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I Capricci non Esistono

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

Sarà vero che la passione dura meno di un capriccio?

Molti adulti utilizzano l’aggettivo capriccioso per riferirsi a una caratteristica personale del bambino, come un fenomeno connaturato che riguarda soltanto lui. Ma vi è mai capitato di vedere un bambino fare i capricci quando si trova da solo, o adottare quegli stessi atteggiamenti nei confronti di chi non conosce? Chi lo afferma mente, sapendo di mentire.
Il capriccio altro non è che un fenomeno di tipo relazionale per il quale, al pari di altri, affinché si realizzi è necessaria la presenza di un bambino e di un adulto significativo¹. Concediamoci i primi due piani di analisi: 
1.         L’aspetto manifesto che chiamerò sintomo: urla, batte i piedi, si lagna, ecc. 
2.         L’aspetto latente che chiamerò causa: tutto ciò che non vedo, ma devo allenarmi a osservare. 
Di solito, il sintomo ha la meglio sulla causa per due ragioni: in primo luogo, perché ha delle ripercussioni per così dire evidenti che ci imbarazzano quando messe in atto in un luogo pubblico (il classico “mio dio, ci stanno guardando tutti“), dall’altra perché va a toccare delle corde intime, personali, dalle quali l’adulto si sente sopraffatto. Prima di compiere una qualsiasi azione nel tentativo di farlo tacere fate un bel respiro e, se potete, sedetevi. Vi calmerete, concedendovi il tempo per individuare la fonte della criticità, e così il bambino avrà la certezza che non vi allontanerete lasciandolo solo col suo malessere. 

I capricci d’altronde, sono un fenomeno relazionale, cioè nascono all’interno di una relazione prettamente (ma non per forza) diadica, al fine di modificare una parte essenziale della relazione stessa. Ma non è tutto. In realtà, accantonate le lagne legate alla stanchezza fisica o alla fame che vanno accolte sempre e comunque in quanto bisogni fisiologici di base, ciò che procura al bambino questo nodo emotivo – il capriccio –, è sempre un bisogno al quale lui stesso non sa dare un nome, un’identità, né tantomeno un contenimento.
Nell’ottica del capriccio come veicolo per soddisfare un bisogno, potrei citare la piramide dei Bisogni di A. Maslow, sui cui livelli vi sono, a partire dal basso: 
Fisiologia (respiro, alimentazione, sesso, sonno, omeostasi); 
Sicurezza (sicurezza fisica di occupazione, morale, familiare, di salute, di proprietà); 
Appartenenza (amicizia, affetto familiare, intimità sessuale); 
Stima (autostima, autocontrollo, realizzazione, rispetto reciproco); 
Autorealizzazione (moralità, creatività, spontaneità, problem solving, accettazione, assenza di pregiudizi). 

-> La complessità del tipo di bisogno procede dal basso verso l’alto: dai bisogni fisiologici, a quelli psicologici articolati come l’identità, la fiducia e la autostima, vi sono elementi che il bambino riuscirà ad acquisire e ad armonizzare se potrà fare affidamento su adulti consapevoli. 
Parlando di bisogni relazionali, credo valga la pena dare spazio all’analisi di quelli che Sunderland chiama il bisogno di misurare il proprio potere e quello dell’adulto (all’interno della relazione, potrei aggiungere di mio), e il bisogno di contenimento come soggetto. Il normale processo di sviluppo del bambino prevede che, a un certo punto della crescita, di solito tra i tre e i cinque anni, egli tenda a sfidarci continuamente mostrando una forte opposizione a qualunque cosa. 
È cattivo e lo fa per farci arrabbiare? Assolutamente no. Il bambino, in questo modo, intende inviarci dei segnali, delle richieste relazionali, e dobbiamo sforzarci di coglierle. Il “no” insistente del bambino di fronte a una richiesta dell’adulto, è un comportamento dovuto e positivo: egli sta misurando se stesso, il suo ruolo all’interno del nucleo familiare; quel no equivale a “ci sono anch’io, e posso decidere, ho un’identità e voglio essere riconosciuto come membro attivo all’interno della mia famiglia”. Ma non è tutto. Opponendosi alle richieste, il bambino verifica la sussistenza e la solidità dei limiti e delle regole che i genitori gli offrono.
Un bambino ha bisogno di regole che fungano da contenimento, di confini entro cui muoversi e costruirsi come individuo pensante. Ha bisogno di verificare che i suoi genitori siano stabili e forti a sufficienza, che entrambi riconoscano la sua individualità, che lo stimino come individuo competente e che gli diano gli strumenti per realizzarsi. Se il bambino mette in atto un’opposizione per verificare la solidità delle regole che sta conoscendo e che gli danno sicurezza, e il genitore pur di zittirlo cede senza negoziare o tenere il punto, il bambino si sentirà disorientato, insicuro e frustrato. Va ricordato che per un bambino che ci sfida, o che si lagna perché vuole una data cosa, è più importante sentirsi un oggetto desiderabile piuttosto che ottenere quanto ha chiesto in apparenza. 

