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Quando il Gioco si fa Serio

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

“La maggior parte del gioco è eseguita dal bambino per la pura gioia e l’eccitazione che l’attività in se stessa suscita, anche se, qualche volta, è un mezzo per elaborare e assimilare un’esperienza immaginativa”, diceva Piaget.

Più in generale, il gioco per il bambino rappresenta un’attività spontanea che implica, certamente, l’intenzionalità di fare e di lasciare che le emozioni emergano, ma è anche quel tempo speso a fare apparentemente nulla, e attraverso il quale in realtà il bambino ha la possibilità di crescere e acquisire competenze. 
Alcuni studiosi ritengono che il gioco sia un importante fattore di sviluppo poiché consente al bambino di sperimentare e consolidare le esperienze maturate e le competenze acquisite, sia a livello cognitivo che socioaffettivo. 
L’assunto da cui vorrei partire è che il gioco, per il bambino, è una forma di lavoro, per tutte le energie impiegate e per l’arricchimento che ne trae. Il gioco, con la sua base biologica ma anche culturale, subisce una naturale evoluzione man mano che il bambino cresce, progredendo per stadi più o meno stabili:

1. Il gioco senso-motorio (nei primi 18 mesi di vita), detto anche “gioco di esercizio”, riguarda la fase ludica in cui il bambino esplora gli oggetti a livello sensoriale portandoli alla bocca (compresi i propri piedi), scuotendo, lanciando, o battendo qualsiasi oggetto gli capiti davanti. Quest’attività altro non è che l’esercitazione degli schemi d’azione messi in atto al fine di padroneggiarli. Il bambino utilizza una serie di condotte a vuoto – travasare, battere, scuotere – senza altro fine del semplice piacere del funzionamento, e condotte combinate e finalizzate a uno scopo, come esercizi ripetuti con l’obiettivo di saltare sempre più lontano.
2. Il gioco di costruzione
(a partire dai 24 mesi di età), in cui il bambino assembla parti singole per dare corpo ad altri oggetti come le costruzioni, i materiali da allineare, i puzzle...



3. Il gioco di finzione, o gioco simbolico (dai 24 mesi d’età), in cui il gioco veicola la fantasia che, in questo periodo, diventa preminente. Gli oggetti rappresentano ciò che il bambino desidera e non ciò che sono realmente – ad esempio il telecomando della tivù viene utilizzato come telefono. Il bambino si avvale di un oggetto, un’azione o di sé stesso come simbolo, ovvero come qualcosa che sta al posto di un’altra. In tal modo riproduce gli schemi senso-motori al di fuori dei loro abituali contesti, ma anche applicando tali schemi simbolici a un oggetto. Le funzioni principali del gioco simbolico sono certamente la compensazione, il piacere, la risoluzione di un conflitto e la realizzazione di un desiderio.
4. Il gioco socio-drammatico (a partire dai 4 anni circa), in cui il bambino inizia ad assumere e interpretare dei veri e propri ruoli, quali la maestra, il suo personaggio preferito, il medico, eccetera.
5. Il gioco disciplinato dalle regole,
e siamo in età scolare, in cui il bambino acquisisce la funzione delle regole che calibrano alcune tipologie di attività; regole condivise che stabiliscono a priori il corretto svolgimento del gioco.

L’evoluzione da una tappa all’altra avverrà attraverso una serie di processi: ad esempio, nel caso del gioco simbolico, per mezzo del decentramento, cioè della capacità di dislocare la realtà e la finzione da sé verso l’esterno; la finzione di essere qualcun altro oppure di essere altrove, governata dal processo di decontestualizzazione dal supporto ambientale; infine il gioco socio-drammatico, per il quale si è attivata l’integrazione delle azioni in sequenza. 
Per quanto concerne il gioco disciplinato dalle regole, il bambino passerà dalla totale incomprensione del regolamento del gioco – 2/3 anni di età –, al seguirlo nel tentativo di uniformarsi senza ancora capirne appieno lo scopo – 3/5 anni – fino ad arrivare a quella che Jean Piaget chiama “cooperazione incipiente”, verso i 7/8 anni, quando avendo incluso nel bagaglio delle sue competenze anche il concetto di competizione, il bambino comprende la necessità della cooperazione utile se non a garantire la vittoria, quantomeno ad assicurare la validità dell’attività ludica.
Esiste, dunque, anche un’evoluzione sociale del gioco: dal gioco solitario a quello parallelo, in cui i piccoli giocano vicini, ma senza interagire, poiché siamo ancora nella fase egocentrica, passando per il gioco condiviso, fino a quello cooperativo vero e proprio. 

Tant’è, mi preme riflettere su un paio di punti nevralgici sul modo di pensare al gioco del bambino da parte degli adulti coi quali mi capita di confrontarmi. 
In prima analisi, mi sembra doveroso sottolineare che l’intenzionalità di cui vi parlavo all’inizio, non aumenta dietro la richiesta insistente dell’adulto che vedendo un bambino seduto a osservare il suo spazio, crede erroneamente che si stia annoiando o non stia facendo niente.
Per un bambino osservare implica apprendere, e l’intrusione da parte dell’adulto in quel suo pensare, disturba ed inficia tutti i processi cognitivi che egli ha messo in moto per assimilare e acquisire