Stampa
PDF

Presto che è Tardi!

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

Il tempo degli adulti è scandito da cose da fare in fretta, da eventi calcolati e messi in fila come un plotone, e imprevisti da gestire tra una boccata d’ansia e l’altra.

E quello di un bambino? Secondo la teoria di Jean Piaget (1979), che risente fortemente dell’influsso del principio della relatività di Einstein riguardo al ruolo sul tempo svolto dalla velocità, il concetto di tempo, nel bambino, è collegato con la nozione di movimento e velocità, ma mentre quest’ultima è considerata un’intuizione primaria di certo non lo sono né il tempo né la durata. In seguito alle sue numerose sperimentazioni, Piaget è arrivato a distinguere tre stadi progressivi che indicano l’evoluzione della nozione di tempo; tuttavia, benché compresi tra i quattro e i nove anni, questi non hanno margini rigidi, ma dipendono fortemente dal soggetto.

Partiamo dal presupposto che la durata non è altro che il rapporto tra il lavoro e la velocità con cui è stato svolto; poiché nel primo stadio della sua teoria, al bambino manca questa relazione, egli tenderà a confondere il tempo impiegato con lo spazio percorso. Tuttavia, per quanto il Piaget sostenga che esiste un sistema temporale già nello stadio senso-motorio, esso non contempla la presenza di un concetto di tempo omogeneo, ma una serie di azioni coordinate che implicano una certa confusione tra l’ordine temporale e quello spaziale. Alla base di questa indifferenziazione tra successioni temporali e spaziali si inseriscono il concetto di irreversibilità che «conduce a vivere solo il presente e a non conoscere il passato, se non attraverso i suoi risultati» e quello di sincretismo, cioè una visione d’insieme priva d’oggettività e giustificazione: il bambino non è in grado di comprendere le cose diversamente da come sono date nell’osservazione immediata, per cui ritiene ciò che vede la sola realtà possibile. 

Nello stadio successivo, benché il bambino inizi a prendere in considerazione il tempo che scorre durante l’azione svolta, ricostruisce i fatti dissociando l’ordine temporale da quello spaziale, non calcolando che ci sia una relazione tra la durata e l’ordine di successione degli eventi.
Solo nel terzo stadio i bambini saranno in grado di dedurre la durata e la successione degli eventi, così come l’inverso. 
Adesso, alla luce di questa sintetica panoramica viene da chiedersi che senso ha, e quindi quanto possa essere fruttuoso, quell’atteggiamento tipico dell’adulto di incalzare continuamente il bambino affinché faccia in fretta. 
Il bambino non ha fretta, mai; il suo lavoro è fare, disfare, masticare i minuti e farne palloncini. 
L’adulto, al contrario, vive di ritmi serrati e vorticosi nei quali tende a includere chi gli sta attorno, bambino compreso.
È innegabile, poi, la necessità di darsi un tempo, specie la mattina, per evitare che l’adulto assuma degli atteggiamenti negativi e infruttuosi, di fronte al bambino che anziché prepararsi girovaga per la casa combattendo le sue battaglie più avvincenti con l’amico immaginario. 

Come fare per avere un tempo circoscritto senza dover ripetere in continuazione «presto che è tardi»? 
Una clessidra. La clessidra – meglio se di plastica e a misura di bambino così che possa essere maneggiata in autonomia e sicurezza – è lo strumento utile allo scopo. Però c’è un ma. Dovrete utilizzarla con estrema parsimonia, ovvero solo nei momenti della giornata in cui il bambino tende a rallentare maggiormente; decidere insieme il posto in cui rimettere la clessidra, quanti giri di clessidra saranno sufficienti per svolgere quella data azione, cercare di rispettare il numero deciso e, qualora risulti insufficiente, modificarlo insieme. È fondamentale che il bambino sia attivo in questo tipo di gioco, che non lo subisca e che non abbia la sensazione di doversi sbrigare. 
Tutto ciò, evitando frasi disastrose come: «Oddio, sbrigati che finisce la sabbia nella clessidra!», le quali sprigionano una quantità di ansia che non solo non aiuta, ma inficia la “buona pratica” del lavoro fatto. 

Quello della clessidra è un tempo consapevole, ragionato, leggero e non imposto.
È il
margine sano entro cui il bambino può muoversi e, con i giusti strumenti, padroneggiarlo. Solo allora sì che, come Roosevelt, si potrà affermare: «Mai prima d’ora abbiamo avuto così poco tempo per fare così tanto».

Photo by April Johnson, This Will Pass (2009)