Quindi cosa fare, e cosa evitare di fare? 

Il bambino che si lagna, piange, si butta per terra e così via, ci sta dicendo a modo suo che è alle prese con un disagio che non riesce a contenere, a gestire, a canalizzare, a verbalizzare all’adulto. Nella maggior parte dei casi, non sa nemmeno lui cosa lo muove. Dunque, anzitutto è buon pro evitare di urlare. Con un bambino la legge del più forte non funziona. La convinzione dell’adulto che, in quanto adulto, comanda, non serve proprio a nessuno.
Jean Piaget, nella teoria sullo sviluppo mentale del bambino, ha dimostrato che la differenza del pensiero del bambino e dell’adulto è di tipo qualitativo, ossia che il bambino non è mai un adulto in miniatura (incompetente in quanto ancora acerbo, aggiungo io), ma un individuo con una struttura propria, e che il concetto di intelligenza è strettamente legato a quello di adattamento all’ambiente. Piaget ha scoperto che la conoscenza del bambino si basa sull’interazione pratica del soggetto con l’oggetto e che, parlando dei due processi che caratterizzano l’adattamento – in dettaglio: assimilazione e accomodamento – anche l’imitazione è una forma di accomodamento, poiché il bambino modifica se stesso in relazione agli stimoli offerti dall’ambiente in cui è inserito. Tutto questo per sottolineare che la teoria fai-da-te tradizionale di “urlo, picchio, comando io”, non solo è distruttiva, ma una volta immagazzinata dal bambino come la sola strategia relazionale che conosce, verrà a sua volta riproposta quando il suo sviluppo dovrà affrontare degli scossoni. E non potrete dare tutta la colpa all’adolescenza.

Secondo punto chiave è distinguere tra richiesta e bisogno. Accantonando i nostri pregiudizi e l’idea del bambino che ne deriva, è bene sforzarsi di imparare a distinguere le richieste superficiali dai reali bisogni. Come? Per esempio, facendo attenzione al momento in cui tale richiesta si manifesta (magari ha solo sonno e non riesce a rilassarsi, oppure avevate promesso di fare una cosa con lui e ve ne siete dimenticati), al tono della sua voce, alle persone e al contesto sui quali il bambino fa pressione. Altro esempio: vi sentite nervosi per una questione di lavoro e il bambino lamenta improvvisamente un mal di pancia?
Non ditegli che non è il momento, il tempo che manca è un’ipocrisia assoluta degli adulti, la peggiore possibile! Prendetelo in braccio dicendo che sì, siete nervosi, ma che non è colpa sua. Potreste addirittura sentirvi meglio. 
Terzo memento: non assecondare le richieste superficiali e non cedere ai ricatti: Evitiamo di assecondarlo purché si metta a tacere o, cosa ben peggiore, di minacciare una punizione.
Il modo migliore per stemperare il malumore è quello di comunicargli, con molta calma, che quel comportamento non vi piace e che appena avrà finito di lamentarsi potrete parlarne e trovare assieme una soluzione. Se la performance non ha un pubblico perché non suscita interesse nell’adulto a cui è rivolta, il bambino non avrà più motivo di portarla avanti. 
Punto quattro: premiare un comportamento corretto. Quando smetterà di fare del baccano, premiatelo con un abbraccio e proponetegli un gioco insieme. È preferibile rinforzare i comportamenti corretti, piuttosto che sottolineare quelli negativi. 

Consigli di lettura: Che capricci! Topo Tip di Valentina Mazzola; A letto, piccolo mostro! Di Mario Ramos; Mai e poi mai mangerò i pomodori di Lauren Child; Non voglio andare a scuola di Stephanie Blake; Uffa mamma, uffa papà di M.L. Fitspatrick. 




¹ Si consiglia la lettura delle Teorie dell’attaccamento di J. Bowlby e i Pattern di attaccamento di M. Ainsworth.