarne e ad affrontarle. Da lì, dalle idee raccolte, partono delle attività sulla base delle esigenze e dei desideri di quel piccolo gruppo, perché per noi è importante tener conto sia di ciò che desidera la maggioranza, sia delle richieste della minoranza e/o del singolo.
Credo che la progettazione sia importante nella misura in cui la si possa calare dentro a quelle che sono le necessità e i desideri dei bambini con cui ci confrontiamo quotidianamente. 

Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano con i genitori che si avvicinano per la prima volta a questo tipo di realtà? E quali sono gli strumenti per far fronte a tali criticità? 
Certamente le ansie, le paure legate ai pericoli dello stare all’aperto, dovute a una cultura genitoriale ansiosa e protettiva. È un percorso, questo, che si fa coi bambini ma anche, e soprattutto, con i genitori, un percorso che non è uguale per tutti perché ciascuna persona è molto diversa dall’altra. Certamente all’inizio, un bambino iper-protetto, accompagnato da un genitore ansioso,potrebbe essere molto più spaventato di un bimbo che ha già sperimentato se stesso nello spazio. Noi crediamo che sia importante che i bambini abbiano consapevolezza dei rischi (purché siano rischi “giusti”) conseguenti lo sperimentare in libertà, affinché possano farci i conti, e imparino a gestirli. Il nostro è un approccio basato sulla fiducia, improntato a incentivare l’autostima, il pensiero di potercela fare. Supervisionando sempre le situazioni, crediamo sia fondamentale che il bambino esplori il mondo così com’è.
Tuttavia, comprendiamo le preoccupazioni del genitore che si avvicina per la prima volta a una realtà come la nostra e la strategia migliore è quella di lavorare in sinergia, senza mettersi in cattedra, ma dando vita a una relazione, parlando e confrontandoci. Solo lavorando assieme si possono ottenere dei buoni risultati. 

Qual è il percorso formativo per diventare un insegnante “in natura”? 
Non ce n’è uno soltanto; diciamo che ognuno di noi ha un bagaglio di formazione e di esperienze molto diverso l’uno dall’altro e questa pluralità di vite è una risorsa. Ci sono dei corsi di formazione che teniamo sia qui a Roma che in tutta Italia, ma sono dei corsi improntati a far avvicinare l’adulto educatore a questo tipo di realtà; tuttavia esiste un percorso personale che ti avvicina e ti spinge a voler scoprire quali siano le potenzialità dell’educare in natura.
Penso che ogni strada percorribile in questo senso sia buona, l’importante è essere mossi dalla curiosità e dalla voglia di fare questo lavoro in allegria. 


E chissà che non sia solo l’inizio di un nuovo modo di guardare all’educazione e all’apprendimento non come a qualcosa che si deve insegnare, trasporre passivamente, ma a un’esperienza che si può condividere e costruire assieme.