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Quaerunt, Quemsensum

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

Come per altre intuizioni del passato riconoscibili come attuali, Schiller scrisse: “C’è un significato più profondo nelle fiabe che mi furono narrate nella mia infanzia che nella verità qual è insegnata dalla vita.”

A dispetto del comune pensare, la saggezza non si manifesta sviluppata come Atena nella testa di Zeus; essa deve essere edificata lentamente: dalle manifestazioni più irrazionali del bambino alla comprensione di sé e della propria esistenza nell’adulto. Nel mezzo, affinché non ci si ritrovi alla mercé delle beffe della vita, occorre sviluppare le proprie risorse interiori in modo che le emozioni, la fantasia e l’intelletto si sviluppino in armonia e si arricchiscano a vicenda. Questo implica la necessità di una ricerca di significato inteso come senso di sé, della propria identità, e del proprio ruolo nel mondo. 
L’errore più comune di un genitore, o più in generale dell’adulto, è quello di credere che la mente di un bambino funzioni come la propria. O che non funzioni affatto. In realtà, il bambino ha bisogno di impilare mattoni esperienziali in grado di edificare una personalità che vanti delle basi robuste, resistente agli urti dovuti agli imprevisti e di comprenderne il senso. 

Il bambino apprende su concetti a base concreta, imitando i comportamenti dell’adulto significativo, e lo fa dialogando con lui, oppure attraverso degli esempi plausibili ma non vissuti, come quelli contenuti nelle fiabe. Una fiaba, purché ben scritta, ha in sé la capacità di catturare l’attenzione del bambino, di divertirlo e incuriosirlo. Teniamo in considerazione il fatto che nessuno apprende tanto, e tanto in fretta, quanto una persona mossa da curiosità. Perché una fiaba arricchisca la mente di un bambino, e la qualità della sua vita di persona pensante, essa deve incoraggiarne l’immaginazione, deve poter chiarire al bambino le sue e le altrui emozioni, palesare in modo chiaro l’eventuale criticità come pure la risoluzione del problema. Il bambino, ascoltando la fiaba, deve poter ottenerne un ordine interiore da esternare una volta a contatto con l’esterno; ha inoltre bisogno di una educazione morale che gli suggerisca i vantaggi di un comportamento onesto per mezzo di esempi tangibili, concreti, carichi di un significato riconoscibile.

Volendo applicare il modello psicanalitico della personalità umana, le fiabe offrono importanti messaggi a livello conscio, preconscio e subconscio; menzionando, in maniera più o meno velata, i problemi umani universali (e quindi anche quelli che preoccupano la mente del bambino), le fiabe parlano al suo Io e ne incoraggiano lo sviluppo, tenendo a freno quelle che sono le pressioni preconsce e inconsce.
Nel bambino, come anche nell’adulto, l’inconscio è un fattore determinante del comportamento.
Affinché il piccolo risolva senza complessi le problematiche legate alla crescita (delusioni narcisistiche, dilemmi edipici, dipendenze infantili di varia natura, rivalità fraterne e così via), deve cogliere ciò che avviene a livello cosciente così da poter accogliere ciò che accade a livello inconscio.
Arrivare a questa conoscenza significa poter familiarizzare con i contenuti inconsci e fantasticare, meditare, rielaborare. 

Le fiabe offrono al bambino nuove dimensioni immaginative e suggeriscono rappresentazioni su cui fantasticare a occhi aperti canalizzandone i contenuti. Tuttavia la cultura impone all’adulto il divieto, più o meno consapevole, di mostrare al bambino l’uomo così com’è nella sua vera natura, nella sua propensione ad agire in modo aggressivo, egoistico e asociale, mosso dall’ira o dall’ansia. Di contro non possiamo, e non dobbiamo, far credere a un bambino che tutte le persone siano intrinsecamente buone e oneste; i bambini sanno già da sé di non essere sempre ‘buoni’, riconoscono le emozioni che li investono, le vivono e spesso ne sono sopraffatti. Attraverso le fiabe il bambino viene esposto alla consapevolezza che la vita può presentare delle gravi difficoltà, perché fanno parte dell’esistenza stessa, ma al contempo le fiabe forniscono la risoluzione al conflitto, alla criticità, anche per mezzo dell’immedesimazione con l’eroe. Grazie a questa identificazione, il bambino affronta le varie tribolazioni del personaggio eroico ed esulta con lui quando, attraverso le strategie risolutive messe in atto, conquista la vittoria. 

Ciò che caratterizza una buona fiaba è il fatto di palesare un dilemma esistenziale in modo chiaro e diretto; i personaggi non sono unici, ma tipici; il deterrente è la convinzione che il delitto, inteso come comportamento amorale, non paghi mai. Ecco che torno a ribadire quanto le fiabe siano in grado di veicolare e trasmettere il senso morale, ma non la morale di per sé. 
Infatti, a dispetto della morale col suo insegnamento razionale e a senso unico, il bambino si affida all’eroe per tenere salda la fiducia di poter riuscire. 

Consigli di lettura: 
Le tre piume dei fratelli Grimm 
Le fiabe italiane di Italo Calvino